lunedì 28 ottobre 2013

Nicole intervista Leblanc in aereo



N - Buonasera.
L - Buonasera.
N - Che mani fredde e sudaticce, paura di volare? L'avevo anche io, ho dovuto dare terapia per superarla, in parte.
L - Sì ho un po' paura, ma non apriamo un fascicolo in merito, procediamo con l'intervista.
N - D'accordo, come vuole. Mi sono scritta le domande, la prima: è consapevole che domani mattina le toccherà prendere un altro aereo?
L - Ma che domanda è?
N - Niente, scherzavo. Dunque, le hanno mai chiesto di scrivere un libro?
L - Sì.
N - Oh, e quale editore?
L - Editore? Nessun editore, me l'hanno chiesto gli amici.
N - Va beh, ma questo non è chiedere di scrivere un libro, è più un complimento.
L - Macché, i miei amici non mi fanno complimenti, sono obiettivi, pensano che abbia qualcosa da raccontare e pensano bene.
N - E lei ha dato loro retta?
L - Certo.
N - E di cosa parla questo libro?
L - Dei miei due anni in Arizona.
N - E...?
L - E..cosa? Non le sembra abbastanza? Due anni consecutivi in un ranch insieme ai cowboy, i fucili e le vacche e lei mi fa intendere che non ci sia niente da raccontare?
N - Quindi è autobiografico?
L - Al novanta per cento.
N - E in quel dieci per cento cosa si è inventata?
L - Una storia d'amore.
N - Benissimo, fa vendere copie.
L - Il mio scopo non è quello di vendere copie, sa'.
N - E qual è?
L - Nessuno scopo, solo voglia di coccolare l'ego.
N - Care queste coccole.
L - Ancora non l'ho pubblicato, è in un file dentro al mio vecchio Vaio, che tra l'altro non si accende neanche più. Dovrei prendere il disco rigido, recuperare i dati, fare tutta una serie di cose che non ho voglia né tempo di fare. Il mio ego dovrà aspettare.
N - Anche io ho scritto qualcosa...
L - Scusi sa, biondina, ma qui sono io che parlo della mia vita e lei che mi fa le domande.
N - Ha ragione bionda, però questa sua ultima risposta mi ha ricordato del file che tengo nei documenti, quello che si intitola EroS.
L - E che titolo sarebbe?
N - E' un gioco, eros, ero Saffie. Capito?
L - Lei ha scritto un libro che si intitola EroS?
N - Non è un libro, sono 10 racconti erotici che ho scritto quando ero incinta.
L - Santo Cetriolo...
N - Che c'è?
L - Ma una quando è incinta non pensa a scrivere racconti erotici!
N - Beh, ero all'ottavo mese, non lavoravo, dovevo stare ferma a letto a causa di contrazioni premature e quindi ho scritto qualcosa che mi divertiva.
L - Con quel pancione?
N - Senta, adesso non mi farà tutta la scandalizzata che le si vede pure l'autoreggente, e tiri giù la gonna, perdinci!
L - Che me ne frega, siamo tra donne, voglio stare comoda! Devo per forza accavallare le gambe, che tra l'altro non c'è neanche spazio su questo velivolo infernale?
N - Continuiamo con le domande: cosa ne pensa del datagate?
L - Beh penso che... scusi, sa, ma racconti erotici, come?
N - Ahahah!
L - Non riesco a crederci. Anche io ho avuto una gravidanza, anzi due. Eppure l'unico racconto che ho scritto è stato in occasione di quella volta dell'insalata di riso.
N - Anche io due gravidanze! Dunque. mi racconti di quella volta dell'insalata di riso(?).
L - Semplice: c'era una festa a casa mia ed io avevo fatto anche l'insalata di riso. Mio fratello l'assaggia e mi dice storcendo la bocca "sa di frigo" (cosa abbia voluto dire non so, ma ho intuito non fosse proprio un complimento). Io accuso il colpo chiudendomi in un mutismo impenetrabile. Quando vanno tutti via, io e mio marito andiamo a letto, ma io continuo a pensare all'insalata di riso che sa di frigo e non riesco a dormire. Scendo giù in cucina verso le quattro di notte, assaggio l'avanzo di riso rimasto e decido di fare la maionese.
N - Perché decide di fare la maionese?
L - Per migliorare l'insalata di riso avanzata, ma che domande! Le sue gravidanze sono sexy e le mie pazze, e allora? Dunque, metto tutto nel mixer, uovo, olio, sale, limone, come ho sempre fatto. Frullo, ma la maionese impazzisce.
N - Un dramma vero.
L - Già. Allora decido di farla a mano, prendo di nuovo tutti gli ingredienti e comincio a sbatterli forte con la frusta. Seduta per terra, con la ciotola tra le gambe.
N - Ahi, e qui potrei continuare io trasformando il racconto di cucina domestica ossessivo compulsiva, in qualcosa di più interessante.
L - E mi lasci finire, biondina inutile! Insomma, la maionese non mi vuole proprio venire, tutti gli ingredienti si decompongono sotto il mio sguardo allarmato, mentre le lacrime cominciano a rigarmi le guance. Ma non singhiozzo, piango in silenzio.
N - Beh, finito così?
L - No, entra mio marito in cucina.
N - E..?
L - E basta, mi sfogo con lui, urlo, dico anche le parolacce.
N - Uh - uh.
L - Gli dico urlandogli in faccia cose tipo è colpa tua se la mia insalata di riso sa di frigo e se la mia maionese impazzisce!
N - E lui che fa??
L - Niente, mio marito è inglese con il fair play.
N - Immagino che sia l'unico uomo disponibile a sopportare una svalvolata seduta per terra con la ciotola di maionese impazzita tra le cosce!
L - Lei non immagini i fatti miei, per piacere. Immagino che lei, invece, coltivava rose, ricamava scarpette e scriveva racconti erotici durante la sua gravidanza, ma sappia che io sono una creativa dell'umore, con me non ci si annoia. Saicheppalle invece, sopportare una che scrive zozzerie su un pc con il sorriso da Peppa Pig stampato in faccia.
N - Le mie non erano e non sono zozzerie! Ma come si permette? Scrivere di eros è un'arte complessa, bisogna stare attenti ad ogni parola, ad ogni virgola. Saffie ero io, in quei racconti. C'è tutto il mio cuore là dentro.
L - Che fa, piange?
N - No, ho la congiuntivite.
L - Istantanea.
N - Immediata.
L - La concludiamo qui quest'intervista?
N - Tra dieci minuti atterriamo, sì, chiudiamola qui. La proseguiamo domani sull'altro volo?
L - D'accordo, ma faccia domande più interessanti.
N - Tipo?
L - Che ne so, tipo "Cosa ne pensa dell'evento ne La Logica del Senso di Gilles Deleuze?"
N - Anche lei appassionata di Deleuze?
L - Sì tanto, anche se sa un po' di frigo.


