giovedì 13 febbraio 2014

Laetitia



In una notte come questa, nella quale le stelle verdi del cielo polare si specchiano sul mare nero gelato, io mi confondo tra le pieghe delle coperte di un letto che non mi appartiene. Non è un albergo, ma potrebbe esserlo. I quadretti appesi alle pareti non li comprendo, al loro interno figure geometriche colorate: vorrei tanto fosse Kandinsky per trovare un senso.
Tu dormi lievemente, come se tutto il peso del mondo fosse altrove, al sud, o al centro dell'Europa. Lontano dai margini del pianeta, lontano da qui, lontano da noi, lontano da te.
I tuoi capelli dorati li ho pettinati con cura, legati in una treccia perché ti facevano il solletico. E ridevi. Mentre io bevo il mio caffè amaro, tentando di trovare un motivo per meritarti.
Tu respiri come una fata di una fiaba di Perrault.
Osservo il pigiamino con i pinguini, gli animali che preferiamo sono sempre quelli che rappresentano posti lontani. Andremo a trovare i pinguini, te lo prometto. Andremo al polo sud, ti porterò, correremo a perdifiato fermandoci solo per toccarci le gambe indolenzite, e tu riderai, come fai sempre.
La musica più bella per me è l'alternanza del tuo respiro, l'odore più piacevole quello che esce dalla tua bocca; un viso botticelliano, e continuo a chiedermi cosa ho fatto per meritarti.
Ieri mi facevi vedere come il viola stia bene con il rosso, e nel foglio pasticciato hai disegnato un viso ovale, rosso, con gli occhi viola. "Sei tu, mamma". Quando è toccato a me disegnarti, invece ho riprodotto tutto fedelmente, viso rosa, occhi verdi, labbra rosse. Quanto siamo privi di fantasia noi adulti? Tesoro perdonami, prometto di pensare a colori, prometto di uscire dagli schemi. In fondo è un disegno, dentro ci possiamo mettere tutto, reinventarci un mondo, scoprire occhi gialli e volti blu, mani più grandi della testa e gambe più corte delle braccia. A cosa servono le proporzioni? Hai ragione tu, è un disegno.
Sono le quattro e non voglio dormire, voglio rimanere qui a guardarti, ad accarezzarti il viso. Voglio aspettare, vederti aprire gli occhi verdi, immergermi nella luce dove riesco a trovare noi: vivo per questi momenti. Vivo per il rosa delle tue labbra, per la melodia della tua risata, per la seta dei tuoi capelli sempre annodati. Vivo per le manine appiccicose che si incollano ai miei jeans, per il gelato che ti cola dappertutto, per gli urletti isterici che fai quando vedi un ragno, per i tuoi piedini freddi che scaldo di baci.
Quando prima di dormire mi chiedi di cantarti The Little Horses. Vivo.

E quando non ne potrai più di me, continuerò comunque a vivere per te.


mercoledì 15 gennaio 2014

Hollande, mon amour.



"Hollande, mon amour" scrisse Julie Gayet in un sms nel 2010.

