mercoledì 18 dicembre 2013

Tempo di classifiche: le migliori dieci scopate del 2013, nomi e cognomi.



Ormai lo sanno tutti che è un'esca, però mi fa troppo ridere il titolo: è da due anni che rido per questa cosa.
Prima classifica, ne seguiranno altre. Chi mi conosce sa quanto le ami. Questa è la top ten dei miei momenti salienti.

Si parte sempre dalla decima posizione, anche se la classifica - in questo caso - segue un ordine di importanza difficile da capire (cioè lo capisco solo io)

10 - Ho finito di finanziare la Pampers: miglior traguardo raggiunto

9 - La peggiore compagnia aerea del 2013 è (rullo di tamburi) Meridiana, la migliore Emirates Airline

8 - Peggior periodo fisico: quando mi sono maciullata la caviglia, preso chili e nevrosi varie

7 - Miglior viaggio: Marocco. Peggior viaggio: New York

6 - La notizia dell'anno: corso nel 2014 all'American Academic of Dramatic Arts

5 - Miglior concerto: Antony and the Johnsons.

4 - Medicinale più gettonato: Xanax

3 - Miglior soddisfazione in terra straniera: patente norvegese

2 - Il più grosso cambiamento: lavorativo. Credo che continuerò su questa strada (forse, penso, si, no, non so, dipende, non risponde)

1 - Cose imparate in via definitiva: rilassarsi, attendere, stare lontana dalla folla.

mercoledì 20 novembre 2013

La gravidanza splatter, anche un po' emo



In questi giorni mi è capitato di leggere polemiche di vario livello in merito al cimitero dei feti, che solo a scriverlo mi tremano le mani. Non credo che sarei riuscita a parteciparvi con la giusta disinvoltura, non per questioni etiche né morali, ma perché trovo tutto, polemiche comprese, abbastanza macabro e fuori luogo. Il dolore è soggettivo e personale, e deve essere libero di esprimersi.
Tra i vari articoli e post che mi sono capitati sotto gli occhi, ne ho letti alcuni in pieno stile 'orgoglio materno', nel quale si disegnavano la maternità e la gravidanza come periodi poetici, magici, pieni di momenti indimenticabili e unici da condividere con il proprio partner. 
Premettendo che i momenti delle mia vita nei quali sono stata più felice sono stati quelli nei quali i miei bambini mi sono stati messi per la prima volta tra le braccia, e che ho allattato entrambi per un periodo talmente lungo da vergognarmi pure a confessarlo, ho deciso di levare un po' di fiori e nuvolette rosa dalla parola 'pancione', per inserire qualche termine realista, o meglio, verista, tipo perdite vaginali, cistite, ragadi ai capezzoli e caviglie gonfie.
La gravidanza la possiamo dividere in 5 fasi letterarie: la ricerca, l'entusiasmo della prima settimana, le vomitate epiche, l'ingombro e l'attesa nervosa.


La ricerca

Tu ed io decidiamo di fare un figlio. A volte capita, non è il nostro caso. Noi dobbiamo deciderlo perché siamo persone consapevoli che sanno come evitare una gravidanza, per tutti gli altri c'è il metodo Oh Gino, quello che fa rimanere incinta anche quando ci si bacia e basta.
La ricerca è il periodo più divertente, se non ci sono problemi. Altrimenti può diventare un incubo. Facciamolo così, alla tal ora, non oggi no, ovulo domani, controlliamo la temperatura, eh ma se insisti poi mi passa la voglia, ma avevi detto che la mattina alle sei funziona meglio, sarà che c'hai gli spermatozoi incapaci, incapace sarai tu, smetti di venire a letto con i bigodini, ecc.
I ritardi del ciclo sono vissuti con estrema emozione, ma a volte, il bastardo, ritarda apposta perché siamo in attesa del ritardo. Paradossale ma vero. Quindi ci illude. E noi lo detestiamo, arriviamo a dire cose del tipo guarda, faccio sto figlio e poi me lo tolgo st'utero del cavolo!

L'entusiasmo della prima settimana

Ci siamo: siamo incinti. E' devastante. In quella settimana accade di tutto, ne esci come Massimo Decimo Meridio dopo una giornata di arena. Siccome la bocca chiusa i tuoi genitori non riescono a tenerla (diventano nonni, non sanno come suicidarsi e scelgono l'invasione dei parenti), dopo due ore da quando si ritirano le analisi, tutti, compreso il bis cugino che sta a Seattle e che non vedi da 23 anni, sanno che sei incinta. Arriva di tutto: telefonate, scarpette di lana che poi ti serviranno come pezza da spolvero, portachiavi a forma di biberon, libri sui nomi, il diario della puerpera, la camicia da notte da parto, persino un libro di astronomia di Paolo Fox. Sei circondata dall'entusiasmo di massa. Lo stesso che ti renderà la vita impossibile nei mesi successivi oooooooooh ma che bel pancione a punta da maschiooooo!!!! ooooooooh ma che bel pancione tondo da femminaaaaaa!!! ma quanto manca??? ancora due mesi?? ancora???Ma vavangulo.


Le vomitate epiche

Le principali caratteristiche delle prime 12/15 settimane sono:
- sete paurosa in qualsiasi condizione, anche mentre bevi litri di acqua
- sonno mortale, ti addormenti subito dopo cena, che neanche a sei anni
- calo della libido, vuoi solo mettere le pantofole e guardare i telefilm sul divano (senza sapere che il calo strategico della libido si vendicherà quando sembrerai una balena e vorrai fare l'amore 24 ore su 24, possibilmente senza pause zabaione)
- fiuto da segugio, senti gli odori amplificati, cucinare e fare la spesa sono diventate imprese stoiche
- l'odio per il caffè anche se sei una caffeinomane da sempre
- nausea invalidante
L'ultima caratteristica è indimenticabile. Puoi anche scordarti la sete, ma la nausea nessuna se l'è mai scordata. Impari a odiarla e odiarti; in ufficio quando sbianchi e dici 'dovrei andare in bagno' noti gli sguardi compassionevoli delle tue colleghe che invece annusano profumi e bevono litrate di caffè e dopo c'hanno pure fame di pizza ai würstel. Tu, rispetto a loro, sei invalida, e già i jeans non si abbottonano più...arriva la depressione, ma dura poco, un mesetto.