L'attore rappresenta, ma ciò che egli rappresenta è sempre ancora futuro e già passato, mentre la sua rappresentazione è impassibile e si divide, si sdoppia, senza rompersi, senza agire, né patire. Il paradosso del commediante allora si fonda sull'istante in cui deve contemporaneamente anticipare, ritardare, sperare e ricordare.

La Logica del Senso - Gilles Deleuze

lunedì 21 ottobre 2013

Ken e Action Man, dialogo e depravazione a fiumi (Two Mothers)



Two Mothers.
Ho deciso di vedere solo filmacci, embè?
Di cosa parla il film scandalo dell'anno? Di due amiche ultraquarantenni gnocchissime, madri entrambe di due diciottenni gnocchissimi, che decidono di lasciarsi coinvolgere sentimentalmente e sessualmente ognuna dal figlio dell'altra, che peraltro conoscono fin dai primi vagiti. Diciamo che si passa direttamente dal vagito alla vagina, tanto per fare un simpaticissimo e raffinato gioco di parole.
Una è interpretata da Naomi Watts, l'altra da una sensualissima Robin Wright. Il film è girato in Australia: le due gnocche vivono in case stupende sull'oceano, e i rispettivi figli, Ken e Action man, cavalcano le verdi onde con le loro tavole da surf. Non si capisce bene come il quartetto riesca a mantenere un tale tenore di vita, dato che tutto il giorno non fanno altro che bere drink e spappardellarsi sulla spiaggia, però ogni tanto si intravede la Wright in una galleria d'arte, lasciando intuire che lavora, ma fa qualcosa che non la fa tanto sudare né soffrire di insonnia. Forse un po' di precariato avrebbe movimentato la faccenda: avrebbero dovuto girarlo in provincia di Bari, il mare c'è anche là.
Ci si aspettava un quasi porno, da come era stato descritto dalla campagna pubblicitaria e dall'etichetta di film-scandalo che gli era stata appiccicata sopra. Invece si vedono solo un paio di culi (uno della Wright e l'altro di Action Man, siamo tutti per le pari opportunità).
Provo a descrivere l'utilità di questo filmone, scrivendo un dialogo che di fatto non esiste nel film, ma che rende bene l'idea di cosa succeda. E' tra Action Man (AM) e Ken (K), i due figli della gnocche.

K - Sono innamorato di tua madre.
AM - Fai bene, sei un grande. Te la sei scopata sul divano?
K - Non ancora, solo sul letto. Tu la mia dove te la sei fatta?
AM - Sul letto e sulla rotonda sul mare. Guarda che ti faccio mangiare la polvere, così. Rimettiti in pari, dobbiamo essere due a due sui luoghi del sesso.
K - Pensavo alla spiaggia, poco originale ma per lo meno arriviamo a due pari.
AM - Bravo, si. Chettefrega dell'originalità.
K - Oggi dopo la surfata imbastiamo una cena a quattro, poi ognuno a casa dell'altro. Tu a casa mia con mia madre, e io a casa tua con tua madre. Poi ci scambiamo pure le figurine di Harry Potter, domattina verso le dieci.
AM - No, io domattina devo andare da mio padre che fa l'impresario, e scoparmi una ventenne per ricordare a me stesso che devo stare con una delle mia età. (Poi lui si metterà con una 18enne e le farà subito sfornare un figlio, tanto per essere sempre sull'onda del rapporto con la forbice d'età)
K - E' quello che ripete sempre anche mia madre..no, scusa, mi sono sbagliato, tua madre...no anzi no, mia madre e tua madre. Sto a fa' un casino che lèvati!
AM - Guarda che so' riconoscibili, una ha i capelli corti e l'altra lunghi, non ti puoi sbagliare.
K - Certo. Comunque io sono innamorato di tua madre, non potrei mai scoparmi le altre. Infatti alla tua festa mi prenderò la prima ventenne che vedo, foss'anche la gatta. Ah ma non ci sono gatti in questo film, solo bikini, spiagge e lenzuola.
AM - Perché siamo in un film?? Cazzo!!! Fammi fare lo sguardo più intelligente, allora!
K - Non ci riuscirai mai, sembri uno che non capisce le equazioni di primo grado.
AM - Guarda che ti mordo la coscia sott'acqua!
K - No, io la mordo a te, e le nostre madri-amanti-fidanzate, poi ci soccorrono eccitate.
AM - Ma sei scemo? Quante tavole da surf sul capo ti sei beccato? Il solito biondo surfista cretino.
K - Ha parlato Eisenstein.
AM - Chi?
K - Boh, è il primo nome difficile che m'è venuto. Ma a proposito di venire, quante volte stanotte?
AM - Pare tre, poi sono andato al frigorifero a scolarmi due litri di latte e Nesquik.
K - Mia madre ha sempre avuto delle grandi potenzialità Se vuoi arrivare a quattro, falle il solletico sotto i piedi.
AM - Ma che davero?
K - Certo, me lo raccontava mio padre prima si schiantasse in macchina.
AM - Ah già, dimenticavo la cosa della rielaborazione del lutto..va beh, sono particolari che in sto film non ci devono stare, qui si tromba.
K - E allora annamo no? Fino a che non le facciamo diventare nonne ingravidando altre due con la metà dei loro anni, poi ci separiamo e ritorniamo a ingropparcele in spiaggia.
AM - Ottimo! Le nonne sono ancora meglio.
K - Ma il senso di tutto questo?
AM - Non farti troppe domande, calati le braghe e basta, altrimenti se pensi mica ci stai a girare sta vaccata.
K - Vero. Ciao, vado a spalmarmi il grasso di foca sugli addominali!
AM - Io a sollevare con l'erezione 10 volte il castello dei playmobil ! Ciao Bello!
K - Ciao Bello!