Non è vero, non lo so. Però è dal 2010 che sappiamo (noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub) della storia tra i due.
Le foto non c'erano, ma dichiarazioni appassionate di "stima" con occhi a cuoricino di Juliet in ogni dove, dalle trasmissioni televisive, alle interviste, esistevano anche nel 2012 e nel 2011.
Cosa pensavamo noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub? Sostanzialmente che stigrancazzi. Ognuno conduce la vita che gli pare e piace, sceglie di dividere i propri sentimenti come crede, le proprie passioni come e con chi vuole.
Hollande non è sposato. Non esistono first lady nella cultura politica francese, che è, di fatto, abbastanza maschilista da ritenere che la moglie del Presidente debba stare al suo posto.
Questo rigurgito di moralismo medioevaleggiante che leggo ovunque dall'Italia (e non solo) mi fa orrore.
L'attricetta, la puttanella, la fighetta, sono solo tre dei numerosi appellativi che sono stati attribuiti ad una donna (per di più, molto in gamba) colpevole solo di essere "l'amante" (nella vera eccezione del termine, colei che ama) di Hollande. Dove sono le femministe quando servono? Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi sulla dignità femminile, sulla violenza verbale e morale che le donne subiscono ogni giorno?
Dal momento che François Hollande non è neanche un gran pezzo di figo, né possiede il carisma di un dominatore di Nazioni con la spada de foco, allora alle cattiverie gratuite piovute su la Gayet, se ne sono aggiunte altre. Sembrerebbe che il grande interrogativo di molti in questo momento sia: come cazzo fa un cesso con il fascino di un fuco a farsi donne più che piacenti?
Interrogativo che fa piombare la specie umana sotto il baratro nel quale già si trovava, e mi fa pensare che in fondo noi dal berlusconismo non usciremo mai; scorre nelle vene anche di persone che si sono sempre dichiarate contro, come l'illuminato Massimo Gramellini, che oltre a scrivere romanzi pedestri, si spertica pure con articoli degni di una comare invidiosa, facendomi pensare che da certe stronzate scritte così senza cervello, non ci si potrà mai riscattare
http://www.lastampa.it/2014/01/14/cultura/opinioni/buongiorno/ma-come-fa-NnaNlJ9j0BcLCFqh8qpk1I/pagina.html

In conferenza stampa Hollande mostra una dignità ed una fierezza del ruolo che prende a schiaffi qualsiasi basso rigurgito di intolleranza udito e letto in questi giorni. Sono giorni di dolore. Perché nessuno, neanche il Presidente della Repubblica, deve giustificare la propria vita sentimentale.
Non esistono giustificazioni da dare, non esistono risposte. Giorni di dolore se si pensa che siamo ancora lontani dal vedere la luce della via d'uscita del recesso culturale.
Quello che parla di puttanella non è molto diverso dal leghista di negritudine. Sono la stessa persona, rappresentano la stessa subcultura.


Capisco la sua domanda, e sono sicuro che lei capirà la mia risposta.
Ognuno, nella sua vita personale, può attraversare delle prove. E' il NOSTRO caso. Questi sono momenti dolorosi. Ma io ho un principio: gli affari privati si trattano in privato, in un'intimità rispettosa di ciascuno. Non è né il luogo, né il momento per farlo. Ma, se non risponderò a nessuna domanda oggi, lo farò prima dell'appuntamento che avete citato
(l'incontro con la felice coppia Obama)
F. Hollande


Un moralista è il contrario di un predicatore di morale; è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema.
Mi spiace di dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta.
Friedrich Nietzsche

giovedì 2 gennaio 2014

Life is a state of mind



Stavo pensando all'incidente accaduto a Schumacher. E pensavo che uno passa una vita ad evitare il peggio, rischiandolo tutti i giorni. Poi smette di rischiare ed il peggio arriva. Gli auguro di svegliarsi con il sorriso, mi è sempre piaciuto molto, adoro gli "antipatici" perché non pretendono di piacere a nessuno. Come Mr Darcy di Pride and Prejudice.
In questi giorni di vacanza nei quali ho abbracciato più persone del Pontefice, ho capito che forse la vita vale la pena di essere sempre messa ad alto rischio. Il rischio è rappresentato dal mio investimento negli affetti, potrei rimanerne delusa, ferita fino ad entrare in coma affettivo farmacologico. Conseguenze che in qualche modo ho già provato. Mi sono sempre ripresa, ne porto le cicatrici, ma sono ancora qui e continuo ancora a crederci.
Preferisco i silenzi, e dopo un 31 Dicembre passato a Londra, non vedevo l'ora di uscire dalla città per ritrovare i miei alberi, i laghi, i prati e la quiete di un inverno bellissimo: né troppo freddo né troppo caldo. Alla mia ricerca di pace "geografica" si accompagna il bisogno di abbracciare corpi infagottati nel traffico mentale quotidiano; nell'irrequietezza e nell'incertezza di questi giorni. Attraverso le persone ritrovo anche me stessa, ritrovo la mia continua ricerca di equilibri. Rifuggo dalle persone che si sentono complete, perché navigano nel mare dell'ipocrisia e lo fanno a bordo di una zattera. Solamente gli stupidi e i falsi dichiarano di essere sempre felici e appagati. Nessuno di noi lo è, nessuno di noi è completo. Siamo "scherzi di natura", come venivano definite le persone menomate, spesso ripugnanti, dai naturalisti del '700. Non trovando una spiegazione, si riteneva esistesse un ordine scientifico della normalità, per cui, tutto ciò che usciva fuori da essa era ritenuto scherzo di natura. Non esiste uno stato mentale scientificamente normale, non esiste una felicità persistente, non esiste un equilibrio perfetto.
Il benessere fisico e mentale è spesso fugace, ne siamo consapevoli e ne andiamo costantemente alla ricerca.
Il 25 Dicembre a Strasburgo ho stretto le mani di mia nonna, le sue erano calde, le mie fredde. Abbiamo trovato un equilibrio, e alla fine, per pochi minuti, avevamo le mani alla stessa temperatura.
Questa è la mia idea di felicità.


