mercoledì 9 aprile 2014
Norwegian Wood (This Bird Has Flown) - i due minuti abbondanti sono finiti
Era molto tempo fa quando entrai in camera di mio fratello e lo trovai a versare lacrime su Rubber Soul, mentre la puntina del giradischi batteva sull'ultima linea del vinile, insistendo su un capitolo chiuso, un amore finito. Non afferrai il momento topico e ricordo che mi disse "Ma cosa vuoi capire tu, di Norwegian Wood?". Io, con il grembiule bianco della terza elementare, mi sentii inadeguata di fronte al suo complesso mondo adolescenziale. Se, oggi, dovessi indicare il momento, uno solo, in cui è entrata la musica nella mia vita, credo che sceglierei questo: qualche giorno dopo, rubai il disco dei Beatles a mio fratello solo per capire cosa fosse Norwegian Wood, e lo misi nell'impianto di mio padre, soprannominato "la grande fedeltà".
Aveva ragione lui, non capivo. Perché piangere su una canzone un po' melliflua in 3/4? E cosa vogliono dire tutte quelle parole in inglese che non capisco?
A otto anni iniziò la mia attività di traduttrice di canzoni, perché Rubber Soul andava compreso, analizzato, sezionato: faceva emozionare mio fratello.
Avevo undici anni quando andai, con i miei genitori, in vacanza sui Fiordi. Era luglio, e ricordo che partii da Strasburgo con il broncio e un biglietto pieno zeppo di cuori di "addio" della mia migliore amica. Non mi andava di passare una settimana confinata in un buco norvegese da sola con i miei. Però nel lettore cd portatile (preistoria?) avevo Rubber Soul e durante le escursioni mi isolavo; finalmente riuscivo ad inumidire gli occhi su Norwegian Wood. Immaginavo che i mobili della canzone avessero lo stesso profumo di abete che mi circondava, respiravo a fondo e lo immaginavo mischiato all'odore del fumo. Avevo una gran voglia di vedere qualcuno dare fuoco a una delle tante case, o barche, per percepire come si possa sentire chi vuole chiudere, demolire, finire di navigare. Volevo lasciare quella breve vacanza sin dal primo giorno.
Perché mi avete fatto studiare pianoforte? Uno strumento fisso è complicato. Dovevate propormi il sitar.
Un giorno capii che il tipo con il quale uscivo era un emerito idiota. Lo capii perché attaccava allo specchietto retrovisore l'Arbre Magic alla colonia e perché durante la lezione di Botanica I mi afferrò improvvisamente i lobi delle orecchie e disse "chissà cosa vorrai sentirti dire, anima mia bestiale".
Scelsi un momento come un altro per dirgli che era meglio se finivamo qui, così, restando amici (?), ma lui non la prese benissimo. Gli feci sentire Norwegian Wood dicendogli "è tutto dentro questa canzone". Come risposta ebbi un "Cazzo, ma ti capisci da sola!". Aveva ragione. Nessuno, tranne me, poteva capire il mio viaggio dentro Norwegian Wood. Forse quella fu l'unica volta nella quale il tizio con il quale uscivo, si dimostrò meno idiota del solito. Ma ormai era tardi per tornare indietro. Erano passati i due minuti.
Quando, un paio di anni fa, ho avuto la certezza che la Norvegia mi avrebbe ospitato per un certo periodo, ripensando alla vacanza di tanti anni prima, ho preso il disco che mio fratello mi aveva infine regalato e con l'idea che niente nella mia vita avviene per caso, ho riascoltato Norwegian Wood nella sua vera versione. Quella della prima volta, quella della puntina del giradischi sempre con il grumo di povere, delle lacrime nascoste di Alessandro, delle mie affannose indagini linguistiche per capire il senso delle canzoni contenute in Rubber Soul.
This bird has flown.