L'ingombro

Varia da donna a donna. Io ho cominciato a sentirmi ingombrante al quinto mese, quando nonostante i miei sforzi, ho dovuto ammettere che i jeans di quando ero una sgallettata senza panza, non me li potevo più mettere. Ed ecco che il pancino piccolo dei primi mesi, nella tua mente da anoressica inconsapevole, diventa un pallone impresentabile. Sai che sarà sempre peggio, ma quasi quasi preferisci essere una mongolfiera vistosamente incinta che una che non si sa bene se ha messo su solo un po' di peso o aspetta un bebè. I momenti felici di te e lui che andate a fare l'ecografia (guai se non viene, sareste capace di scuoiarlo vivo e sputtanarlo davanti agli amici dicendo - sto stronzo mica è venuto all'ultima eco, c'aveva da fa' i cazzi suoi- fregandovene se aveva una riunione vitale in ufficio, e se da quella dipendeva tutta la sua carriera lavorativa: lui non è venuto ad una delle 27 ecografie, punto) sono intervallati dalle levatacce a stomaco vuoto (e stare a stomaco vuoto quando si è al sesto o ottavo mese, è durissima) per i prelievi del sangue.
La pancia cresce e cresce tutto: l'appetito, la disistima, il rancore verso chi non ti asseconda, la circonferenza delle caviglie, l'ansia, e la voglia di sesso. Ma non è una voglia normale, è patologica, rasenta la follia, cominci ad essere solidale a tipi come Michael Douglas o Emilio Fede, vorresti essere ricoverata in una clinica per sessuomani: non ce la fai più.
Ovviamente, siccome la faccenda è sempre bastarda, nei periodi un cui sembri obesa e invalida, ti capitano le occasioni mondane più belle della tua vita; matrimoni schiccosissimi, serate, inviti in discoteca, ai concerti rock, viaggi meravigliosi ai quali dovrai rinunciare.
Provi a fare la disinvolta, a uscire con le magliettine aderenti e i pantaloni calati sui fianchi, ma ti senti irrispettosa nei confronti del tuo bambino e della tua condizione. Almeno, a me è successo così, purtroppo.


L'attesa nervosa

Sono gli ultimi giorni, quelli della valigia pronta e della cameretta sistemata a puntino. Hai passato 39 settimane a immaginare, a decodificare ecografie, a fare calcoli, a sognare piedini e manine, tra corsi di respirazione e di controllo del perineo. A proposito del controllo del perineo, aprirei una parentesi. Durante il corso di preparazione al parto mi è stato detto che gli esercizi del perineo vanno fatti tutti i giorni, mentre si legge, si scrive, si potano i fiori, si parla...io non ci sono mai riuscita. Diciamolo: o si contrae il perineo o si parla, poi si finisce per far casino e scambi la bocca con il perineo e viceversa.
L'attesa è nervosa, inutile nasconderlo. Sia per noi, che per il nostro uomo, che durante queste settimane ha anche un po' rotto le palle a più riprese. Se non c'era ci faceva adombrare perché la gravidanza si vive in coppia, se c'era troppo era invadente perché la gravidanza è una cosa sopratutto della donna. Insomma, mai che sia presente in modo corretto, giusto, secondo i nostri desideri da squilibrata ormonale. Eppoi l'abbiamo devastato di domande sul parto. Da una parte ci fa piacere che partecipi e assista alla nascita del nostro bambino, dall'altra ci preoccupiamo. Sverrai? Ti farà impressione la placenta? E se me la vedi dilatata poi ti passa la voglia? E a proposito di questo, e se poi mi cambia? E se te la ricordi come un'orchidea e invece dopo il parto ti sembra un garofano secco?


Il parto dura poco, è il periodo più breve di tutta la faccenda. Si soffre tantissimo, ma poi passa. E subentra uno stato di grazia che non si riesce a descrivere. Il fisico si rigenera, la mente si apre, l'amore lievita come la pasta del pane. Ti vengono i capelli lucidi, le labbra turgide, due tette mostruose e la cameretta è immediatamente vissuta da un pargolo morbido e profumato che piange, dorme e ti succhia la vita. Tu per lui hai tutto il nettare del mondo, forse dell'universo, e solo in quel momento capisci, finalmente, che sei nata per fare la mamma.




giovedì 14 novembre 2013

Il mio post(o) sulla Norvegia



Adesso che si avvicina l'inverno e che le giornate di luce cominciano in ritardo rispetto agli altri Paesi da me frequentati, la Norvegia si prepara ad entrare nel lungo tunnel buio che tanto temevo quando ho deciso di stabilirmi qui. Vivo tutto con estrema curiosità e anche un po' di agitazione, come prima di un viaggio o di un esame. Non so come reagiranno il mio corpo, la mia mente ed il mio bioritmo da cittadina mittleuropea con velleità mediterranee.
Ero stata qui prima di adesso, ma per periodi limitati, e il pensiero fisso di rientrare in Italia o in Inghilterra, mi consentiva di vivere tutto come un gioco, una specie di mosca cieca dilatata nello spazio e nel tempo. Dopo, però, la benda sugli occhi volava via, e il debole sole annebbiato della conca fiorentina, o il blu di Londra (!) mi riportavano all'assurdità della vita, come un risveglio da un cauchemar mélièsiano.
Credo di essere un po' un cane da fiuto, un segugio che individua i luoghi o i fenomeni atmosferici dagli odori. Così all'aeroporto di Olbia, anche cieca e sorda avrei riconosciuto la Sardegna, tanto da dire alla mia vicina di viaggio "Siamo in Sardegna, c'è l'odore".
Il profumo di Norvegia, è, a differenza del suo platonico paesaggio, estremamente sensuale. Muschio, prima di tutto, anche nelle cittadine. Odori di cera, di candele appena spente, ovunque nelle stradine di Stavanger e dentro le case degli amici; negli uffici pubblici odore di libri nuovi, di disinfettante alla menta; nei locali spezie, zenzero, cannella, timo, ginepro e caramello bruciato. Appena fuori dalla città l'odore del mare nordico (diverso dal mediterraneo), di abete, di legno fresco appena intagliato, lo stesso che trovi nei depositi del mobili dell'Ikea, tanto che l'ultima volta che sono andata a correre con un mio collega gli ho detto "it smells Ikea" e lui mi ha risposto "in Tuscany it smells Chianti", la differenza tra una scaffalatura ed un vino.
L'alba arriva tardissimo, verso le otto. Lo spettacolo, nelle giornate serene è emozionante. L'orizzonte soavemente rotto dai fiordi, dal grigio-blu e dal verde delle conifere, viene illuminato da sfumature rosse e rosate, raggi rossi che riflettono stranamente l'oro delle acque e il cobalto delle zone gelate.
Il sole rimane sempre molto basso, come intimidito dalla maestosità della natura che sta guardando. Una specie di spettatore sistemato in platea, o una signora affacciata al davanzale di una finestra. Per questo risulta molto fastidioso, è sempre ad altezza sguardo, sempre presente, quasi invadente, inopportuno.
Nelle giornate di pioggia cambiano i colori, si desaturano fino ad arrivare ad un bianco e nero neorealista. Cambiano anche gli odori, e cominciano a salire dalle banchine lungo i fiordi, le esalazioni di pesce. C'è un piccolo locale appena fuori da Stavanger, che tiene i tavoli all'aperto sulla banchina anche mente piove o nevica, parlando con il proprietario mi ha detto che la cosa più bella da fare durante una giornata uggiosa, è sedersi su una delle sue panchine in legno e bere un tè caldo con il burro e il rum (va beh, sorvoliamo sulla qualità della bevanda) mentre si contempla il fiordo. L'ho fatto, e mi è sembrato buono anche il tè corretto.
L'odore dell'alcol, associato ai fine settimana, alle serata passate a ridere e a precipitare in una dimensione spazio temporale personale e distaccata dal resto del mondo.
Il profumo dell'alcol inizia con il vorspiele, cioè ci si incontra a casa di qualcuno prima di uscire e si inizia a bere, poi si esce e si continua a bere facendo il tour dei locali pieni di gente che ha già iniziato a bere a casa di qualcun altro. Quando si è sufficientemente cotti da cantare per strada senza vergogna alcuna o da fare figli con chiunque foss'anche una renna, allora vuol dire che è giunta l'ora del nachspiele, che è il colpo di grazia. Il nachspiele può portare un italiano medio a tre soluzioni: o dorme, o vomita o trova il coraggio per suicidarsi. Per noi (ci metto anche i noi francesi) bere è il mezzo, per loro il fine ultimo.
Per me bere, invece, è ubriacarmi di cose così:
https://soundcloud.com/amarantemusic/breathe-in