giovedì 19 dicembre 2013

Chiudo così, con un pezzo di vita




Ero partita con lo scrivere una classifica dei film più belli visti al cinema nel 2013, ed una dei dischi più belli comprati sempre nel 2013, poi ho avuto una folgorazione sulla via di Damasco e ho deciso che quest'anno, dopo non so quanti anni, queste due classifiche non le faccio.

Io ho una famiglia piuttosto allargata. Ho due madri, una che mi ha procreato, conosciuta quando avevo 16 anni, e una che mi ha cresciuta da 0 a 18 anni, età in cui sono andata via da casa. Ho un solo padre, e un half-brother compreso nel pacchetto di casa
La mia prima madre, quella che mi ha cresciuta, è ebrea. Mio padre, invece, è cattolico. Ne consegue che a casa mia, fino a quando ci ho vissuto, la visione della vita è stata sempre complicatamente variegata.
Ho conosciuto mia madre biologica, Lisbet, quando avevo 16 anni, proprio in questo periodo: era il 19 Dicembre del 1997. Partii da Ginevra con il TGV, la linea ad alta velocità che raggiunge Parigi. Di lei conoscevo la voce, avevo visto delle fotografie, e sapevo che faceva la cantante e l'attrice a teatro. Per me era un'avventura, avevo scelto di andare a conoscerla senza rifletterci più di tanto, spinta soprattutto dall'ennesimo moto di ribellione.
Avevamo parlato al telefono poche volte e mi aveva trasmesso un senso di profonda malinconia, nonostante nei miei sogni la immaginassi sempre come la fata Turchina, serena e bellissima. Forse è stata proprio quest'aura malinconica, questa vena auto distruttiva che percepivo nelle poche parole scambiate al telefono, a farmi venire voglia di andare a incontrarla.
Lisbet non venne a prendermi alla stazione, perché aveva le prove a teatro. Ricordo che presi un taxi e che andai all'indirizzo che mi ero segnata. Abita all'ultimo di cinque piani di un palazzo tipicamente parigino, con i pavimenti scricchiolanti e la catenella alla porta d'ingresso. Mi aveva detto che m'avrebbe lasciato le chiavi sotto lo zerbino e che dovevo suonare al primo campanello del portone, mi avrebbe risposto una signora anziana, io dovevo semplicemente dire "Bounjour, je suis la fille de Lisbet" e lei mi avrebbe aperto.
Entrata nell'appartamento rimasi stupita: una donna di 35 anni che incontra sua figlia per la prima volta in teoria le dovrebbe far trovare una casa pulita ed ordinata. Sembrava, invece, abbandonata frettolosamente. Io abituata all'ordine cristallino e al rigore di casa mia, non riuscivo a credere che si potessero lasciare le briciole sui divani, i gatti sui cuscini del letto, i vestiti per terra, il bagno con il rubinetto che gocciola e un biglietto sul tavolo, vicino a qualche centinaio di Franchi, con sopra scritto à la Brasserie en bas on y mange très bien!! (alla tavola calda sotto casa ci si mangia molto bene).
Mi ero immaginata tutt'altro scenario.
Dovevo rimanere a Parigi tre giorni, già pensavo che quell'appartamento non sarebbe bastato per me e Lisbet, c'era solo una camera da letto, ed i divani nel soggiorno erano troppo corti, e rigidi.
Mi sedetti in cucina, di fronte al biglietto e ai soldi, e nella mia testolina da adolescente casinista con smanie sovversive, mi resi conto di aver fatto un errore. Forse non ero così "enfant terrible" come credevo di essere, non ero neanche pronta per affrontare madri mai viste.