mercoledì 2 ottobre 2013

a James Hunt piaceva la gnagnera



Rush è un film di Ron Howard. Non solo, è un film che parla di Formula Uno. C'erano tutti i presupposti per non andarlo a vedere. Poi, come spesso accade, mi lascio convincere dal parere di amici fidati che è bellobello wow vai che aspetti!! Saranno uomini che si eccitano con i rombi dei motori? No, sono anche femmine che glie piasce Pukka a dirmelo. Quindi va beh, si va, per la gioia di mio marito che non vedeva l'ora di ascoltare la Ferrari anni 70 che fa wrooooooooom. C'era l'anteprima con ospitini illustrissimi, qui a Stavanga. Facciamo parte dell'high society. I comuni mortali dovranno aspettare domani, per vedere sto gran capolavorone.
Partirei da un punto importantissimo: James Hunt. Per chi non lo sapesse (tipo me prima, adesso so, purtroppo, di chi si tratta) sto James era un inglese pilota storico rivale del ben più importante Niki Lauda (che sarebbe anche un po' parente di mia nonna da parte materna, e va beh, esticazzi, giusto?). Dunque, James Hunt (porello) era un belloccio al quale piacevano le gonnelle e le feste. Questa è la sintesi del personaggio. Uno dice evabbè, dato che si parla di lui in quasi tutto il film, ci sarà qualche approfondimento, no? Qualche dettaglio, qualche parola, qualchecosaacaso che lo fa sembrare pure un essere umano. La risposta è no. Il roscio di Happy Days delinea il suo personaggio principale - chiamiamolo pure "personaggio chiave attorno al quale ruota tutta la piccola morale da americano un po' così, come dire, inetto" - come se fosse un pupazzo. In effetti l'attore scelto per il ruolo (Chris Hemsworth) ricorda tanto un Ciccio Bello sviluppato. Ha un po' la faccia da bombolone insipido, e mi meraviglio dei commenti delle mie amiche in merito al tipo. Me le sdraierei, è il più raffinato dei commenti. Ci farei robbba, l'intermedio. Il più spinto non ve lo racconto. In effetti anche io ci fare robbba, però mentre faccio le parole crociate, mentre spiccio casa, mentre leggo l'oroscopo o mentre metto il top coat sopra lo smalto di Dior. Non me ne accorgerei, penso. Hunt è una sorta di Ken (l'amico di Barbie) e per tutto il film ho sperato che prima a poi facesse outing come in Toy Story 3, e si mettesse a sculettare dicendo a Niki Lauda: ma tu sei pazzoooo!!! Sarebbe stata una svolta che avrebbe nobilitato parecchio il film e la fama da americanino un po' così di Howard. Lo spettatore, secondo il roscio di Happy Days, è un po' grullo. Perché si capisce dalla prima scena, quando entra Ken con la sigaretta pendula e l'espressione da escobador, che è uno che glie piasce la gnagnera. Invece, siccome lo spettatore medio è scemo, bisogna ricordarglielo ogni istante che il poero James Hunt era un donnaiolo. Le scene (che potrebbero anche essere interessanti) dei motori wroooooooooooom sono intervallate da: lui che fa sesso con l'infermiera all'ospedale, lui che lo fa nel bagno dell'aereo con l'hostess, lui che tromba un po' là, un po' qua, un po' dove capita, basta si capisca che a lui piace la gnagnera. Non s'è ancora capito? E' come se io adesso scrivessi A JAMES HUNT PIACEVA LA FIc/gA!!, ad un certo punto chiamereste l'infermiera di prima, ma solo per farmi internare. Però ci sono anche momenti di approfondimento psiccologgico. Quando, ad esempio, conosce una modella (non si sa come...compare, semplicemente). Si presenta, lei ha un cappello a tesa larga che la rende misteriosa e dopo due minuti di dialogo degno di Bbiutiful, lui le chiede di sposarlo. E poi si sposano. Giuro. Accade sul serio. Nel film. Perché mi sono informata, non è andata così nella realtà. E' stata una variazione sul tema del genio di Ron Howard.
L'altro personaggio è Niki Lauda, interpretato dal validissimo Daniel Brühl, che nobilita l'intera fiction..ahem, no scusate, film. Anche qui avviene taglio di accetta per delineare il personaggio, però almeno Niki Lauda/Daniel Brühl ha una storia da raccontare un pochino più interessante. Non per merito del regista americanino un po' così, sia chiaro. Per merito della realtà, che a volte è meglio dei film.
Niki Lauda conosce la sua futura moglie in Italia, salgono in macchina insieme, si brucia il motore. Lei allora, in mezzo ad una campagna che pare nei dintorni di Siena, dice più o meno così: faccio io l'autostop, siamo in Italia, baby! Tradotto: siamo in Italia, in quella nazione a forma di stivale dove sono tutti dei morti di figa, appena vedono una femmina straniera con la gonna vedrai quanti! I due tipi che si fermano si riscattano andando addosso non a lei, ma a Niki Lauda, sono dei fanz! (l'elemento sorpresa di Ron Howard, roba forte). Lo fanno come due scimmie antropomorfe che vedono le banane. Ovviamente entrambi sono neri impeciati, coi baffi, la camicia con le maniche arrotolate, il sudore sulla fronte e l'accento partenopeo. Mi pareva campagna toscana..bah, americanino un po' così sto Howard. Saranno stati due di Posillipo che tra una pescata ammmare e due o sole mio, sono andati in vacanza a Pienza.
Come non notare la presenza di Favino che ormai è richiestissimo come cameo. Peccato che negli Stati Uniti nessuno o quasi sappia chi sia, quindi da cameo mi si trasforma in comparsa. Mi spiace perché l'ho conosciuto l'estate scorsa, è una persona ammirabile e un attore valido. Perle ai porci.
Poteva essere un minimo interessante (ma non più di tanto) approfondire il rapporto tra Lauda e Hunt, rivali sportivi. Invece anche quello è buttato un po' ai maiali, trascurato, appena accennato o tradotto in dialoghi penosissimi che farebbero cascare le balle a chiunque. Dialoghi strumentali che servono per delineare una morale stucchevole da due cent.
La scena finale (cosiddetta scena clou conclusiva) è patetica, Hunt che causalmente incontra Lauda in un hangar mentre le solite gnocche lo tirano per la giacchetta, e lui arrivooooo!!! Per riempire il vuoto spinto dei contenuti qualcosa dovevano pur fare, allora daje di colonna sonora invasiva che non molla mai.