Secondo Glenn Gloud, uno degli artisti più importanti del 900, sugli orizzonti gelidi non si hanno foschie, vapori, miraggi e seduzioni di sorta: tutto resta terso e puro, in una dimensione di assoluta trasparenza. E' l'ambiente ideale per formulare pensieri, per innamorarsi, per approcciare la lucidità e farla propria. I grandi silenzi del Nord rendono importante la propria essenza, capisco allora John Grant che ha scelto l'Islanda, e che non fa altro che scattare fotografie e pubblicarle su Instagram, come a volersi impossessare del proprio io e al tempo stesso condividerlo con l'universo intero, espandendolo all'infinito.
Mi sto innamorando.


Il pensiero della musica nascerà e si svilupperà nella chiarezza e nella trasparenza: si dipanerà come un armonioso gioco di linee e non attraverso grovigli e agglomerati.
Glenn Gloud

"Di qui la preferenza per una concezione lineare e contrappuntistica, di qui la congenialità assoluta per J. S. Bach, di qui la diffidenza, quasi la repulsione, per quei tipi di scrittura che mirano all'agglomeraggio, al fondu, agli aloni, alle iridi, alle pedalizzazioni e di qui anche la diffidenza nei confronti della grande forma-sonata, dove il discorso musicale viene drammatizzato, con una sorta di iper evidenza teatrale attraverso l'opposizione dei temi."
Enzo Restagno sulla filosofia di Glenn Gloud

Il pensiero di Restagno, quindi la filosofia di Gloud, è la mia idea di Nord.
E di vita.


martedì 5 novembre 2013

Le cose e le case, i Mon Cheri ed un amico perso troppo presto



Una volta conoscevo un artista circense. Faceva il mimo di mestiere, aveva studiato alla scuola del grandissimo Marcel Marceau. Lui mimava vite non sue e luoghi nei quali vivere. Poi la malattia l'ha devastato dentro e fuori, ed è morto a 31 anni portando con sé le stesse vite che mimava e lasciando a me una roulotte nella quale teneva di tutto, compresi i libri mai letti che gli avevo regalato. Era un amico, per me, ed io ero un'amica per lui. La profondità dei suoi occhi neri di origine tunisina, mi aveva insegnato che siamo come le lumache, procediamo lentamente trascinando dietro la nostra casa, i nostri oggetti, i nostri abiti per ogni occasione. E nello spostarci lasciamo dietro di noi una scia luccicante, che asciugandosi, però, non lascia traccia.
L'idea di volere assolutamente lasciare qualche segno, ci spinge a figliare, a mettere firme ovunque, a creare un qualcosa che porti il nostro cognome con onore e gloria. Per quando non ci saremo più, certo, ma anche per essere qualcosa di evidente, qualcuno di rilevante. Per occupare il nostro posto nell'orchestra, e suonare il nostro strumento accordato insieme agli altri, magari sognare di essere quel primo violino che dà il La prima del concerto e che si distingue dall'ensemble degli altri orchestrali, con voce solista.
Il mio amico Pierre Taleb, diceva sempre una cosa che a molti risulta ovvia, ma che adoravo dicesse: gli oggetti non valgono per il loro valore intrinseco, ma per ciò che sono e che rappresentano. Per cui se possiedi un anello con diamanti che non ti ricorda niente, vendilo, e comprati un viaggio da fare da solo o con qualcuno. O compra un divano letto per l'ospite che non hai mai potuto invitare a casa tua.