Guardandomi intorno notai che non c'erano fotografie di Lisbet, solo la locandina teatrale di un musical, dove il suo nome compariva tra la fila di quelli dei coristi. Immaginavo, invece, l'appartamento di una persona di spettacolo, come una sorta di mausoleo dell'ego.
Lisbet arrivò alle sette di sera, entrò a casa mentre io stavo leggendo una rivista trovata in bagno, o per lo meno, mi sforzavo di farlo. Mi trovò seduta sul divano come si trovano i pazienti nella sala d'attesa. Era tutta imbacuccata, con un berretto a righe blu infilato in testa che le copriva quasi tutti gli occhi, uno sciarpone ciondolante e un cappottone color miele che le arrivava fino ai piedi.
Non so descrivere la sensazione che provai, ma mi sentii quasi sollevata nel vederla così. Mi venne incontro, non ricordo se riuscii ad alzarmi dal divano, so solo che il lungo abbraccio avvenne proprio sul divano. Indossava ancora il cappello e il cappotto, solo la sciarpa le era scivolata per terra andandosi ad infilare tra i piedini a zampa di leone del tavolino basso; aveva le mani congelate ed arrossate, gli occhi verdissimi stanchi e odorava di fiori e sigarette: era, ed è, bellissima, di quella bellezza che scalda il cuore. Mi trascinò giù per le scale tirandomi per la mano, e ripetendo ossessivamente che l'ascensore le faceva paura. Mi spiace che non hai mangiato, mi spiace aver fatto tardi, mi spiace veramente, sono un disastro. Arrivammo alla brasserie, ed è proprio là che è iniziato il nostro rapporto. Pensavo di trovare al massimo un'amica, invece trovai una madre, un'altra, quella che incarna la parte di me che credevo fosse semplicemente spirito sovversivo, indolenza, e insofferenza verso tutto ciò che non appartiene al mio modo di vedere la vita. Dietro al disordine, agli spiccioli sparsi nei posti più impensabili, ai vestiti sdruciti e le file di piatti nell'acquaio; dietro ad una vita piena di rimpianti, di passioni bruciate in pochi mesi, di esperienze vissute d'istinto, ci sono le radici di una solidità che ignoravo potesse esistere, che è quella dei sentimenti sempre rinnovati, dell'affidarsi agli altri e nel continuare a credere nei sogni. E' quella dell'onestà dell'animo, che in pochissimi hanno. Capisco perché mio padre perse la testa per lei 31 anni fa, e sono felice l'abbia fatto.
Oggi Lisbet non è diversa da come l'ho vista la prima volta. Grazie a lei ho vacillato più volte, mi sono messa in discussione. Tante delle cose che faccio e che farò, le devo a quel 20 Dicembre del 1997, all'apertura del sipario che per troppi anni è rimasto chiuso, a quegli occhi verdi che mi hanno spesso spinto verso lidi che non mi ero concessa di esplorare. Quando si richiuderà il sipario io avrò raggiunto un equilibrio, e credo proprio che ciò avverrà alla fine dei miei giorni.
Finirà lo spettacolo quando non sarà rimasto più nessuno ad applaudire.


Fare la cantante vuol dire fare anche cose così.
Lisbet


Le Poète est semblable au prince des nuées 
Qui hante la tempête et se rit de l’archer; 
Exilé sur le sol au milieu des huées, 
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
Charles P. B.

mercoledì 18 dicembre 2013

Tempo di classifiche: le migliori dieci scopate del 2013, nomi e cognomi.



Ormai lo sanno tutti che è un'esca, però mi fa troppo ridere il titolo: è da due anni che rido per questa cosa.
Prima classifica, ne seguiranno altre. Chi mi conosce sa quanto le ami. Questa è la top ten dei miei momenti salienti.