"Che una volta la Formula uno era pericolosa che si moriva e che e le gare erano avvincenti, e io mi ci faccio il film, ecco. Prima gioco con la polistil, però, ecco." Ron Howard una mattina a caso mentre mangia il latte coi cereali.

Un film trattato da americano stupido su un inglese trattato da stupido. -
marito dopo 10 minuti di film

mercoledì 11 settembre 2013

Dialogo in aereo tra Italia, Norvegia e Xanax.



Si sa che sono una volofobica, no? Lo Xanax non serve a una cippa, mi ci vorrebbe l'anestesia totale. Ero migliorata, ma da quando ho iniziato il mio nuovo lavoro a Stavanger, sono di nuovo precipitata (aiutooo!) negli abissi della mia fobia.
In aereo, durante i voli intercontinentali nascono amicizie, amori, si scoprono parentele e spesso si riamane incinta: "tesorino mio, la mamma e quello con il trolley rosso di Casalpusterlengo, ti hanno concepito tra Milano Linate e il Benito Juárez di Città del Messico."
Nei voli brevi, invece, è l'opposto. Nessuna sinergia, nessuna empatia temporanea o "tu saresti figlia del nipote di quel Leblanc che sta in Canada...?". Solo sguardi cagnazzi di gente incazzata nera perché deve andare a lavorare fuori città, oppure chiassosi gruppetti di individui in preda alla tarantola delle ferie (sono generalmente i più rompiminkia coi loro chiacchiericci e risatine inutili sul nulla da gita delle medie), o quando va bene le famiglie con pesti al seguito che ti chiedono sempre di cambiare posto con uno di loro, generalmente col figlio adolescente che siccome è adolescente allora deve essere tritacazzi a prescindere. Poi ci sono quelli che stanno rientrando a "casa", che sono i più dignitosi. Zitti e onesti: stiamo rientrando a casa, ce l'abbiamo scritto sul labbro pendulo inferiore e sullo sguardo da cocker.
Infine, sparuti qua e là, timorosi e vergognatissimi ci siamo noi: i volofobici. Personcine per bene che devono prendere aerei per forza, ma hanno una paura nera. Darebbero qualsiasi cosa pur di farseli a piedi, di corsa, sti centinaia di migliaia di chilometri. Sognano interminabili viaggi in treno, anche in uno di quelli vecchi delle FS dove c'era scritto vietato sputare sotto ai finestrini troppo duri da tirar giù.
Il motivo dello spostamento del volofobico non è importante. Può essere qualsiasi, tanto l'atteggiamento non cambierebbe. Pupille dilatate, fiato corto, pipì anche se è stata appena fatta, sudore freddissimo sul collo, mani rigide color bluastro, schiena monolitica che neanche il colpo della strega e sorriso forzato di quelli che spesso fanno i bambini per non piangere. Ad ogni sobbalzo dell'aereo, il volofobico cerca con l'occhio da fulminato lo sguardo della hostess per vedere se riesce a scorgere un velo di preoccupazione. In genere vuole soffrire in solitudine, non desidera attaccare bottone col vicino che potrebbe distrarlo per pochi secondi dal suo male: perché il volofobico è anche parecchio masochista.
Capita di tanto in tanto, che accanto a me sieda un tipo/una tipa, con tanta voglia di parlare. Sono minuti durissimi, che sembrano non finire mai. Ieri, sull'aereo che mi ha portato in Norvegia, accanto a me c'era uno, ma a me sono sembrati dieci. Un polpo con tre teste e una trentina di tentacoli, superaccessoriato con pc, telefoni, tablet, giornali, caramelle, delle cose che mi sono sembrati libri di cartone, giacche, giacchette, due paia d'occhiali, dopobarba a profusione, cravatte (due, una l'aveva comprata in aeroporto), le Hogan, una serie di braccialetti in cuoio e acciaio che pareva n'antico romano da biga, mancavano solo la scatola di pastelli, le crostatine e i walkie-talkie. E' arrivato dopo, quando quasi tutti erano sistemati, trafelato, sbattendo i gomiti a ds e a sn, con un trolley cigolante pesantissimo e una borsa a tracolla penzolante. L'avevo visto da lontano, ed avevo pensato 'vai, ora sto coso me lo trovo vicino'. E infatti. Avevo il sedile corridoio, e lui ovviamente era in quello finestrino. Per mettere su il trolley si è sbilanciato col bacino in avanti fino a colpirmi la testa nonostante mi fossi spostata con disgusto. Dopo minuti interminabili di sistemazione (e leva la giacca, e rimetti la giacca che fa freddo, e prendi la busta, e rimetti la busta di sopra, e tira fuori le caramelle, anzi no rimettiamo le caramelle nella borsa fregandomene se tiro gomitate alla vicina che stammmale) finalmente si siede al suo posto, con le gambe larghe, così i suoi ginocchi toccano i miei, ecco, accavallo le gambe e lo frego. Poi si ricorda di avere un telefono in tasca, compie manovre inutili da seduto per cercare di sfilarselo dalle chiappe, si alza in piedi sgomitandomi in faccia: lo stuart norvegese l'ammonisce lanciandomi un'occhiata di profonda comprensione. Intanto i motori rullano, io mi sento male. Lui si sporge per guardarmi in faccia: se prima mi stava solo antipatico, adesso lo odio.
- Paura, eh? Ahah. Italiana, giusto?
- Eh? Io? No, si.
- Sei di Pisa?
- No.
- Viaggi per lavoro?
- Si, no...
- Ma sei a Oslo? Io prima volta in Norvegia, in genere vado verso est per la...
- Se non le spiace...(prendo il libro su Billy Wilder)
- Ma no! Figurati!