Quando entro nella mia casa sarda, come è successo questo fine settimana prolungato, ritrovo le tracce. Non sono solo tracce estive, sono anche oggetti invernali portati durante l'anno, ricordi di capodanni esposti al maestrale, tappi di spumante con sopra incisa la data - vecchio vizio di mio padre -. Date di compleanni, anniversari, accaduti cinque, sei, otto, persino 28 anni fa. Asciugamani con le iniziali ricamate sopra, ma di chi? Di qualche ospite che le ha lasciate, di una zia, un cugino, forse di un'amica di mio fratello. Oppure rubate negli alberghi o nei traghetti.
Angoli di casa dove si sono consumate tresche estive; posti in giardino cambiati dalla natura, ma che portano lo stesso odore di quella volta "che ti ricordi quando ci siamo mangiati la pasta con le acciughe e tu eri ubriaca".
Anche aprire l'armadietto del bagno è un viaggio nei ricordi. Le tracce anno dopo anno sono rimaste là, ingabbiate. Il Cicatrene comprato da me nel 2009 quando mi sono raschiata il braccio sugli scogli; la Tachipirina sempre nuova da quando abbiamo bambini; un solvente per smalto di marca francese, quello forse era di mia madre quando venne nel 2001; una bomboletta che si chiama Silent per evitare di russare (c'è un'indagine in corso, ancora non ho capito a chi è appartenuta); l'aspirina americana di mio fratello, la confezione da 100 pasticche; lime per unghie e pinzette dimenticate là da tutti, una vecchissima cipria, forse di mia nonna.
La libreria che mio padre tenta faticosamente di mantenere coerente, quindi solo libri di storia sarda e del mediterraneo, viene disordinata dai dvd dei cartoni animati, da romanzetti gialli estivi comprati a 5 euri e abbandonati là in attesa che qualcuno li veda, li prenda e se li porti sul comodino o in spiaggia, per poi non leggerli, ovviamente. Da scatole di pastelli colorati e di acquerelli che servono a mio fratello per dipingere e ai bambini per fare i loro capolavori. Le carte nautiche, altro orgoglio paterno, così perfettamente incorniciate ed appese ai muri del soggiorno, devastate dai post-it artigianali dei bambini, dai fogli con gli appunti di una partita a carte, vinta da N.L.  e giocata contro IO, Giorgia B. e TU. Chi siano non lo so, e come con le asciugamani cifrate la mia mente viaggia tra i nomi e i cognomi degli ospiti, degli amici, degli amici degli amici. E ripercorro voci, idee, volti, di persone che quasi dimenticavo, ma che hanno trascorso settimane a casa nostra, giorni, notti, pranzi e cene di 6 ore.

Poi ci sono i capisaldi:
- La felpa della morta 
Da quando la casa appartiene a me e a mio fratello, non disdegniamo ogni tanto di affittarla, cosa che mio padre detesta a tal punto da definirci "figli attaccati ai soldi ebbasta". Una volta l'abbiamo affittata ad una coppia di Bergamo. Lei aveva lasciato una felpa nera, che non ha voluto indietro. Le avevo parlato al telefono per chiederle se voleva che gliela spedissi, e ricordo benissimo che mi aveva detto "tienila tu, è di marca sai, l'ho comprata da Sport Center una volta che tirava un maestralaccio terribile, ma non l'ho mai messa e l'ho lasciata là apposta". L'anno dopo siamo venuti a sapere che la poverina era morta, ma la sua felpa nera comprata in un giorno ventoso, è sempre nel nostro armadio. Non riesco a buttarla via, voglio che rimanga a casa nostra. Mio fratello mi deride da cinque anni chiedendomi se ho buttato la felpa della morta. Felpa che tra l'altro è tornata utilissima in diverse occasioni, quando ad esempio qualche signora o signorina ignara del clima delle serate maddalenine di luglio, viene a cena da noi tutta scollacciata e poi muore di freddo come un merluzzo della Findus.

- La maschera di nonno
Mio nonno David, israeliano fino al midollo, era un grandissimo pescatore di frodo. Nel senso che una ventina di anni fa praticava la pesca subacquea con il fucile nelle smeraldine acque dell'arcipelago maddalenino. Lo detestavamo e glielo dicevamo tutti, compresa sua figlia. Aveva una maschera gialla, abbastanza ridicola che io definivo "da sommozzatore" per imponenza e forma. Nonno non è più venuto perché offeso dal nostro atteggiamento che definiva "ridicolmente e esageratamente animalista", e la maschera è rimasta nell'armadio a muro dove teniamo le cose per il mare. Quando qualcuno perde la maschera o ne è sprovvisto, si prende quella di nonno aggiungendo "tanto non mi vede nessuno, me la metto al largo".

- Il wok e la pescieraIl wok che teniamo in cucina credo sia stato uno dei primi apparsi in occidente. Pesa una tonnellata perché di ghisa, è enorme, e mio padre lo portò da Ginevra in aereo, quando ancora si poteva viaggiare senza denudarsi e/o giustificarsi. Questo wok ha visto di tutto, dalla paella reinventata, al cuscus rigorosamente israeliano, fino alla pasta con i ricci. Tace in cucina sopra il mobile, avvolto in una busta azzurrina. Non entra in nessun scaffale, e suscita sempre la solita domanda negli avventori "ma là, sopra lo scaffale, cosa c'è?", la risposta sarcastica di mio fratello è sempre "un souvenir orientale in ghisa per cucinare cose che si possono fare anche in una padella antiaderente".
La pesciera, invece, ha tutta un'altra storia ed altri connotati.
E' un tegamone in acciaio lungo e stretto, con il coperchio e un altro tegamone forato al suo interno per scolare il pescione una volta lessato. Credo sia la dimensione più grossa di pesciera in commercio, e venne regalata a mio fratello quando si sposò. Sempre sarcasticamente, dice che ha divorziato per potersi disfare soprattutto della pesciera. Ricordo ancora sto pacco enorme avvolto in una carta dorata damascata, e ricordo benissimo il luccichìo negli occhi di mia cognata quando si trovò davanti al regalo, chissà cosa sperava ci fosse dentro. Ma indelebile è il ricordo della delusione quando scoprì la pesciera. "Dai, ti compri una ricciola da venti chili e inviti gggente", le ho detto per tirarle su il morale "No, vi serve al mare" fu la sua secca risposta. E infatti ci serve tantissimo, tanto da trovare posto nell'armadio delle coperte. E' messa in modo che tutte le volte che si prende una coperta, lei sporge strisciando sul legno dell'armadio e a volte casca producendo un frastuono che perfora i timpani.
Questa estate, verso le tre di notte, io e Steve abbiamo sentito il frastuono di cui sopra, e mio marito "tranquilla, è solo qualcuno che sente freddo ma la pesciera non è d'accordo".