Sono sempre volata via, in silenzio. Io non sono la ragazza che la mattina presto va a lavorare, non sono neanche il tipo che dorme in bagno. Io sono l'uccello, in quella canzone. Ho sempre saputo quale fosse il mio ruolo, so quando me ne devo andare. Lascio tutto all'alba, quando non c'è più niente da tenere, quando l'arredamento in legno norvegese sta per prendere fuoco, quando l'ultimo bicchiere di vino sta per essere bevuto, quando il suono del sitar sta diventando troppo insistente, quando due minuti e un po' di secondi sono terminati. La melodia, le parole, le sensazioni e gli occhi umidi di 25 anni di Norwegian Wood mi hanno insegnato che volare via è l'unica vita che posso vivere, che l'unico amore che posso avere è quello sul quale appoggiarmi lievemente per riuscire a riprendere fiato, che l'unica casa che posso abitare è quella dalla quale andarmene.
Dopo due minuti e un una manciata di secondi.
lunedì 17 marzo 2014
E se fossi una medusa?
Non sono l'unica che scrive in aereo, ce ne sono diversi. Forse anche loro tentano di mantenere vivo un blog, uno sfogatoio, un diario semi pubblico, un muro sul quale scrivere dichiarazioni criptiche sul significato della vita o sul non senso delle giornate volate via come fossero composte da una manciata di secondi.
Accanto a me un ragazzo, troppo alto per stare seduto qui dentro, punta il ginocchio nella mia no fly zone. Se legge ciò che sto scrivendo, pazienza, scopre così, ancora una volta, di essere troppo alto; un cestista, un trampoliere, uno spolveratore di stipiti dei portoni, un avvitatore di lampadine, una persona che ti fa sentire piccola, o troppo proporzionata; capace di entrare in un letto o in una Smart. Una persona nella norma, normopeso, normoaltezza; di quelle da prendere per fare i sondaggi, o per confezionare la taglia di un vestito. Una media. Né di qua, né di là. Democristiana, moderata, originariamente in mezzo all'Europa, né troppo al Sud, né al Nord.
Sono andata a trovare un'amica, ieri. Una biologa, una collega. Lei si occupa di pesci. Mentre parlavamo della pulizia dell'acquario di Livorno, ho creduto di essere una medusa. Così gelatinosa, trasparente, pungente, in balia delle correnti fresche, ottimo pasto per "Cuba", la tartarugona di 150 kg presente in acquario.
"E se fossi una medusa?" "Ma cosa ti viene in mente? Andiamo a mangiare".
Nel posto dove abbiamo mangiato non funzionava il pos, l'apparecchio per leggere le carte di credito. "Scusi ma è finita la carta, però c'è un bancomat, là, di qua, poi gira di là, non si può sbagliare".
Attraversando a piedi il centro deserto di Livorno, mi sono chiesta quante città ancora esistono in Europa di domenica, e quante, invece, si spengono. Livorno si spegne. Giusto così, come Varese quando ero bambina. Serrande abbassate, tutte.
Lungo il mare gente, tanta. Bambini, moltissimi. Famiglie, pattini, biciclette, prati non curati, cielo lattiginoso, bottiglie di plastica abbandonate, gelaterie colme, con la coda fuori. Eppure c'è vento, maestrale, fresco, non viene voglia di gelato. Coppie: lui, lei, e lo smartphone. Lei, lui e l'iPad. Mi viene il magone. Guardate il mare, state in silenzio, inventatevi una favola, leccate un gelato senza fare 'scroll' o 'tag', osservate il mondo, è in hd, incredibile la risoluzione, vero?
Code al rientro. Perché ci sono le code? Via dalla superstrada, guarda il sole, è viola, prendiamo l'autostrada. Traffico lento anche in autostrada, guarda la luna, bella, usciamo a Sesto, anzi, a Prato Est. Mangiamo da me, non ho niente in frigorifero, ordiniamo una pizza, no che non ho digerito, ancora.
