domenica 9 giugno 2013

Dal 2010 ad oggi, il post in continua evoluzione. Direttamente da Facebook.

Il cliccatore folle
Utente fissato col clic, clicca su tutto il cliccabile, dal semplice e facile "mi piace" fino a link che anche il più stupido capirebbe che è una trappola per carpire i dati personali e dal titolo inequivocabile "Clicca per vedere chi visita il tuo profilo" o "Clicca per sapere chi sbava sulle tue foto in costume"

L'ex-forumista
Categoria che adoro. Sono i nostalgici, quelli che una volta scrivevano su di un forum usando un nick e un avatar, e dopo la morte dei forum si sono iscritti a fb, ma continuano a usare un nick e un avatar. Chiamano i post "thread" o "topic", scrivono "quoto" quando sono d'accordo, e sbucano fuori solo se si parla dell'argomento che trattava il loro forum. Sono un po' come i frati in convento, fanno parte del mondo ma non si vogliono mescolare agli altri.

Il politologo
Colui che tratta solo di politica. Solitamente è anti-berlusconiano, deluso dal pd e incazzato con Travaglio. Diffonde a più non posso articoli di giornale, vignette, link che trattano l'argomento del giorno, che so, lo sputo di Larussa o le tette della Minetti. E lo fa accompagnandoli da commenti sarcastici e avvelenati. Seguono una serie di "mi piace" apposti dai soliti tre o quattro delusi del pd e amareggiati dal Berlusca, e dai soliti tre o quattro commentini avvelenati. Un classico commento? "E' proprio uno schifo..."

Il Filosofo col culo degli altri (da distinguersi da quello col culo proprio)
Colui che filosofeggia parafrasando idee e pensieri altrui nel proprio stato, spesso senza mettere la fonte o le virgolette. Frasi tratte da canzoni, poesie, libri, film. Spesso frasi brevi, che hanno un senso solo se ne conosci la fonte. I più cavillosi quando incontrano un filosofo col culo degli altri, cercano la frase su google, e se corrisponde ad una cosa che gli piace (tipo un film di Allen) allora mettono il "mi piace".

Il filosofo col culo proprio (da distinguersi da quello col culo degli altri)
Colui che aggiorna gli stati pensandoci su tipo sei ore. Deve mettere frasi profonde, ricercate, enigmatiche, dal senso non chiarissimo. Lui vorrebbe invitare alla riflessione, vorrebbe che chi lo legge pensasse "anvedi che tipo coi controcazzi che è questo". In realtà la maggior parte delle persone non capisce un cazzo e neanche vuole capirlo.

L'applicazione-dipendente
E' una chiavica, usa tutte le applicazioni esistenti su fb e ti manda pure l'invito. Gioca a tutto, fattoria, pet, mafia, ristornate, isola deserta, isola dei famosi, isola dei pesci, isola dei froci, isola delle caccole, ecc ecc. Ogni tanto se ne esce con "ma possibile che non c'è nessuno disposto a mandarmi otto chiodi, sei assi di legno e tre teli che devo finire la zattera?", a me verrebbe da rispondergli "a' Robinson Crusoe ma vedi d'annattene..." ma non lo faccio per quieto vivere.

L'aggiorna-stato ossessivo compulsivo
Quello che aggiorna il suo stato una ventina di volte al giorno tutti i giorni, per dire quello che fa. "sto a magna' er gelato a piazza venezia! mmmmh, booono!" "ora sto a preparà la camomilla, buona notte a tutti!" che se non lo leggi per un giorno pensi sia morto. E' lo stesso che quando parte anche solo per mezza giornata, non scrive più niente. Allora cominci a pensare che vive attaccato al pc e ne hai paura.

Il foto reporter
E' uno che carica foto, foto su foto su foto, in continuazione. Sia sue che degli altri, e poi comincia coi tag, così dopo la tua home page è piena di "giovanni è stato taggato nella foto di piero"..."giovanni e alberto sono stati taggati nella foto di piero"..."giovanni, alberto e altri sessanta amici sono stati taggati nella foto di piero" che uno alla fine pensa, Piero rompe il cazzo, eh.

L'illusionista
Utente strano, prima posta, poi evidentemente se ne pente ed elimina il post. Solo che tu hai commentato e allora ti pare di avere le allucinazioni e gli chiedi: "scusa, ma non avevi messo quel link..." e lui "no no". Cazzo, ho le visioni.

La coppietta virtuale
Non forzatamente etero, possono essere anche dello stesso sesso, ma vivono in simbiosi. Lui posta un link, dopo trenta secondi netti c'è il mi piace di lei. Lei aggiorna lo stato, dopo un minuto eccoti il commento di lui. Lui posta un video e la tagga, lei posta un'immagine e lo tagga. Se lui non scrive, lei subito in bacheca sua "sei sparito?"
Si amano.