- L'olivo di Natale
Diversi Natali fa, abbiamo scelto di passare le feste alla Maddalena. Tutti. Famiglie e famiglie allargate comprese. Durante i preparativi abbiamo stabilito (ho deciso io, lo ammetto) che il tradizionale abete addobbato, stonava un po' con l'ambiente, così come una cozza in Val D'Aosta. Mio fratello è stato obbligato ad andare al vivaio di Arzachena per comprare un olivo in vaso, che ha trovato posto al centro della sala. I bambini si sono divertiti ad addobbarlo il 24 dicembre, dopo che li avevamo costretti a produrre con l'argilla e le tempere addobbi a forma di "qualcosa di marino e al tempo stesso natalizio" come ordinò mio padre. Mio nipote fece uno squalo con le gambe e i denti insanguinati. Papà acconsentì controvoglia ad appendere quell'orrido addobbo insieme alle stelline marine colorate e ai pesciolini con i cappelli di Babbo Natale "il Natale è una festa importantissima per i cristiani, non si deride" ammonì così Matthieu, il quale sottolineò il fatto che l'uomo squalo è ebreo come lui, e scusandosi disse che non aveva capito. Fu una risposta così bella che mio padre decise di premiare mio nipote mettendo l'addobbo orrorifico in cima all'albero, ben evidente.
Dopo le feste l'olivo fu liberato dagli addobbi, Teresa, la signora che si occupa della casa quando noi non ci siamo, lasciò lo squalo-uomo killer in cima all'albero perché troppo in alto. La pianta fu portata fuori in giardino con il suo addobbo insanguinato. La figura in argilla è ancora là, un po' scolorita, la tempera rossa che simula il sangue ha assunto il colore del mandarino, ma il vento non ha sradicato l'addobbo di Matthieu. Mio nipote oggi ha 10 anni et utte le volte che passa dall'olivo mi dice che è stato il più bel Natale di tutta la sua vita, l'unico nel quale ha potuto essere veramente creativo.

- Il telo di Braccio Di Ferro
I teli per il mare sono articoli in continua evoluzione, cambiano con gli anni, diminuiscono, aumentano. Solo uno è sempre là: il mio asciugamano di Braccio Di Ferro. Mio fratello a 16 anni era già in fissa con New York, passò tre mesi in quella città. Al suo ritorno mi portò, tra le altre cose, l'asciugamano di Popeye comprato nonsodove per pochi dollari. "gli americani hanno cotone e spugne ottimi!" disse mia nonna con il suo asciugamano da 5$ fiorato in mano. Forse lei pensava alle piantagioni, ai negrieri, all'epopea degli stati del caffè e del tabacco. Io penso al gesto affettuoso di un fratello per la sua sorellina di dieci anni, penso al fatto che la copertina di Linus è comunque un qualcosa di cui abbiamo bisogno un po' tutti. Il mio asciugamano di Popeye non lo presto a nessuno, e si trova nell'unica casa dove so che ogni tanto torno. L'unica roulotte che conosco da quando sono nata.


Post dedicato al mio amico Pierre Taleb, che mi manca da due anni. Gli ultimi tempi comunicavo con lui solo tramite Skype e email, perché mi trovavo in Brasile in quel periodo. Lui aveva la passione per i Mon Cheri, i cioccolatini della Ferrero che io gli portavo tutte le volte che andavo in Francia dall'Italia. Passione condivisa con la sottoscritta, per altro. Mi chiese di scrivergli perché mi piacessero ed io gli mandai un'email che gli piacque tantissimo, talmente tanto da farmi giurare di pubblicarla sul blog in modo che chiunque la potesse leggere. Io non la pubblicai, era una cosa nostra e ne ero gelosa. Ma credo che avesse ragione, in fondo è solo un cioccolatino, quindi traduco e l'appiccico qui sotto.

...noi (io e te, non è un noi globale) preferiamo i Mon Cheri, ma la nostra non è una preferenza dettata dalla pancia e basta, c'è tutta una filosofia dietro e una gamma di sensazioni erotiche da far impallidire Anaïs Nin.
Cominciamo con l'involucro. Il Mon Cheri è avvolto da una doppio strato di carta. Il primo è trasparente, lucido, e lascia intravedere ciò che c'è sotto. La carta stagnola rosa sotto il primo strato, è quasi vellutata, morbida come la pelle appena idratata, ed è di un rosa antico, ottocentesco. Mentre mangi il cioccolatino, non puoi fare a meno di stirarla con le dita, aprirla, accarezzarla fino a levarle tutte le pieghe, fino a renderla un quadratino morbido come un petalo di rosa, come le labbra di una fanciulla vergine in un quadro preraffaellita. Penso sempre che schiudere, aprire un Mon Cheri, sia come baciare, entrare a contatto con qualcosa di ignoto che puoi solo immaginare ma mai sapere con certezza come sarà.
Una volta scartato, il cioccolatino si presenta a noi scuro, lucidissimo, a forma di scrigno con la parte superiore rigata, in modo che possa essere preso senza che scivoli, e qui proporrei un applauso all'ingegnere progettista. Non è come, ad esempio, il Lindor, che per quanto buono e caruccio, ha un aspetto poco rassicurante, hai sempre paura ti sfugga di mano come una pallina da ping pong. Le dimensioni del Mon Cheri sono perfette per una bocca femminile, e per alcune bocche piccole maschili (non ridere, ti vedo che stai ridendo, sai). Entra con delicatezza, ma al tempo stesso con fermezza e determinazione, e lo si adagia sulla lingua perché si sa che dentro è liquido. Mentre con gli altri cioccolatini, come ad esempio i gianduiotti, ti puoi permettere di addentarli e persino di vederne il contenuto, il Mon Cheri dentro non si può vedere, ma solo sentire. E' un cioccolatino che contiene dei segreti, e solamente i privi di poesia lo rompono sul tovagliolo per vedere cosa c'è dentro, per analizzarlo facendogli subire una vera e propria violenza. Una volta posato sulla lingua, hai due scelte: o lo sciogli in bocca pianissimo fino a romperlo, o lo mordi. Io scelgo sempre di morderlo perché adoro tutto ciò che è croccante, e lui lo è, orgogliosamente. Quando lo rompi arriva l'apice del piacere, il liquido non sai neanche cosa sia, forse rum, ma poco importa, quel che conta e che ti scalda il cuore, pervade la mente, il corpo, come quando si è innamorati. Tra l'elisir e il cioccolato fondente, avverti l'acido dolce della ciliegia, che è il nucleo, il fulcro attorno al quale ruota la filosofia del Mon Cheri. La ciliegia non è croccante quanto l'involucro, né liquida quanto il liquore, è una via di mezzo, ed è sferica, a differenza dello scrigno che la contiene. E' frutta, è organica, una volta stava sull'albero; è maturata al sole, ha vissuto per essere racchiusa dentro ad un segreto. E' proibita, la poi raggiungere solo se scegli di provare anche le altre sensazioni che il Mon Cheri è disposto a darti. Sta a te scegliere.