I pesci delle barriere coralline li ho visti una volta, con la maschera. Ma non soffrono chiusi nelle vasche? La mia amica mi assicura di no, non hanno schemi evolutivi come i mammiferi. I pesci sono arrivati, sono al capolinea, hanno raggiunto il traguardo.
Quindi, io da mammifera, ancora non mi sono evoluta. Morirò, probabilmente, senza aver raggiunto il traguardo, senza essere arrivata. Morirò in corsa, quindi non posso essere rinchiusa in uno zoo; non mi potreste creare un habitat, un Truman show?
No, assolutamente, ne soffriresti. Tu, come la gazzella, o il lupo.
Ma non come la mucca.
Quelli sono animali da cortile, Nicole.
Noi non siamo da cortile, siamo da aereo con lo spilungone accanto che siede con le ginocchia in bocca.
Il pesce pagliaccio si chiama Nemo. Io dico che si chiama così in onore di Jules Verne; la mia amica sostiene, invece, che il nome evoca l'anemone nel quale il pesce si nasconde e depone le uova.
Apriamo un dibattito o controlliamo su internet? No. Rimaniamo così, senza scroll. Nel dubbio. E non controllerò neanche domani, e nemmeno dopodomani. Io della mia idea, tu della tua. Ci evolveremo dubitando, e se qualcuno vorrà costruirci un Truman Show nel quale rinchiuderci, a te lo farà pieno di anemoni e a me Ventimila leghe sotto i mari.
Ci incontreremo, dubitando, a metà strada. Negli abissi marini.
Accanto a me un ragazzo, troppo alto per stare seduto qui dentro, punta il ginocchio nella mia no fly zone. Se legge ciò che sto scrivendo, pazienza, scopre così, ancora una volta, di essere troppo alto; un cestista, un trampoliere, uno spolveratore di stipiti dei portoni, un avvitatore di lampadine, una persona che ti fa sentire piccola, o troppo proporzionata; capace di entrare in un letto o in una Smart. Una persona nella norma, normopeso, normoaltezza; di quelle da prendere per fare i sondaggi, o per confezionare la taglia di un vestito. Una media. Né di qua, né di là. Democristiana, moderata, originariamente in mezzo all'Europa, né troppo al Sud, né al Nord.
Sono andata a trovare un'amica, ieri. Una biologa, una collega. Lei si occupa di pesci. Mentre parlavamo della pulizia dell'acquario di Livorno, ho creduto di essere una medusa. Così gelatinosa, trasparente, pungente, in balia delle correnti fresche, ottimo pasto per "Cuba", la tartarugona di 150 kg presente in acquario.
"E se fossi una medusa?" "Ma cosa ti viene in mente? Andiamo a mangiare".
Nel posto dove abbiamo mangiato non funzionava il pos, l'apparecchio per leggere le carte di credito. "Scusi ma è finita la carta, però c'è un bancomat, là, di qua, poi gira di là, non si può sbagliare".
Attraversando a piedi il centro deserto di Livorno, mi sono chiesta quante città ancora esistono in Europa di domenica, e quante, invece, si spengono. Livorno si spegne. Giusto così, come Varese quando ero bambina. Serrande abbassate, tutte.
Lungo il mare gente, tanta. Bambini, moltissimi. Famiglie, pattini, biciclette, prati non curati, cielo lattiginoso, bottiglie di plastica abbandonate, gelaterie colme, con la coda fuori. Eppure c'è vento, maestrale, fresco, non viene voglia di gelato. Coppie: lui, lei, e lo smartphone. Lei, lui e l'iPad. Mi viene il magone. Guardate il mare, state in silenzio, inventatevi una favola, leccate un gelato senza fare 'scroll' o 'tag', osservate il mondo, è in hd, incredibile la risoluzione, vero?