...

- Ah ma vedo che ti piace il cinema!
- Un po'...
- Io sono un PATITO di cinema!
- Eeh, immagino.
- Che cinema? Italiano, americano, ...?
- Mah, tutto...facciamo francese.
- Hai ragione, sai! Un po' lenti i film francesi, però...
- Però, cosa?
- Però belli!
- Non ho mai capito perché il concetto di 'lentezza' debba essere correlato a quello di 'bruttezza'
- Ma no, magari noia.
- Ah. La noia è anche nei tempi serrati.
- Ma lo sai che mi stai facendo riflettere?
- Si?
- Vuoi bere qualcosa?
- E che siamo al bare?
- Ahahahahahahah! Simpatica! hihihi (sghignazza)
- Cmq, no grazie.
- Non dovresti avere paura, lo sai che l'aer...
- ..è il mezzo di trasporto più sicuro, losoloso.
- Ahahah! Senti, e l'attore francese che più ti piace?
- Mah, facciamo Noiret?
- Fortissimo, sì. Scommetto che ti piace anche Alain Delon! (sorride ammiccando)
- Eh beh...
- Eeeeh, belluomo, ma come attore bof...
- 'Bof', ha solo marchiato a fuoco parte importante della cinematografia francese, ma va beh...
- Eh si, c'ha pensato Visconti a marchiarlo a fuoco! Ahahahah (ride sommessamente)
- Non è colpa tua se hai le Hogan.
- Cosa?
- Dicevo: non è colpa tua se hai le Hogan.
- Vuoi dire che me le hanno imposte? Guarda che ti sbagli, non sono uno che va dietro alle mode o altro. Comunque potresti anche essere un po' più cortese.
- Hai ragione sulla cortesia, è che dietro alla frase su Visconti fa capolino il vuoto compresso. I belli: quando non si può dire che sono froci, allora sono passati sotto al pederesta di turno. Concetti poveri che tendono ad esaltare una psicologia da macho di periferia italiota che per dimostrare la sua supremazia da duro che te apre in due, deve guardare ad est perché ad ovest di Bucarest le Hogan non fanno effetto e lo schifano tutte.

Occhei, l'ultima cosa non gliel'ho detta. Gli ho detto invece:

- Ahah! Ma no, scherzavo! Scusa.
- Aaah. Ti chiami?
- Se non ti spiace, riprenderei la lettura.
- Beh dai, sei passata dal lei al tu, è già qualcosa.
- Tantissimo.
- Scusa, ti spiace se passo che devo andare in bagno? Se vuoi prendi pure il mio posto, l'ho tenuto caldo! (fa l'occhiolino)
.....

- Beh, allora buona permanenza in Norvegia, ti lascio il mio biglietto da visita, nel caso tu...

Mi porge un biglietto da visita con ottomila titoli davanti al nome che leggo a malapena. Ho il maldipancia, mi lacrimano gli occhi e mi gira la testa. Ho dovuto trattenere la paura e l'orrore insieme. Passando da uno specchio mi vedo e non mi riconosco, due occhiaie spaventose su un viso bianco mi fanno sembrare un panda. Esco fuori dagli Arrivi e respiro a pieni polmoni l'aria che profuma di legno e aghi d'abete. Mi guardo nello specchietto del taxi e vedo che sono tornata normale. Il tassista zitto e cortese mi sembra una divinità da adorare. Mi rilasso, telefono, faccio un po' di cazzi miei, parlo con persone che stimo. Amici. Mi levo le scarpe.


Prima di un lungo viaggio in aereo mi faccio crescere la barba. Per partire mi vesto da straccione, mi imbottisco di sonniferi e dormo quasi tutto il tempo. Nei momenti di veglia leggo libri orripilanti con copertine inquietanti tipo Le Teste di Giuseppe Genna.
La mia misantropia è letale. Non per gli altri, per me. Morirò vestito di stracci, puzzolente e con un thrilleraccio tra le mani scritto da uno qualsiasi, misantropo come me, morto come me.