ciao Pierre

lunedì 28 ottobre 2013

Nicole intervista Leblanc in aereo



N - Buonasera.
L - Buonasera.
N - Che mani fredde e sudaticce, paura di volare? L'avevo anche io, ho dovuto dare terapia per superarla, in parte.
L - Sì ho un po' paura, ma non apriamo un fascicolo in merito, procediamo con l'intervista.
N - D'accordo, come vuole. Mi sono scritta le domande, la prima: è consapevole che domani mattina le toccherà prendere un altro aereo?
L - Ma che domanda è?
N - Niente, scherzavo. Dunque, le hanno mai chiesto di scrivere un libro?
L - Sì.
N - Oh, e quale editore?
L - Editore? Nessun editore, me l'hanno chiesto gli amici.
N - Va beh, ma questo non è chiedere di scrivere un libro, è più un complimento.
L - Macché, i miei amici non mi fanno complimenti, sono obiettivi, pensano che abbia qualcosa da raccontare e pensano bene.
N - E lei ha dato loro retta?
L - Certo.
N - E di cosa parla questo libro?
L - Dei miei due anni in Arizona.
N - E...?
L - E..cosa? Non le sembra abbastanza? Due anni consecutivi in un ranch insieme ai cowboy, i fucili e le vacche e lei mi fa intendere che non ci sia niente da raccontare?
N - Quindi è autobiografico?
L - Al novanta per cento.
N - E in quel dieci per cento cosa si è inventata?
L - Una storia d'amore.
N - Benissimo, fa vendere copie.
L - Il mio scopo non è quello di vendere copie, sa'.
N - E qual è?
L - Nessuno scopo, solo voglia di coccolare l'ego.
N - Care queste coccole.
L - Ancora non l'ho pubblicato, è in un file dentro al mio vecchio Vaio, che tra l'altro non si accende neanche più. Dovrei prendere il disco rigido, recuperare i dati, fare tutta una serie di cose che non ho voglia né tempo di fare. Il mio ego dovrà aspettare.
N - Anche io ho scritto qualcosa...
L - Scusi sa, biondina, ma qui sono io che parlo della mia vita e lei che mi fa le domande.
N - Ha ragione bionda, però questa sua ultima risposta mi ha ricordato del file che tengo nei documenti, quello che si intitola EroS.
L - E che titolo sarebbe?
N - E' un gioco, eros, ero Saffie. Capito?
L - Lei ha scritto un libro che si intitola EroS?
N - Non è un libro, sono 10 racconti erotici che ho scritto quando ero incinta.
L - Santo Cetriolo...
N - Che c'è?
L - Ma una quando è incinta non pensa a scrivere racconti erotici!
N - Beh, ero all'ottavo mese, non lavoravo, dovevo stare ferma a letto a causa di contrazioni premature e quindi ho scritto qualcosa che mi divertiva.
L - Con quel pancione?
N - Senta, adesso non mi farà tutta la scandalizzata che le si vede pure l'autoreggente, e tiri giù la gonna, perdinci!
L - Che me ne frega, siamo tra donne, voglio stare comoda! Devo per forza accavallare le gambe, che tra l'altro non c'è neanche spazio su questo velivolo infernale?
N - Continuiamo con le domande: cosa ne pensa del datagate?
L - Beh penso che... scusi, sa, ma racconti erotici, come?
N - Ahahah!
L - Non riesco a crederci. Anche io ho avuto una gravidanza, anzi due. Eppure l'unico racconto che ho scritto è stato in occasione di quella volta dell'insalata di riso.
N - Anche io due gravidanze! Dunque. mi racconti di quella volta dell'insalata di riso(?).
L - Semplice: c'era una festa a casa mia ed io avevo fatto anche l'insalata di riso. Mio fratello l'assaggia e mi dice storcendo la bocca "sa di frigo" (cosa abbia voluto dire non so, ma ho intuito non fosse proprio un complimento). Io accuso il colpo chiudendomi in un mutismo impenetrabile. Quando vanno tutti via, io e mio marito andiamo a letto, ma io continuo a pensare all'insalata di riso che sa di frigo e non riesco a dormire. Scendo giù in cucina verso le quattro di notte, assaggio l'avanzo di riso rimasto e decido di fare la maionese.
N - Perché decide di fare la maionese?
L - Per migliorare l'insalata di riso avanzata, ma che domande! Le sue gravidanze sono sexy e le mie pazze, e allora? Dunque, metto tutto nel mixer, uovo, olio, sale, limone, come ho sempre fatto. Frullo, ma la maionese impazzisce.
N - Un dramma vero.
L - Già. Allora decido di farla a mano, prendo di nuovo tutti gli ingredienti e comincio a sbatterli forte con la frusta. Seduta per terra, con la ciotola tra le gambe.
N - Ahi, e qui potrei continuare io trasformando il racconto di cucina domestica ossessivo compulsiva, in qualcosa di più interessante.
L - E mi lasci finire, biondina inutile! Insomma, la maionese non mi vuole proprio venire, tutti gli ingredienti si decompongono sotto il mio sguardo allarmato, mentre le lacrime cominciano a rigarmi le guance. Ma non singhiozzo, piango in silenzio.
N - Beh, finito così?
L - No, entra mio marito in cucina.
N - E..?
L - E basta, mi sfogo con lui, urlo, dico anche le parolacce.
N - Uh - uh.
L - Gli dico urlandogli in faccia cose tipo è colpa tua se la mia insalata di riso sa di frigo e se la mia maionese impazzisce!
N - E lui che fa??
L - Niente, mio marito è inglese con il fair play.
N - Immagino che sia l'unico uomo disponibile a sopportare una svalvolata seduta per terra con la ciotola di maionese impazzita tra le cosce!
L - Lei non immagini i fatti miei, per piacere. Immagino che lei, invece, coltivava rose, ricamava scarpette e scriveva racconti erotici durante la sua gravidanza, ma sappia che io sono una creativa dell'umore, con me non ci si annoia. Saicheppalle invece, sopportare una che scrive zozzerie su un pc con il sorriso da Peppa Pig stampato in faccia.
N - Le mie non erano e non sono zozzerie! Ma come si permette? Scrivere di eros è un'arte complessa, bisogna stare attenti ad ogni parola, ad ogni virgola. Saffie ero io, in quei racconti. C'è tutto il mio cuore là dentro.
L - Che fa, piange?
N - No, ho la congiuntivite.
L - Istantanea.
N - Immediata.
L - La concludiamo qui quest'intervista?
N - Tra dieci minuti atterriamo, sì, chiudiamola qui. La proseguiamo domani sull'altro volo?
L - D'accordo, ma faccia domande più interessanti.
N - Tipo?
L - Che ne so, tipo "Cosa ne pensa dell'evento ne La Logica del Senso di Gilles Deleuze?"
N - Anche lei appassionata di Deleuze?
L - Sì tanto, anche se sa un po' di frigo.