Code al rientro. Perché ci sono le code? Via dalla superstrada, guarda il sole, è viola, prendiamo l'autostrada. Traffico lento anche in autostrada, guarda la luna, bella, usciamo a Sesto, anzi, a Prato Est. Mangiamo da me, non ho niente in frigorifero, ordiniamo una pizza, no che non ho digerito, ancora.
I pesci delle barriere coralline li ho visti una volta, con la maschera. Ma non soffrono chiusi nelle vasche? La mia amica mi assicura di no, non hanno schemi evolutivi come i mammiferi. I pesci sono arrivati, sono al capolinea, hanno raggiunto il traguardo.
Quindi, io da mammifera, ancora non mi sono evoluta. Morirò, probabilmente, senza aver raggiunto il traguardo, senza essere arrivata. Morirò in corsa, quindi non posso essere rinchiusa in uno zoo; non mi potreste creare un habitat, un Truman show?
No, assolutamente, ne soffriresti. Tu, come la gazzella, o il lupo.
Ma non come la mucca.
Quelli sono animali da cortile, Nicole.
Noi non siamo da cortile, siamo da aereo con lo spilungone accanto che siede con le ginocchia in bocca.
Il pesce pagliaccio si chiama Nemo. Io dico che si chiama così in onore di Jules Verne; la mia amica sostiene, invece, che il nome evoca l'anemone nel quale il pesce si nasconde e depone le uova.
Apriamo un dibattito o controlliamo su internet? No. Rimaniamo così, senza scroll. Nel dubbio. E non controllerò neanche domani, e nemmeno dopodomani. Io della mia idea, tu della tua. Ci evolveremo dubitando, e se qualcuno vorrà costruirci un Truman Show nel quale rinchiuderci, a te lo farà pieno di anemoni e a me Ventimila leghe sotto i mari.
Ci incontreremo, dubitando, a metà strada. Negli abissi marini.
La medusa nell'acquario
Il posto con il pos senza carta
giovedì 13 febbraio 2014
Laetitia
In una notte come questa, nella quale le stelle verdi del cielo polare si specchiano sul mare nero gelato, io mi confondo tra le pieghe delle coperte di un letto che non mi appartiene. Non è un albergo, ma potrebbe esserlo. I quadretti appesi alle pareti non li comprendo, al loro interno figure geometriche colorate: vorrei tanto fosse Kandinsky per trovare un senso.
Tu dormi lievemente, come se tutto il peso del mondo fosse altrove, al sud, o al centro dell'Europa. Lontano dai margini del pianeta, lontano da qui, lontano da noi, lontano da te.
I tuoi capelli dorati li ho pettinati con cura, legati in una treccia perché ti facevano il solletico. E ridevi. Mentre io bevo il mio caffè amaro, tentando di trovare un motivo per meritarti.
Tu respiri come una fata di una fiaba di Perrault.
Osservo il pigiamino con i pinguini, gli animali che preferiamo sono sempre quelli che rappresentano posti lontani. Andremo a trovare i pinguini, te lo prometto. Andremo al polo sud, ti porterò, correremo a perdifiato fermandoci solo per toccarci le gambe indolenzite, e tu riderai, come fai sempre.
La musica più bella per me è l'alternanza del tuo respiro, l'odore più piacevole quello che esce dalla tua bocca; un viso botticelliano, e continuo a chiedermi cosa ho fatto per meritarti.
Ieri mi facevi vedere come il viola stia bene con il rosso, e nel foglio pasticciato hai disegnato un viso ovale, rosso, con gli occhi viola. "Sei tu, mamma". Quando è toccato a me disegnarti, invece ho riprodotto tutto fedelmente, viso rosa, occhi verdi, labbra rosse. Quanto siamo privi di fantasia noi adulti? Tesoro perdonami, prometto di pensare a colori, prometto di uscire dagli schemi. In fondo è un disegno, dentro ci possiamo mettere tutto, reinventarci un mondo, scoprire occhi gialli e volti blu, mani più grandi della testa e gambe più corte delle braccia. A cosa servono le proporzioni? Hai ragione tu, è un disegno.