L'alternativo
Lui è diverso dagli altri, si distingue. Come immagine del profilo in genere ha la sua faccia con un'espressione non comune mentre legge L'anticristo di Nietzsche. E' spesso sarcastico e cinico. Ascolta musica Jazz al massimo Classica, e sbatte sempre in home video improponibili su concerti live in cui non si capisce una mazza. Però è alternativo.

Il morto che parla
E' uno che ha la bacheca morta. Piena di nulla. Però si sfoga su quelle degli altri, riempendole di cazzate e commentando qualsiasi cosa. E' fastidioso come una zanzara, ma non glielo puoi dire perchè sennò s'incazza e ti cancella.

La racchia riscattata
generalmente pure zitella, tu lo sai, la conosci. Nella vita è una che il sesso l'ha visto una decina di anni fa e forse manco lo vedrà più. Ha la stessa vita sociale di un picchio, eppure su fb riscuote successo. Tutti la cercano, tutti la vogliono, tutti la riempiono di commenti qualsiasi cazzata metta. Come foto del profilo non ha la sua, in genere mette immagini di donne eteree, distanti e affascinanti.

Il colleziona amici
E' quello che ha più di mille amici. Accetta tutti e li colleziona. Non si capisce bene perchè, eppure non vende niente, non ci campa. Semplicemente vuole arrivare ai duemila, duemilacinquecento amici. Forse vuole quella popolarità che in vita non ha e che non avrà mai.

Il metereopatico
Totalmente dipendete dal tempo, i suoi stati-tipo "Che giramento di palle...piove".."Oggi è una splendida giornata! Vado fuori a fare una passeggiata!!" "Un altro giorno di sto freddo ed emigro in Polinesia" "Ma quanto durano i giorni della merla?" "Che caldo...ma come si fa a lavorare?"

Il permaloso e l'invidiosa
In genere il permaloso è uomo. E' colui che si offende se fai una critica ad una sua cosa, se ti dimentichi di taggarlo, di fargli gli auguri per il compleanno, di rispondere ai suoi messaggi privati o di cliccare su mi piace su una canzone che ti ha dedicato, foss'anche di Ligabue.
L'invidiosa è lei: mai un apprezzamento, mai un commento positivo, mai niente che non sia un commento di stizza. E' 'nvidiosa della vita degli altri e generalmente presuntuosa. Lasciamola rosica'.

Il sostenitore di cause
Le sostiene tutte e ti manda due o tre inviti al giorno: il tumore al seno, l'AIDS, i cani abbandonati, il buco dell'ozono, l'impotenza, il reflusso gastroesofageo, i gatti con la sifilide, i polli strabici, la lotta per l'unghia del mignolo lunga, i gay preti, i preti gay, i gay gay, i preti donna, i carcerati, i drogati, i venditori tunisini di spazzole per le ragnatele...tutti.

L'evento degli eventi
Dev'essere uno/a che nella vita non fa un cazzo, perché partecipa sempre ad eventi e lo scopo di questi eventi è mettere tutto l'intero servizio fotografico su fb (sempre sulle 100, 200 foto), creando un evento mediatico. In queste foto dell'evento è divertente notare i vari tag a persone ignare  e che non credevano di far parte di un "evento", ma magari erano andati lì a bersi 'na cosa. E quindi è altrettanto divertente leggere i commenti dei taggati "ah ma era un evento? ah se lo sapevo prima!!". Se lo sapevi prima che facevi? Boh.

Gli innamorati porno
Lascio per ultima sta categoria, perché non credo di sopportarla molto. Sono quelli che fanno pornografia d'immagine bella e buona, postando foto dolciastre di loro che si sbaciucchiano in primo piano, di lei con le cosce aperte sulle gambe di lui, di lui con la mano sulla chiappa di lei mentre le morde il collo, di lei che dorme sulla spalla di lui, del lettone dove stanno per andare a copulare...
In genere sotto ste foto ad alto contenuto pornografico, si sprecano i commentini (falsissimi come Giuda) del tipo "ma come siete belli!!!" (non è vero, non sono mai belli) "Ma che dolci!!!" (non è vero, sono porno, non dolci).

Il ladro/la ladra di amici
 Da distuguersi con il ladro/la ladra di robbba, il secondo/la seconda te lo dice prima con unsimpaticissimo 'rubo' che sta per condividere una cosa tua sulla sua bacheca, una citazione, una frase scema scritta mentri mangiavi un tramezzino, un link che tu avevi preso da un altro senza dirgli 'rubo'...Il ladro/la ladra di amici è quella creatura subdola che non ti dice niente, ma comincia a spulciare la tua lista di amici e invia richieste a raffica a tutti (o quasi) i soggetti che ci trova. Non farebbe alcun male se poi i soggetti con la richiesta in pendenza non ti mandassero messaggi con scritto 'tizio/a mi vuole tra gli amici, ma chi minchia è?'. Allora tu gli devi spiegare che è l'amico del cugino del fratello di uno conosciuto su un forum di ricette sui panettoni, che mette foto profilo non sue, che usa nome inventato, ma che tu sai per certo(?) che è una bravisssssssima persona. In realtà potrebbe benissimo essere Brunetta o Giuliano Ferrara o uno stalker assassino pedofilo violentatore ladro e leghista.Fastidioso il fatto che il ladro di amici con il quale condividevi solo due o tre amicizie in comune, adesso ne abbia ben 56 in comune con te e tu ti senti un po' usurpato, ma c'è di peggio.