L'attore rappresenta, ma ciò che egli rappresenta è sempre ancora futuro e già passato, mentre la sua rappresentazione è impassibile e si divide, si sdoppia, senza rompersi, senza agire, né patire. Il paradosso del commediante allora si fonda sull'istante in cui deve contemporaneamente anticipare, ritardare, sperare e ricordare.

La Logica del Senso - Gilles Deleuze

lunedì 21 ottobre 2013

Ken e Action Man, dialogo e depravazione a fiumi (Two Mothers)



Two Mothers.
Ho deciso di vedere solo filmacci, embè?
Di cosa parla il film scandalo dell'anno? Di due amiche ultraquarantenni gnocchissime, madri entrambe di due diciottenni gnocchissimi, che decidono di lasciarsi coinvolgere sentimentalmente e sessualmente ognuna dal figlio dell'altra, che peraltro conoscono fin dai primi vagiti. Diciamo che si passa direttamente dal vagito alla vagina, tanto per fare un simpaticissimo e raffinato gioco di parole.
Una è interpretata da Naomi Watts, l'altra da una sensualissima Robin Wright. Il film è girato in Australia: le due gnocche vivono in case stupende sull'oceano, e i rispettivi figli, Ken e Action man, cavalcano le verdi onde con le loro tavole da surf. Non si capisce bene come il quartetto riesca a mantenere un tale tenore di vita, dato che tutto il giorno non fanno altro che bere drink e spappardellarsi sulla spiaggia, però ogni tanto si intravede la Wright in una galleria d'arte, lasciando intuire che lavora, ma fa qualcosa che non la fa tanto sudare né soffrire di insonnia. Forse un po' di precariato avrebbe movimentato la faccenda: avrebbero dovuto girarlo in provincia di Bari, il mare c'è anche là.
Ci si aspettava un quasi porno, da come era stato descritto dalla campagna pubblicitaria e dall'etichetta di film-scandalo che gli era stata appiccicata sopra. Invece si vedono solo un paio di culi (uno della Wright e l'altro di Action Man, siamo tutti per le pari opportunità).
Provo a descrivere l'utilità di questo filmone, scrivendo un dialogo che di fatto non esiste nel film, ma che rende bene l'idea di cosa succeda. E' tra Action Man (AM) e Ken (K), i due figli della gnocche.

K - Sono innamorato di tua madre.
AM - Fai bene, sei un grande. Te la sei scopata sul divano?
K - Non ancora, solo sul letto. Tu la mia dove te la sei fatta?
AM - Sul letto e sulla rotonda sul mare. Guarda che ti faccio mangiare la polvere, così. Rimettiti in pari, dobbiamo essere due a due sui luoghi del sesso.
K - Pensavo alla spiaggia, poco originale ma per lo meno arriviamo a due pari.
AM - Bravo, si. Chettefrega dell'originalità.
K - Oggi dopo la surfata imbastiamo una cena a quattro, poi ognuno a casa dell'altro. Tu a casa mia con mia madre, e io a casa tua con tua madre. Poi ci scambiamo pure le figurine di Harry Potter, domattina verso le dieci.
AM - No, io domattina devo andare da mio padre che fa l'impresario, e scoparmi una ventenne per ricordare a me stesso che devo stare con una delle mia età. (Poi lui si metterà con una 18enne e le farà subito sfornare un figlio, tanto per essere sempre sull'onda del rapporto con la forbice d'età)
K - E' quello che ripete sempre anche mia madre..no, scusa, mi sono sbagliato, tua madre...no anzi no, mia madre e tua madre. Sto a fa' un casino che lèvati!
AM - Guarda che so' riconoscibili, una ha i capelli corti e l'altra lunghi, non ti puoi sbagliare.
K - Certo. Comunque io sono innamorato di tua madre, non potrei mai scoparmi le altre. Infatti alla tua festa mi prenderò la prima ventenne che vedo, foss'anche la gatta. Ah ma non ci sono gatti in questo film, solo bikini, spiagge e lenzuola.
AM - Perché siamo in un film?? Cazzo!!! Fammi fare lo sguardo più intelligente, allora!
K - Non ci riuscirai mai, sembri uno che non capisce le equazioni di primo grado.
AM - Guarda che ti mordo la coscia sott'acqua!
K - No, io la mordo a te, e le nostre madri-amanti-fidanzate, poi ci soccorrono eccitate.
AM - Ma sei scemo? Quante tavole da surf sul capo ti sei beccato? Il solito biondo surfista cretino.
K - Ha parlato Eisenstein.
AM - Chi?
K - Boh, è il primo nome difficile che m'è venuto. Ma a proposito di venire, quante volte stanotte?
AM - Pare tre, poi sono andato al frigorifero a scolarmi due litri di latte e Nesquik.
K - Mia madre ha sempre avuto delle grandi potenzialità Se vuoi arrivare a quattro, falle il solletico sotto i piedi.
AM - Ma che davero?
K - Certo, me lo raccontava mio padre prima si schiantasse in macchina.
AM - Ah già, dimenticavo la cosa della rielaborazione del lutto..va beh, sono particolari che in sto film non ci devono stare, qui si tromba.
K - E allora annamo no? Fino a che non le facciamo diventare nonne ingravidando altre due con la metà dei loro anni, poi ci separiamo e ritorniamo a ingropparcele in spiaggia.
AM - Ottimo! Le nonne sono ancora meglio.
K - Ma il senso di tutto questo?
AM - Non farti troppe domande, calati le braghe e basta, altrimenti se pensi mica ci stai a girare sta vaccata.
K - Vero. Ciao, vado a spalmarmi il grasso di foca sugli addominali!
AM - Io a sollevare con l'erezione 10 volte il castello dei playmobil ! Ciao Bello!
K - Ciao Bello!