Sono le quattro e non voglio dormire, voglio rimanere qui a guardarti, ad accarezzarti il viso. Voglio aspettare, vederti aprire gli occhi verdi, immergermi nella luce dove riesco a trovare noi: vivo per questi momenti. Vivo per il rosa delle tue labbra, per la melodia della tua risata, per la seta dei tuoi capelli sempre annodati. Vivo per le manine appiccicose che si incollano ai miei jeans, per il gelato che ti cola dappertutto, per gli urletti isterici che fai quando vedi un ragno, per i tuoi piedini freddi che scaldo di baci.
Quando prima di dormire mi chiedi di cantarti The Little Horses. Vivo.
E quando non ne potrai più di me, continuerò comunque a vivere per te.
mercoledì 15 gennaio 2014
Hollande, mon amour.
"Hollande, mon amour" scrisse Julie Gayet in un sms nel 2010.
Non è vero, non lo so. Però è dal 2010 che sappiamo (noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub) della storia tra i due.
Le foto non c'erano, ma dichiarazioni appassionate di "stima" con occhi a cuoricino di Juliet in ogni dove, dalle trasmissioni televisive, alle interviste, esistevano anche nel 2012 e nel 2011.
Cosa pensavamo noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub? Sostanzialmente che stigrancazzi. Ognuno conduce la vita che gli pare e piace, sceglie di dividere i propri sentimenti come crede, le proprie passioni come e con chi vuole.
Hollande non è sposato. Non esistono first lady nella cultura politica francese, che è, di fatto, abbastanza maschilista da ritenere che la moglie del Presidente debba stare al suo posto.
Questo rigurgito di moralismo medioevaleggiante che leggo ovunque dall'Italia (e non solo) mi fa orrore.
L'attricetta, la puttanella, la fighetta, sono solo tre dei numerosi appellativi che sono stati attribuiti ad una donna (per di più, molto in gamba) colpevole solo di essere "l'amante" (nella vera eccezione del termine, colei che ama) di Hollande. Dove sono le femministe quando servono? Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi sulla dignità femminile, sulla violenza verbale e morale che le donne subiscono ogni giorno?
Dal momento che François Hollande non è neanche un gran pezzo di figo, né possiede il carisma di un dominatore di Nazioni con la spada de foco, allora alle cattiverie gratuite piovute su la Gayet, se ne sono aggiunte altre. Sembrerebbe che il grande interrogativo di molti in questo momento sia: come cazzo fa un cesso con il fascino di un fuco a farsi donne più che piacenti?
Interrogativo che fa piombare la specie umana sotto il baratro nel quale già si trovava, e mi fa pensare che in fondo noi dal berlusconismo non usciremo mai; scorre nelle vene anche di persone che si sono sempre dichiarate contro, come l'illuminato Massimo Gramellini, che oltre a scrivere romanzi pedestri, si spertica pure con articoli degni di una comare invidiosa, facendomi pensare che da certe stronzate scritte così senza cervello, non ci si potrà mai riscattare
http://www.lastampa.it/2014/01/14/cultura/opinioni/buongiorno/ma-come-fa-NnaNlJ9j0BcLCFqh8qpk1I/pagina.html
In conferenza stampa Hollande mostra una dignità ed una fierezza del ruolo che prende a schiaffi qualsiasi basso rigurgito di intolleranza udito e letto in questi giorni. Sono giorni di dolore. Perché nessuno, neanche il Presidente della Repubblica, deve giustificare la propria vita sentimentale.
Non esistono giustificazioni da dare, non esistono risposte. Giorni di dolore se si pensa che siamo ancora lontani dal vedere la luce della via d'uscita del recesso culturale.