Si parte sempre dalla decima posizione, anche se la classifica - in questo caso - segue un ordine di importanza difficile da capire (cioè lo capisco solo io)

10 - Ho finito di finanziare la Pampers: miglior traguardo raggiunto

9 - La peggiore compagnia aerea del 2013 è (rullo di tamburi) Meridiana, la migliore Emirates Airline

8 - Peggior periodo fisico: quando mi sono maciullata la caviglia, preso chili e nevrosi varie

7 - Miglior viaggio: Marocco. Peggior viaggio: New York

6 - La notizia dell'anno: corso nel 2014 all'American Academic of Dramatic Arts

5 - Miglior concerto: Antony and the Johnsons.

4 - Medicinale più gettonato: Xanax

3 - Miglior soddisfazione in terra straniera: patente norvegese

2 - Il più grosso cambiamento: lavorativo. Credo che continuerò su questa strada (forse, penso, si, no, non so, dipende, non risponde)

1 - Cose imparate in via definitiva: rilassarsi, attendere, stare lontana dalla folla.

mercoledì 20 novembre 2013

La gravidanza splatter, anche un po' emo



In questi giorni mi è capitato di leggere polemiche di vario livello in merito al cimitero dei feti, che solo a scriverlo mi tremano le mani. Non credo che sarei riuscita a parteciparvi con la giusta disinvoltura, non per questioni etiche né morali, ma perché trovo tutto, polemiche comprese, abbastanza macabro e fuori luogo. Il dolore è soggettivo e personale, e deve essere libero di esprimersi.
Tra i vari articoli e post che mi sono capitati sotto gli occhi, ne ho letti alcuni in pieno stile 'orgoglio materno', nel quale si disegnavano la maternità e la gravidanza come periodi poetici, magici, pieni di momenti indimenticabili e unici da condividere con il proprio partner. 
Premettendo che i momenti delle mia vita nei quali sono stata più felice sono stati quelli nei quali i miei bambini mi sono stati messi per la prima volta tra le braccia, e che ho allattato entrambi per un periodo talmente lungo da vergognarmi pure a confessarlo, ho deciso di levare un po' di fiori e nuvolette rosa dalla parola 'pancione', per inserire qualche termine realista, o meglio, verista, tipo perdite vaginali, cistite, ragadi ai capezzoli e caviglie gonfie.
La gravidanza la possiamo dividere in 5 fasi letterarie: la ricerca, l'entusiasmo della prima settimana, le vomitate epiche, l'ingombro e l'attesa nervosa.


La ricerca

Tu ed io decidiamo di fare un figlio. A volte capita, non è il nostro caso. Noi dobbiamo deciderlo perché siamo persone consapevoli che sanno come evitare una gravidanza, per tutti gli altri c'è il metodo Oh Gino, quello che fa rimanere incinta anche quando ci si bacia e basta.
La ricerca è il periodo più divertente, se non ci sono problemi. Altrimenti può diventare un incubo. Facciamolo così, alla tal ora, non oggi no, ovulo domani, controlliamo la temperatura, eh ma se insisti poi mi passa la voglia, ma avevi detto che la mattina alle sei funziona meglio, sarà che c'hai gli spermatozoi incapaci, incapace sarai tu, smetti di venire a letto con i bigodini, ecc.
I ritardi del ciclo sono vissuti con estrema emozione, ma a volte, il bastardo, ritarda apposta perché siamo in attesa del ritardo. Paradossale ma vero. Quindi ci illude. E noi lo detestiamo, arriviamo a dire cose del tipo guarda, faccio sto figlio e poi me lo tolgo st'utero del cavolo!