mercoledì 2 ottobre 2013

a James Hunt piaceva la gnagnera



Rush è un film di Ron Howard. Non solo, è un film che parla di Formula Uno. C'erano tutti i presupposti per non andarlo a vedere. Poi, come spesso accade, mi lascio convincere dal parere di amici fidati che è bellobello wow vai che aspetti!! Saranno uomini che si eccitano con i rombi dei motori? No, sono anche femmine che glie piasce Pukka a dirmelo. Quindi va beh, si va, per la gioia di mio marito che non vedeva l'ora di ascoltare la Ferrari anni 70 che fa wrooooooooom. C'era l'anteprima con ospitini illustrissimi, qui a Stavanga. Facciamo parte dell'high society. I comuni mortali dovranno aspettare domani, per vedere sto gran capolavorone.
Partirei da un punto importantissimo: James Hunt. Per chi non lo sapesse (tipo me prima, adesso so, purtroppo, di chi si tratta) sto James era un inglese pilota storico rivale del ben più importante Niki Lauda (che sarebbe anche un po' parente di mia nonna da parte materna, e va beh, esticazzi, giusto?). Dunque, James Hunt (porello) era un belloccio al quale piacevano le gonnelle e le feste. Questa è la sintesi del personaggio. Uno dice evabbè, dato che si parla di lui in quasi tutto il film, ci sarà qualche approfondimento, no? Qualche dettaglio, qualche parola, qualchecosaacaso che lo fa sembrare pure un essere umano. La risposta è no. Il roscio di Happy Days delinea il suo personaggio principale - chiamiamolo pure "personaggio chiave attorno al quale ruota tutta la piccola morale da americano un po' così, come dire, inetto" - come se fosse un pupazzo. In effetti l'attore scelto per il ruolo (Chris Hemsworth) ricorda tanto un Ciccio Bello sviluppato. Ha un po' la faccia da bombolone insipido, e mi meraviglio dei commenti delle mie amiche in merito al tipo. Me le sdraierei, è il più raffinato dei commenti. Ci farei robbba, l'intermedio. Il più spinto non ve lo racconto. In effetti anche io ci fare robbba, però mentre faccio le parole crociate, mentre spiccio casa, mentre leggo l'oroscopo o mentre metto il top coat sopra lo smalto di Dior. Non me ne accorgerei, penso. Hunt è una sorta di Ken (l'amico di Barbie) e per tutto il film ho sperato che prima a poi facesse outing come in Toy Story 3, e si mettesse a sculettare dicendo a Niki Lauda: ma tu sei pazzoooo!!! Sarebbe stata una svolta che avrebbe nobilitato parecchio il film e la fama da americanino un po' così di Howard. Lo spettatore, secondo il roscio di Happy Days, è un po' grullo. Perché si capisce dalla prima scena, quando entra Ken con la sigaretta pendula e l'espressione da escobador, che è uno che glie piasce la gnagnera. Invece, siccome lo spettatore medio è scemo, bisogna ricordarglielo ogni istante che il poero James Hunt era un donnaiolo. Le scene (che potrebbero anche essere interessanti) dei motori wroooooooooooom sono intervallate da: lui che fa sesso con l'infermiera all'ospedale, lui che lo fa nel bagno dell'aereo con l'hostess, lui che tromba un po' là, un po' qua, un po' dove capita, basta si capisca che a lui piace la gnagnera. Non s'è ancora capito? E' come se io adesso scrivessi A JAMES HUNT PIACEVA LA FIc/gA!!, ad un certo punto chiamereste l'infermiera di prima, ma solo per farmi internare. Però ci sono anche momenti di approfondimento psiccologgico. Quando, ad esempio, conosce una modella (non si sa come...compare, semplicemente). Si presenta, lei ha un cappello a tesa larga che la rende misteriosa e dopo due minuti di dialogo degno di Bbiutiful, lui le chiede di sposarlo. E poi si sposano. Giuro. Accade sul serio. Nel film. Perché mi sono informata, non è andata così nella realtà. E' stata una variazione sul tema del genio di Ron Howard.
L'altro personaggio è Niki Lauda, interpretato dal validissimo Daniel Brühl, che nobilita l'intera fiction..ahem, no scusate, film. Anche qui avviene taglio di accetta per delineare il personaggio, però almeno Niki Lauda/Daniel Brühl ha una storia da raccontare un pochino più interessante. Non per merito del regista americanino un po' così, sia chiaro. Per merito della realtà, che a volte è meglio dei film.
Niki Lauda conosce la sua futura moglie in Italia, salgono in macchina insieme, si brucia il motore. Lei allora, in mezzo ad una campagna che pare nei dintorni di Siena, dice più o meno così: faccio io l'autostop, siamo in Italia, baby! Tradotto: siamo in Italia, in quella nazione a forma di stivale dove sono tutti dei morti di figa, appena vedono una femmina straniera con la gonna vedrai quanti! I due tipi che si fermano si riscattano andando addosso non a lei, ma a Niki Lauda, sono dei fanz! (l'elemento sorpresa di Ron Howard, roba forte). Lo fanno come due scimmie antropomorfe che vedono le banane. Ovviamente entrambi sono neri impeciati, coi baffi, la camicia con le maniche arrotolate, il sudore sulla fronte e l'accento partenopeo. Mi pareva campagna toscana..bah, americanino un po' così sto Howard. Saranno stati due di Posillipo che tra una pescata ammmare e due o sole mio, sono andati in vacanza a Pienza.
Come non notare la presenza di Favino che ormai è richiestissimo come cameo. Peccato che negli Stati Uniti nessuno o quasi sappia chi sia, quindi da cameo mi si trasforma in comparsa. Mi spiace perché l'ho conosciuto l'estate scorsa, è una persona ammirabile e un attore valido. Perle ai porci.
Poteva essere un minimo interessante (ma non più di tanto) approfondire il rapporto tra Lauda e Hunt, rivali sportivi. Invece anche quello è buttato un po' ai maiali, trascurato, appena accennato o tradotto in dialoghi penosissimi che farebbero cascare le balle a chiunque. Dialoghi strumentali che servono per delineare una morale stucchevole da due cent.
La scena finale (cosiddetta scena clou conclusiva) è patetica, Hunt che causalmente incontra Lauda in un hangar mentre le solite gnocche lo tirano per la giacchetta, e lui arrivooooo!!! Per riempire il vuoto spinto dei contenuti qualcosa dovevano pur fare, allora daje di colonna sonora invasiva che non molla mai.

"Che una volta la Formula uno era pericolosa che si moriva e che e le gare erano avvincenti, e io mi ci faccio il film, ecco. Prima gioco con la polistil, però, ecco." Ron Howard una mattina a caso mentre mangia il latte coi cereali.

Un film trattato da americano stupido su un inglese trattato da stupido. -
marito dopo 10 minuti di film