Quello che parla di puttanella non è molto diverso dal leghista di negritudine. Sono la stessa persona, rappresentano la stessa subcultura.
Capisco la sua domanda, e sono sicuro che lei capirà la mia risposta.
Ognuno, nella sua vita personale, può attraversare delle prove. E' il NOSTRO caso. Questi sono momenti dolorosi. Ma io ho un principio: gli affari privati si trattano in privato, in un'intimità rispettosa di ciascuno. Non è né il luogo, né il momento per farlo. Ma, se non risponderò a nessuna domanda oggi, lo farò prima dell'appuntamento che avete citato (l'incontro con la felice coppia Obama)
F. Hollande
Un moralista è il contrario di un predicatore di morale; è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema.
Mi spiace di dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta.
Friedrich Nietzsche
giovedì 2 gennaio 2014
Life is a state of mind
Stavo pensando all'incidente accaduto a Schumacher. E pensavo che uno passa una vita ad evitare il peggio, rischiandolo tutti i giorni. Poi smette di rischiare ed il peggio arriva. Gli auguro di svegliarsi con il sorriso, mi è sempre piaciuto molto, adoro gli "antipatici" perché non pretendono di piacere a nessuno. Come Mr Darcy di Pride and Prejudice.
In questi giorni di vacanza nei quali ho abbracciato più persone del Pontefice, ho capito che forse la vita vale la pena di essere sempre messa ad alto rischio. Il rischio è rappresentato dal mio investimento negli affetti, potrei rimanerne delusa, ferita fino ad entrare in coma affettivo farmacologico. Conseguenze che in qualche modo ho già provato. Mi sono sempre ripresa, ne porto le cicatrici, ma sono ancora qui e continuo ancora a crederci.
Preferisco i silenzi, e dopo un 31 Dicembre passato a Londra, non vedevo l'ora di uscire dalla città per ritrovare i miei alberi, i laghi, i prati e la quiete di un inverno bellissimo: né troppo freddo né troppo caldo. Alla mia ricerca di pace "geografica" si accompagna il bisogno di abbracciare corpi infagottati nel traffico mentale quotidiano; nell'irrequietezza e nell'incertezza di questi giorni. Attraverso le persone ritrovo anche me stessa, ritrovo la mia continua ricerca di equilibri. Rifuggo dalle persone che si sentono complete, perché navigano nel mare dell'ipocrisia e lo fanno a bordo di una zattera. Solamente gli stupidi e i falsi dichiarano di essere sempre felici e appagati. Nessuno di noi lo è, nessuno di noi è completo. Siamo "scherzi di natura", come venivano definite le persone menomate, spesso ripugnanti, dai naturalisti del '700. Non trovando una spiegazione, si riteneva esistesse un ordine scientifico della normalità, per cui, tutto ciò che usciva fuori da essa era ritenuto scherzo di natura. Non esiste uno stato mentale scientificamente normale, non esiste una felicità persistente, non esiste un equilibrio perfetto.
Il benessere fisico e mentale è spesso fugace, ne siamo consapevoli e ne andiamo costantemente alla ricerca.
Il 25 Dicembre a Strasburgo ho stretto le mani di mia nonna, le sue erano calde, le mie fredde. Abbiamo trovato un equilibrio, e alla fine, per pochi minuti, avevamo le mani alla stessa temperatura.
Questa è la mia idea di felicità.
giovedì 19 dicembre 2013
Chiudo così, con un pezzo di vita
Ero partita con lo scrivere una classifica dei film più belli visti al cinema nel 2013, ed una dei dischi più belli comprati sempre nel 2013, poi ho avuto una folgorazione sulla via di Damasco e ho deciso che quest'anno, dopo non so quanti anni, queste due classifiche non le faccio.