L'entusiasmo della prima settimana

Ci siamo: siamo incinti. E' devastante. In quella settimana accade di tutto, ne esci come Massimo Decimo Meridio dopo una giornata di arena. Siccome la bocca chiusa i tuoi genitori non riescono a tenerla (diventano nonni, non sanno come suicidarsi e scelgono l'invasione dei parenti), dopo due ore da quando si ritirano le analisi, tutti, compreso il bis cugino che sta a Seattle e che non vedi da 23 anni, sanno che sei incinta. Arriva di tutto: telefonate, scarpette di lana che poi ti serviranno come pezza da spolvero, portachiavi a forma di biberon, libri sui nomi, il diario della puerpera, la camicia da notte da parto, persino un libro di astronomia di Paolo Fox. Sei circondata dall'entusiasmo di massa. Lo stesso che ti renderà la vita impossibile nei mesi successivi oooooooooh ma che bel pancione a punta da maschiooooo!!!! ooooooooh ma che bel pancione tondo da femminaaaaaa!!! ma quanto manca??? ancora due mesi?? ancora???Ma vavangulo.


Le vomitate epiche

Le principali caratteristiche delle prime 12/15 settimane sono:
- sete paurosa in qualsiasi condizione, anche mentre bevi litri di acqua
- sonno mortale, ti addormenti subito dopo cena, che neanche a sei anni
- calo della libido, vuoi solo mettere le pantofole e guardare i telefilm sul divano (senza sapere che il calo strategico della libido si vendicherà quando sembrerai una balena e vorrai fare l'amore 24 ore su 24, possibilmente senza pause zabaione)
- fiuto da segugio, senti gli odori amplificati, cucinare e fare la spesa sono diventate imprese stoiche
- l'odio per il caffè anche se sei una caffeinomane da sempre
- nausea invalidante
L'ultima caratteristica è indimenticabile. Puoi anche scordarti la sete, ma la nausea nessuna se l'è mai scordata. Impari a odiarla e odiarti; in ufficio quando sbianchi e dici 'dovrei andare in bagno' noti gli sguardi compassionevoli delle tue colleghe che invece annusano profumi e bevono litrate di caffè e dopo c'hanno pure fame di pizza ai würstel. Tu, rispetto a loro, sei invalida, e già i jeans non si abbottonano più...arriva la depressione, ma dura poco, un mesetto.

L'ingombro

Varia da donna a donna. Io ho cominciato a sentirmi ingombrante al quinto mese, quando nonostante i miei sforzi, ho dovuto ammettere che i jeans di quando ero una sgallettata senza panza, non me li potevo più mettere. Ed ecco che il pancino piccolo dei primi mesi, nella tua mente da anoressica inconsapevole, diventa un pallone impresentabile. Sai che sarà sempre peggio, ma quasi quasi preferisci essere una mongolfiera vistosamente incinta che una che non si sa bene se ha messo su solo un po' di peso o aspetta un bebè. I momenti felici di te e lui che andate a fare l'ecografia (guai se non viene, sareste capace di scuoiarlo vivo e sputtanarlo davanti agli amici dicendo - sto stronzo mica è venuto all'ultima eco, c'aveva da fa' i cazzi suoi- fregandovene se aveva una riunione vitale in ufficio, e se da quella dipendeva tutta la sua carriera lavorativa: lui non è venuto ad una delle 27 ecografie, punto) sono intervallati dalle levatacce a stomaco vuoto (e stare a stomaco vuoto quando si è al sesto o ottavo mese, è durissima) per i prelievi del sangue.
La pancia cresce e cresce tutto: l'appetito, la disistima, il rancore verso chi non ti asseconda, la circonferenza delle caviglie, l'ansia, e la voglia di sesso. Ma non è una voglia normale, è patologica, rasenta la follia, cominci ad essere solidale a tipi come Michael Douglas o Emilio Fede, vorresti essere ricoverata in una clinica per sessuomani: non ce la fai più.
Ovviamente, siccome la faccenda è sempre bastarda, nei periodi un cui sembri obesa e invalida, ti capitano le occasioni mondane più belle della tua vita; matrimoni schiccosissimi, serate, inviti in discoteca, ai concerti rock, viaggi meravigliosi ai quali dovrai rinunciare.
Provi a fare la disinvolta, a uscire con le magliettine aderenti e i pantaloni calati sui fianchi, ma ti senti irrispettosa nei confronti del tuo bambino e della tua condizione. Almeno, a me è successo così, purtroppo.