Alessandro Edoardo Leblanc





martedì 27 agosto 2013

Favorisca i Travis



Domenica sono stata a Bergen, che forse è meglio di Stavanger, o forse no, dipende dai gusti. Si estende sulla Bergenshalvøyen, una verde penisola appoggiata sui fiordi. Gli odori di muschio e abete si mischiano a quello del mare, e se lo sente Chanel ci fa uno profumo che non sarà mai erotico come quello reale, mi spiace. E' una città incantevole, abitata da persone incantevoli. Tra Bergen e Stavanger ci sono poco più di 200km, ma il viaggio è lunghissimo. All'andata ero in compagnia di una mia amica che abita a Bergen, quindi le ore trascorse in macchina sono volate. La sera, dopo aver lasciato la mia amica a casa, sono tornata indietro con la sicumera di una che la strada l'ha già fatta, eppoi, c'è il navigatore, mica mi perdo, io. Dopo poco più di un chilometro mi sono fermata a scattare delle foto (tramonto rosso con nuvole grigie, capirai, e chi se lo fa scappare?), c'era una famiglia di Los Angeles che faceva lo stesso. Ovviamente due chiacchiere, ho un cugino che studia fisica a Santa Barbara, uno zio che sta a Dallas, un fratello che sta a New York quando non è negli Emirati Arabi, parte della famiglia di mia madre abita a Chicago, ma che bei bambini, anche io ne ho, quando state?. Mi hanno invitato a prendere qualcosa nel bar di fronte al ciglio della strada con vista mozzafiato. E credo che siano passate più di due ore. Era tardi, mezzanotte. Era buio pesto. Ciao ciao, tante care cose, buon proseguimento della vacanza. E mi prende una botta di sonno allucinante. Ho capito, navigatore aiutami tu che non so se ce la faccio. Imposto Stavanger, il simpatico aggeggio calcola la distanza e la durata del viaggio e me pija un colpo al cuore che neanche se m'avessero detto che m'aspettava la morte: cinque ore e trentasei minuti di viaggio. Considerato che la mattina dopo alle otto e mezza, dovevo essere a scuola, m'è preso lo sconforto. Mando un sms alla mia amica 'cinque ore di viaggio, possibile?', lei mi risponde 'ma sei sobria?'. Annamo bene. Arrivare in ritardo e con gli occhi incollati il primo giorno del lavoro di squadra (tradotto alla lettera, sarebbe il giorno in cui come ne Le simpatiche canaglie, ci si traveste da adulti impegnati a progettare programmi interdisciplinari) sarebbe proprio disdicevole. Riacciuffo l'amico navigatore, riscrivo tutto per benino, questa volta con i nomi delle vie, ricontrollo che la nazione sia Norvegia, e non Nord Carolina (ché negli Stati Uniti c'è pure un posto che si chiama Florence, non vedo perché non ci possa essere Stavanger) e faccio rifare il conto all'affare. Niente da fare, le solite cinque ore abbondanti, anzi, qualcosa in più. Forse perché ho messo i nomi delle vie. Va beh, sono stata nel deserto in Arizona una settimana, ce la farò ad attraversare due fiordi di notte, da sola, con il sonno e con un leggerissimo giramento di balle. Ah, ma io ho un marito! Telefono a Steve: sono a Bergen, cinque ore per andare a Stavanger, possibile? La riposta è stata no solo se passi pure dalla Finlandia, con l'aggiunta di tutta una serie di indicazioni stradali correlate da nomi delle vie in norvegese strettissimo, che è perché mi chiamo Leblanc e non Cozzolino che mi sono trattenuta da dire 'mavafangulo!'. Va beh non è la prima e non sarà certo l'ultima notte che passo in bianco.
Guido per più di un'ora, con l'ultimo cd dei Travis (che non è male, anzi), poi mi fermo a riflettere (non voglio ammettere che morivo dal sonno). E mentre sono ferma sulla corsia di sosta laterale, con la coda dell'occhio vedo un'altra macchina accostare alla mia destra. Tranquilla Nicole, che qui in Norvegia all'una e mezza di notte, alle donne sole al buio in mezzo al nulla, la cosa peggiore che può succedere è di vedere Babbo Natale. Fisso il cellulare e faccio finta di niente, poi sento parole in norvegese pronunciate da una voce maschile. Forza Nicole, voltati, e guarda chi è, non fare la codarda, ma perché non tieni uno spray al peperoncino in borsa come tutte le signore per bene? Mi giro e credo di aver fatto il sorriso più autentico della mia vita: una macchina della Polizia con due meravigliosi poliziotti dentro. Scendo dalla macchina, ne scende uno (l'avrei baciato in bocca, french girl french kiss) buonasera signora, se possiamo essere utili.. Utilissimi! Mai stati così utili! Mai visto due uomini così utili! Siete talmente utili che vi farei pure entrare in cucina, fossimo nel salotto di casa, ad aprire la bottiglia di vino e poi a buttare via la spazzatura, come fanno tutti gli uomini utili. Spiego che devo andare a Stavanger, che vengo da Bergen, che ho il navigatore, ma che effettivamente la distanza mi pare troppa. Scende anche l'altro tipo dalla macchina, si toglie il cappello per salutarmi, allungo la mano aspettandomi un baciamano, invece me la stringe e basta. Il primo poliziotto mi dice che sto prendendo un'altra via e che la strada per arrivare direttamente a Stavanger è un'altra. Questa che sto percorrendo evita il traghetto, ma è molto più lunga. Allora tiro fuori il navigatore stolto dalla macchina, e i due cavalieri cominciano a armeggiare con tasti e tastini e in meno di due minuti me lo restituiscono dicendo Signora, lei aveva escluso le strade a pedaggio dalle impostazioni principali. Ah, e quando l'avrei fatto? Mai toccato niente del navigatore. Mi sento una cretina, ma siccome sono una scema socievole, racconto anche un po' di cazzi miei mettendoci qualche battuta, e i due cavalieri ridono, sempre all'unisono, tanto che pensavo di vederci doppio. Uno si mette alla guida della mia macchina, e mi dice dorma pure (so you can sleep now, strano che non abbia aggiunto my love), l'altro ci segue con la macchina. Io ovviamente, non ho chiuso occhio, ho solo fatto finta per non fargli dispiacere. Bella musica, i Travis, giusto? DiceVa beh, ma sto sognando, dai. Non può essere vero.
Mi accompagnano fino al bivio che mi avrebbe portato al traghetto. Mi lasciano un numero di telefono e mi danno indicazioni circa un'app da installare sul telefono, da usare in casi simili, poi ci salutiamo, strette di mano piene di fiducia, sorrisi, occhi colmi di gratitudine...(i miei). E la paternale? Quella del tipo non si giuda quando si avverte il sonno? E la patente? E i documenti?
Chissà se in norvegese esiste il corrispettivo di favorisca. Forse no.