Io ho una famiglia piuttosto allargata. Ho due madri, una che mi ha procreato, conosciuta quando avevo 16 anni, e una che mi ha cresciuta da 0 a 18 anni, età in cui sono andata via da casa. Ho un solo padre, e un half-brother compreso nel pacchetto di casa
La mia prima madre, quella che mi ha cresciuta, è ebrea. Mio padre, invece, è cattolico. Ne consegue che a casa mia, fino a quando ci ho vissuto, la visione della vita è stata sempre complicatamente variegata.
Ho conosciuto mia madre biologica, Lisbet, quando avevo 16 anni, proprio in questo periodo: era il 19 Dicembre del 1997. Partii da Ginevra con il TGV, la linea ad alta velocità che raggiunge Parigi. Di lei conoscevo la voce, avevo visto delle fotografie, e sapevo che faceva la cantante e l'attrice a teatro. Per me era un'avventura, avevo scelto di andare a conoscerla senza rifletterci più di tanto, spinta soprattutto dall'ennesimo moto di ribellione.
Avevamo parlato al telefono poche volte e mi aveva trasmesso un senso di profonda malinconia, nonostante nei miei sogni la immaginassi sempre come la fata Turchina, serena e bellissima. Forse è stata proprio quest'aura malinconica, questa vena auto distruttiva che percepivo nelle poche parole scambiate al telefono, a farmi venire voglia di andare a incontrarla.
Lisbet non venne a prendermi alla stazione, perché aveva le prove a teatro. Ricordo che presi un taxi e che andai all'indirizzo che mi ero segnata. Abita all'ultimo di cinque piani di un palazzo tipicamente parigino, con i pavimenti scricchiolanti e la catenella alla porta d'ingresso. Mi aveva detto che m'avrebbe lasciato le chiavi sotto lo zerbino e che dovevo suonare al primo campanello del portone, mi avrebbe risposto una signora anziana, io dovevo semplicemente dire "Bounjour, je suis la fille de Lisbet" e lei mi avrebbe aperto.
Entrata nell'appartamento rimasi stupita: una donna di 35 anni che incontra sua figlia per la prima volta in teoria le dovrebbe far trovare una casa pulita ed ordinata. Sembrava, invece, abbandonata frettolosamente. Io abituata all'ordine cristallino e al rigore di casa mia, non riuscivo a credere che si potessero lasciare le briciole sui divani, i gatti sui cuscini del letto, i vestiti per terra, il bagno con il rubinetto che gocciola e un biglietto sul tavolo, vicino a qualche centinaio di Franchi, con sopra scritto à la Brasserie en bas on y mange très bien!! (alla tavola calda sotto casa ci si mangia molto bene).
Mi ero immaginata tutt'altro scenario.
Dovevo rimanere a Parigi tre giorni, già pensavo che quell'appartamento non sarebbe bastato per me e Lisbet, c'era solo una camera da letto, ed i divani nel soggiorno erano troppo corti, e rigidi.
Mi sedetti in cucina, di fronte al biglietto e ai soldi, e nella mia testolina da adolescente casinista con smanie sovversive, mi resi conto di aver fatto un errore. Forse non ero così "enfant terrible" come credevo di essere, non ero neanche pronta per affrontare madri mai viste.
Guardandomi intorno notai che non c'erano fotografie di Lisbet, solo la locandina teatrale di un musical, dove il suo nome compariva tra la fila di quelli dei coristi. Immaginavo, invece, l'appartamento di una persona di spettacolo, come una sorta di mausoleo dell'ego.
Lisbet arrivò alle sette di sera, entrò a casa mentre io stavo leggendo una rivista trovata in bagno, o per lo meno, mi sforzavo di farlo. Mi trovò seduta sul divano come si trovano i pazienti nella sala d'attesa. Era tutta imbacuccata, con un berretto a righe blu infilato in testa che le copriva quasi tutti gli occhi, uno sciarpone ciondolante e un cappottone color miele che le arrivava fino ai piedi.