L'attesa nervosa

Sono gli ultimi giorni, quelli della valigia pronta e della cameretta sistemata a puntino. Hai passato 39 settimane a immaginare, a decodificare ecografie, a fare calcoli, a sognare piedini e manine, tra corsi di respirazione e di controllo del perineo. A proposito del controllo del perineo, aprirei una parentesi. Durante il corso di preparazione al parto mi è stato detto che gli esercizi del perineo vanno fatti tutti i giorni, mentre si legge, si scrive, si potano i fiori, si parla...io non ci sono mai riuscita. Diciamolo: o si contrae il perineo o si parla, poi si finisce per far casino e scambi la bocca con il perineo e viceversa.
L'attesa è nervosa, inutile nasconderlo. Sia per noi, che per il nostro uomo, che durante queste settimane ha anche un po' rotto le palle a più riprese. Se non c'era ci faceva adombrare perché la gravidanza si vive in coppia, se c'era troppo era invadente perché la gravidanza è una cosa sopratutto della donna. Insomma, mai che sia presente in modo corretto, giusto, secondo i nostri desideri da squilibrata ormonale. Eppoi l'abbiamo devastato di domande sul parto. Da una parte ci fa piacere che partecipi e assista alla nascita del nostro bambino, dall'altra ci preoccupiamo. Sverrai? Ti farà impressione la placenta? E se me la vedi dilatata poi ti passa la voglia? E a proposito di questo, e se poi mi cambia? E se te la ricordi come un'orchidea e invece dopo il parto ti sembra un garofano secco?


Il parto dura poco, è il periodo più breve di tutta la faccenda. Si soffre tantissimo, ma poi passa. E subentra uno stato di grazia che non si riesce a descrivere. Il fisico si rigenera, la mente si apre, l'amore lievita come la pasta del pane. Ti vengono i capelli lucidi, le labbra turgide, due tette mostruose e la cameretta è immediatamente vissuta da un pargolo morbido e profumato che piange, dorme e ti succhia la vita. Tu per lui hai tutto il nettare del mondo, forse dell'universo, e solo in quel momento capisci, finalmente, che sei nata per fare la mamma.