sabato 24 agosto 2013

Obiettivo realtà



Ogni tanto mi metto alla prova, lancio delle vere e proprie sfide a me stessa. L'ho sempre fatto, sin da piccolissima quando salivo e scendevo di corsa le scale di casa contando quante volte lo facevo in mezz'ora. E ogni volta provavo a battere il mio record personale. O quando in piscina facevo le gare di apnea, sempre con me stessa, perché nessuno voleva 'giocare' così con me. Ma le sfide sono state anche mentali, emotive; provavo, ad esempio, a fare a meno della mia amica del cuore per qualche giorno, per studiare le mie reazioni psichiche, per trarre conclusioni del tipo sì, ce la posso fare/no, non ce la posso fare.
Ho sempre fatto fotografie, come dice  Charlotte (Scarlett Johansson) in Lost in translation: I tried taking pictures, but they were so mediocre. I guess every girl goes through a photography phase. You know, horses... taking pictures of your feet. Solo che io dalla fase foto (dei piedi e non) e dalla fase cavalli, non ne sono mai uscita.
Quando ero una fanciullina di 11 anni, mio padre mi regalò una Polaroid. La felicità di possedere una macchina fotografica che sfornava foto istantaneamente me la ricordo ancora, credo sia stata una della gioie più grosse della mia pre adolescenza. Le mie erano fotografie nichiliste: forchetta con gelatina, manico di scopa per terra, kleenex dentro il cestino della carta, dito graffiato dal gatto, occhio che lacrima.
E' abbastanza intuibile capire quanto per me, il periodo del digitale e dell'editing fotografico, rappresenti come per il goloso, una vera e propria pasticceria ricolma di torte e dolcetti.
La sfida di questi ultimi giorni, è riuscire a capire cosa sia per me la fotografia. E per capirlo devo privarmene. La mia ultima foto scattata con la Leica è di due giorni fa. 48 ore sono relativamente poche, ma sono sufficienti per farmi intuire alcune cose.
Sophie Calle in una delle sue opere, La Filature (il pedinamento), chiese a sua madre di mandarle un detective per seguirla e fotografarla in diversi istanti della giornata, come conferma della propria esistenza. Perché la realtà spesso sfugge, e il bisogno di afferrarla e trattenerla in qualche modo, come quelle bottigliette con su scritto 'aria di Positano', è quasi irrefrenabile. Il mondo che mi circonda mi piace a tal punto, da dubitare della sua esistenza. La campagna della Val di Chiana, esiste? Io la vedo, sembra un patchwork, come quelli che facevo insieme a mia nonna. Con i ritagli di stoffa, mi piaceva accostare i colori che stavano bene insieme. La campagna senese è uno splendido patchwork dove il giallo ocra, il verde foresta, il bronzo e il verde oliva, si alternano con grazia e perfezione. Le cuciture sono le strade e i viottoli sterrati. Mangio con gli occhi e con il cuore, quindi fotografo.
Ne consegue che quando non lo faccio sono insoddisfatta. Ero la croce delle gite scolastiche, quella che faceva fare tardi a tutti perché 'vedi quell'angolino? Lo devo immortalare' o quella del 'tu mettiti qua, tu mettiti là, no, un po' più a destra però fai finta di farti i cacchi tuoi che le foto in posa, no, mai, per carità'.
Kafka diceva una cosa abbagliante. Tre cose: vedere se stessi come una cosa estranea, dimenticare ciò che si è visto, conservare lo sguardo.
Non è facile.

Osservo da sempre la mia vita e non mi importa della definizione, anzi, quando guardo foto troppo definite mi paiono fredde, senza anima. Non sono interessata al numero di pixel,, fosse anche uno solo, un grosso pixel rosso rubino, quello che conta per me è lo scatto fotografico, non la resa. Una notte al mare non c'era la luna, le acque marine erano plumbee, la sabbia al buio sembrava grigia antracite, e ho fatto una foto senza flash con ISO a 100. Una foto blu notte. Poteva anche essere un pixel solo. O forse lo era. L'importante per me era il colore della notte. Riguardandola ne sento ancora il profumo.

La foto sopra è una di quelle che mi piacciono, in Sicilia due anni fa, indovinare dove.


La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.

Uno Nessuno Centomila - Luigi Pirandello




lunedì 12 agosto 2013

Io e il Mondo Mamma



Mentre sono all'aeroporto di Pisa, di fronte al distributore di piadine e sushi, seduta ad un tavolino in ferro nero pieno di mosche che puntano la mia lattina di Coca Zero (beh, vi ho regalato un briciolo di depressive live, come vi sentite adesso?), decido di scrivere due paroline in merito al mondo mamma, come trovereste scritto su Gioia o su Grazia, o in uno a caso di quei settimanali che suscitano da un numero imprecisato di lustri la stessa domanda: ma chi è che li compra?
Il mondo mamma è bello incasinato. Considerazione globale, scaturita però dall'osservazione di una sola coppia con due bambini piccoli, seduta al tavolo di fronte al mio. Lui dà lo yogurt alla bimba, lei (la moglie, si presume) invece pulisce il tavolo con l'avambraccio, dondola la carrozzina con l'altra creatura, parla al telefono, si sistema le ciocche di capelli, e rotea le caviglie come a sgranchirsi le ossa. Lui si limita a dare lo yogurt alla figlioletta, in posizione seduta rigida, a 90 gradi, proteso nel compimento della sua azione. E quando la piccola si rifiuta serrando la bocca, il paparino insiste con il cucchiaino (si chiama operazione sfondamento). Ovviamente la pappina rosellina finisce ai lati della bocca e gocciola sul vestitino, e la mamma, mentre fa le cose di cui sopra, con la velocità di una salamandra braccata, tira fuori un fazzoletto di carta dalla borsa e trova il modo per pulire la bocca alla piccola, lanciando occhiatacce di rimprovero al marito. Il tutto sempre parlando al telefono.