Non so descrivere la sensazione che provai, ma mi sentii quasi sollevata nel vederla così. Mi venne incontro, non ricordo se riuscii ad alzarmi dal divano, so solo che il lungo abbraccio avvenne proprio sul divano. Indossava ancora il cappello e il cappotto, solo la sciarpa le era scivolata per terra andandosi ad infilare tra i piedini a zampa di leone del tavolino basso; aveva le mani congelate ed arrossate, gli occhi verdissimi stanchi e odorava di fiori e sigarette: era, ed è, bellissima, di quella bellezza che scalda il cuore. Mi trascinò giù per le scale tirandomi per la mano, e ripetendo ossessivamente che l'ascensore le faceva paura. Mi spiace che non hai mangiato, mi spiace aver fatto tardi, mi spiace veramente, sono un disastro. Arrivammo alla brasserie, ed è proprio là che è iniziato il nostro rapporto. Pensavo di trovare al massimo un'amica, invece trovai una madre, un'altra, quella che incarna la parte di me che credevo fosse semplicemente spirito sovversivo, indolenza, e insofferenza verso tutto ciò che non appartiene al mio modo di vedere la vita. Dietro al disordine, agli spiccioli sparsi nei posti più impensabili, ai vestiti sdruciti e le file di piatti nell'acquaio; dietro ad una vita piena di rimpianti, di passioni bruciate in pochi mesi, di esperienze vissute d'istinto, ci sono le radici di una solidità che ignoravo potesse esistere, che è quella dei sentimenti sempre rinnovati, dell'affidarsi agli altri e nel continuare a credere nei sogni. E' quella dell'onestà dell'animo, che in pochissimi hanno. Capisco perché mio padre perse la testa per lei 31 anni fa, e sono felice l'abbia fatto.
Oggi Lisbet non è diversa da come l'ho vista la prima volta. Grazie a lei ho vacillato più volte, mi sono messa in discussione. Tante delle cose che faccio e che farò, le devo a quel 20 Dicembre del 1997, all'apertura del sipario che per troppi anni è rimasto chiuso, a quegli occhi verdi che mi hanno spesso spinto verso lidi che non mi ero concessa di esplorare. Quando si richiuderà il sipario io avrò raggiunto un equilibrio, e credo proprio che ciò avverrà alla fine dei miei giorni.
Finirà lo spettacolo quando non sarà rimasto più nessuno ad applaudire.
Fare la cantante vuol dire fare anche cose così.
Lisbet
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
Charles P. B.
mercoledì 18 dicembre 2013
Tempo di classifiche: le migliori dieci scopate del 2013, nomi e cognomi.
Ormai lo sanno tutti che è un'esca, però mi fa troppo ridere il titolo: è da due anni che rido per questa cosa.
Prima classifica, ne seguiranno altre. Chi mi conosce sa quanto le ami. Questa è la top ten dei miei momenti salienti.
Si parte sempre dalla decima posizione, anche se la classifica - in questo caso - segue un ordine di importanza difficile da capire (cioè lo capisco solo io)
10 - Ho finito di finanziare la Pampers: miglior traguardo raggiunto
9 - La peggiore compagnia aerea del 2013 è (rullo di tamburi) Meridiana, la migliore Emirates Airline
8 - Peggior periodo fisico: quando mi sono maciullata la caviglia, preso chili e nevrosi varie
7 - Miglior viaggio: Marocco. Peggior viaggio: New York
6 - La notizia dell'anno: corso nel 2014 all'American Academic of Dramatic Arts
5 - Miglior concerto: Antony and the Johnsons.
4 - Medicinale più gettonato: Xanax
3 - Miglior soddisfazione in terra straniera: patente norvegese
2 - Il più grosso cambiamento: lavorativo. Credo che continuerò su questa strada (forse, penso, si, no, non so, dipende, non risponde)
1 - Cose imparate in via definitiva: rilassarsi, attendere, stare lontana dalla folla.
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