giovedì 14 novembre 2013

Il mio post(o) sulla Norvegia



Adesso che si avvicina l'inverno e che le giornate di luce cominciano in ritardo rispetto agli altri Paesi da me frequentati, la Norvegia si prepara ad entrare nel lungo tunnel buio che tanto temevo quando ho deciso di stabilirmi qui. Vivo tutto con estrema curiosità e anche un po' di agitazione, come prima di un viaggio o di un esame. Non so come reagiranno il mio corpo, la mia mente ed il mio bioritmo da cittadina mittleuropea con velleità mediterranee.
Ero stata qui prima di adesso, ma per periodi limitati, e il pensiero fisso di rientrare in Italia o in Inghilterra, mi consentiva di vivere tutto come un gioco, una specie di mosca cieca dilatata nello spazio e nel tempo. Dopo, però, la benda sugli occhi volava via, e il debole sole annebbiato della conca fiorentina, o il blu di Londra (!) mi riportavano all'assurdità della vita, come un risveglio da un cauchemar mélièsiano.
Credo di essere un po' un cane da fiuto, un segugio che individua i luoghi o i fenomeni atmosferici dagli odori. Così all'aeroporto di Olbia, anche cieca e sorda avrei riconosciuto la Sardegna, tanto da dire alla mia vicina di viaggio "Siamo in Sardegna, c'è l'odore".
Il profumo di Norvegia, è, a differenza del suo platonico paesaggio, estremamente sensuale. Muschio, prima di tutto, anche nelle cittadine. Odori di cera, di candele appena spente, ovunque nelle stradine di Stavanger e dentro le case degli amici; negli uffici pubblici odore di libri nuovi, di disinfettante alla menta; nei locali spezie, zenzero, cannella, timo, ginepro e caramello bruciato. Appena fuori dalla città l'odore del mare nordico (diverso dal mediterraneo), di abete, di legno fresco appena intagliato, lo stesso che trovi nei depositi del mobili dell'Ikea, tanto che l'ultima volta che sono andata a correre con un mio collega gli ho detto "it smells Ikea" e lui mi ha risposto "in Tuscany it smells Chianti", la differenza tra una scaffalatura ed un vino.
L'alba arriva tardissimo, verso le otto. Lo spettacolo, nelle giornate serene è emozionante. L'orizzonte soavemente rotto dai fiordi, dal grigio-blu e dal verde delle conifere, viene illuminato da sfumature rosse e rosate, raggi rossi che riflettono stranamente l'oro delle acque e il cobalto delle zone gelate.
Il sole rimane sempre molto basso, come intimidito dalla maestosità della natura che sta guardando. Una specie di spettatore sistemato in platea, o una signora affacciata al davanzale di una finestra. Per questo risulta molto fastidioso, è sempre ad altezza sguardo, sempre presente, quasi invadente, inopportuno.
Nelle giornate di pioggia cambiano i colori, si desaturano fino ad arrivare ad un bianco e nero neorealista. Cambiano anche gli odori, e cominciano a salire dalle banchine lungo i fiordi, le esalazioni di pesce. C'è un piccolo locale appena fuori da Stavanger, che tiene i tavoli all'aperto sulla banchina anche mente piove o nevica, parlando con il proprietario mi ha detto che la cosa più bella da fare durante una giornata uggiosa, è sedersi su una delle sue panchine in legno e bere un tè caldo con il burro e il rum (va beh, sorvoliamo sulla qualità della bevanda) mentre si contempla il fiordo. L'ho fatto, e mi è sembrato buono anche il tè corretto.
L'odore dell'alcol, associato ai fine settimana, alle serata passate a ridere e a precipitare in una dimensione spazio temporale personale e distaccata dal resto del mondo.
Il profumo dell'alcol inizia con il vorspiele, cioè ci si incontra a casa di qualcuno prima di uscire e si inizia a bere, poi si esce e si continua a bere facendo il tour dei locali pieni di gente che ha già iniziato a bere a casa di qualcun altro. Quando si è sufficientemente cotti da cantare per strada senza vergogna alcuna o da fare figli con chiunque foss'anche una renna, allora vuol dire che è giunta l'ora del nachspiele, che è il colpo di grazia. Il nachspiele può portare un italiano medio a tre soluzioni: o dorme, o vomita o trova il coraggio per suicidarsi. Per noi (ci metto anche i noi francesi) bere è il mezzo, per loro il fine ultimo.
Per me bere, invece, è ubriacarmi di cose così:
https://soundcloud.com/amarantemusic/breathe-in


Secondo Glenn Gloud, uno degli artisti più importanti del 900, sugli orizzonti gelidi non si hanno foschie, vapori, miraggi e seduzioni di sorta: tutto resta terso e puro, in una dimensione di assoluta trasparenza. E' l'ambiente ideale per formulare pensieri, per innamorarsi, per approcciare la lucidità e farla propria. I grandi silenzi del Nord rendono importante la propria essenza, capisco allora John Grant che ha scelto l'Islanda, e che non fa altro che scattare fotografie e pubblicarle su Instagram, come a volersi impossessare del proprio io e al tempo stesso condividerlo con l'universo intero, espandendolo all'infinito.
Mi sto innamorando.


Il pensiero della musica nascerà e si svilupperà nella chiarezza e nella trasparenza: si dipanerà come un armonioso gioco di linee e non attraverso grovigli e agglomerati.
Glenn Gloud

"Di qui la preferenza per una concezione lineare e contrappuntistica, di qui la congenialità assoluta per J. S. Bach, di qui la diffidenza, quasi la repulsione, per quei tipi di scrittura che mirano all'agglomeraggio, al fondu, agli aloni, alle iridi, alle pedalizzazioni e di qui anche la diffidenza nei confronti della grande forma-sonata, dove il discorso musicale viene drammatizzato, con una sorta di iper evidenza teatrale attraverso l'opposizione dei temi."
Enzo Restagno sulla filosofia di Glenn Gloud

Il pensiero di Restagno, quindi la filosofia di Gloud, è la mia idea di Nord.
E di vita.