A me sale l'ansia. Io non sono così, non sono mondo mamma. Provo a mettermi nella situazione della coppia che osservo, e traggo le seguenti considerazioni:

1) Io lo yogurt rosa a mia figlia sdentata non l'avrei dato, non per qualcosa, ma perché lei al primo cucchiaino me l'avrebbe sputato dritto in un occhio, ed io le avrei detto 'hai ragione, sta merda la diamo a paparino, guarda come la mangia papà, vedi?'.
2) Io il vestitino a balze rosa a mia figlia non l'avrei mai messo, ma solo perché lei non l'avrebbe voluto.
3) La carrozzina non l'avrei dondolata, avrei detto a mio marito 'Tuo figlio piange, vedi di far qualcosa, tira fuori la tua proverbiale creatività, mentre io vado in bagno a sistemarmi i capelli'.
4) Se avessi visto mio marito insistere con il cucchiaino praticando operazione sfondamento, gli avrei detto 'Non insistere, fai il ritroso, funziona con le donne'. Lui mi avrebbe risposto 'ma se mi hai appena detto che con te non attacca mai!', ma questa è un'altra storia, non divaghiamo.
5) Non avrei mai lanciato occhiatacce di rimprovero a mio marito. Non mentre parlo al telefono, almeno. I rimproveri sono belli solo quando diretti, senza intralci: quando si può urlare, pestare i piedi, ringhiare, graffiare, fare pace.
6) Tutte quelle cose, compreso il gesto distratto, ma ossessivo, di pulire il tavolo con l'avambraccio, non ce l'avrei fatta a farle contemporaneamente.
Avrei cantato sottovoce, probabilmente. Letto le ultime pagine di un libraccio appoggiato sugli scaffali della libreria, spento il telefono perché all'aeroporto suona per dire quando parti-quando arrivi-dove vai, andata a fare due passi fuori per provare l'ebrezza di passare dall'aria condizionata a quella non, osservato il monitor delle partenze facendo finta d'essere in una multisala con i titoli dei film 'danno Francoforte di Alitalia alle 12 e 15, vediamo quello?'. Salutato persone sconosciute al gate degli arrivi, solamente per il piacere immenso di vedere che faccia avrebbero fatto. Ed infine preso il barattolino di yogurt rosellino, portato in bagno, rovesciato nel wc, e tirando lo sciacquone avrei detto 'Ti auguro buon viaggio a bordo di Ryanair'.

Il mio mondo mamma non è mai stato da rivista, non corrisponde a quello che leggo nei blog delle mamme. Non sono attenta, non sono salamandra nel tirar fuori fazzoletti dalla borsa, non ho kit di pronto soccorso, non so fare il cake design. Sono disorganizzata, disordinata, spesso con la testa tra le nuvole, vado ai colloqui con le insegnati e finisco per parlare di come si vive bene in Italia, nonostante tutto, o dell'ultimo film visto. Faccio le torte storte con la panna e mi brucio i polsi tutte le volte che uso il forno. Vesto i miei figli secondo i loro gusti, metto loro la maglia della salute sbagliata "ma non è caldo cotone, questo!" (come mi disse una volta una mamma attenta, non ho mai capito la differenza tra cotone e caldo cotone, lo ammetto). Non ho mai avuto bisogno di dritte per superare la depressione post partum, anzi, post partum stavo una favola. La depressione m'è venuta prima, quando allo specchio mi vedevo come la donna cannone travestita da balena e leggevo la pietà nell'altrui sguardo per cotale cetaceo aspetto. Ho sempre adorato allattare quando quasi tutte le mie amiche mamme mi dicevano 'pazza, 18 mesi di allattamento, ma sei pazza, una donna oggi come fa?'. Non ho mai usato il reggiseno da allattamento, non ho mai parlato dell'episiotomia così come i reduci della guerra in Afganistan, non mi sono mai dilungata circa malanni dei miei figli.
Come fa una donna oggi? Ho scelto di avere due figli quando le mie amiche coetanee ancora andavano in discoteca e mi dicevano 'ma li fai così presto?' strabuzzando gli occhi. Adesso che in discoteca ci vado io, le mie amiche coetanee che stanno solo pensando ad avere figli, mi dicono 'ma vai in discoteca adesso?', sempre strabuzzando gli occhi.
Lo faccio apposta a sbagliare i tempi, più sono criticata più sono interessante.


Tutto il ballo, il mondo intero, tutto si coprì di nebbia nel cuore di Kitty. Soltanto la severa educazione ricevuta la sosteneva e l'obbligava a fare quello che da lei si pretendeva, cioè ballare, rispondere alle domande, parlare, sorridere persino. Ma, prima che cominciasse la mazurca, quando già si allontanavano le sedie e alcune coppie s'erano mosse dai salotti verso la sala grande, Kitty fu presa da un attimo di disperazione e di sgomento. Aveva rifiutato cinque cavalieri e ora non ballava la mazurca. Non c'era neppure speranza che qualcuno l'invitasse; proprio perché ella aveva un così grande successo in società, a nessuno poteva venire in mente che non fosse impegnata fino a quel momento.
Lev Tolstoj  - Anna Karenina