L'antico

L'antico  è intelligente per definizione. Guai a sostenere il contrario. Inoltre sa più cose di te a prescindere, perché lui conosce tutto ciò che è successo dalla prima comparsa degli organismi unicellulari sino al film muto Le due orfanelle di Griffith. Tutto ciò che è accaduto dopo non conta un cazzo e non lo tange. Quindi vi sfinisce di foto di attori del muto che somigliano tutti a vostro bisnonno che la povera nonna tiene incorniciato sul comò, col capello lucido e la faccia con l'alone sfumato..e se tu osi chiedere 'ma chi è?', lui manco ti risponde. La tua è una domanda che non merita considerazione, d'altronte sei vivo/a o hai meno di 96 anni, a lui non interessi.

L'intellettuale stanco
 E' un soggetto piatto come una tavola da surf, con la voglia di vivere di un fuco. Lui è intellettuale, ed è anche stanco del solito facebook, ma ci passa 23 ore al giorno. Posta frasette brevi e intelligenti, spesso non sue, cita passi di libri che ha letto solo lui, ha la verità in tasca ma non la tira fuori tutta per non farti fare brutta figura. La centellina pezzettino per pezzettino, giorno dopo giorno. E' sempre al di sopra di tutto: non parla di politica perché lui è al di sopra; non parla di musica perché è un argomento che non deve essere trattato, la musica va ascoltata, è intima; non parla di cinema perché è ridicolo, perché quelli che parlano di cinema poi si scannano e lui è al di sopra di queste cose. E' sempre sopra, tutti sotto a guardare lui.

Il Pasqualino
In genere è un tipo silenzioso, innocuo, passa inosservato. Si scatena solo a Pasqua e ti frantuma le balle parlandoti dei poveri agnellini. Si avvantaggia già una settimana prima mettendo in bacheca di tutto, dall'immagine della bestiolina allattata dalla mamma pecorella, sino a vere e proprie immagini splatter di agnelli immersi in laghi di sangue. Ti fa passare l'appetito e una persona come me, che l'agnello non lo mangia mai, si ritrova sempre tra gli amici il romano buongustaio che da qualche parte scrive 'boooono l'abbacchio' e la tua amicizia con Pasqualino finisce qua. 

Il/la Blogger
Il Blogger maschio non si limita a condividere il link del suo nuovo post una volta, lo condivide ripetutamente a intervalli regolari. I più ordinati te lo piazzano in bacheca, puntuali e ineccepibili, alcuni te lo mandano via email, con sopra scritto, secco,  "leggi", manca solo "..o ti faccio la pelle".

La Blogger femmina, invece, è più delicata. Condivide una volta sola, se leggi, bene, altrimenti sticazzi, si crea la pagina. E ti invita a mettere il like, insieme alla nonna, zia, cugini, figli, amici dei figli e 34 fake che s'è creata per far raggiungere alla sua pagina i 103 like.

Il mare, la stella e tu
Categoria particolare, perché sono amici di facebook che vanno al mare, ma ci vanno con romanticismo. Loro non fanno le code in autostrada con i bambini che urlano nei sedili posteriori; loro non si stravaccano sul bagnasciuga sfranti dopo aver ingurgitato due etti di pasta alle vongole e aglio, loro non si buttano sul divano dopo una giornataccia di mare sporco e ressa sotto agli ombrelloni. No, per loro solo conchigliette rosa, piedi candidi, parei svolazzanti, profumo di gelsomino, fricassea di tonno al lime e olio di cocco. La sera il tramonto e la stella.

Il cinico a oltranza
Il cinismo andava di moda nel 2010, dopo tre anni di status cinici si sono rotti tutti i coglioni di scriverli e di leggerli e le persone stanno tornando ad essere normali, per fortuna. Tranne loro, i cinici ad oltranza.
Quindi: se muore qualcuno, vai di cinismo; se qualcosa piace, vai di distruzione; se è maggio e sbocciano le rose, vai con favole sui liquami dei morti, and so on.

martedì 4 giugno 2013

Barefoot (un'idea di Marocco)








Scrivere in aereo è, come dice una mia carissima amica, roba da culi duri. Cosa siano i culi in metafora, non so, né per quale motivo siano ritenuti duri.
Inizio a scrivere con l'intento di fare un resoconto di questi tre giorni passati in Marocco, poi come spesso mi succede, mi distacco dai miei stessi intenti e divago chiedendomi: ma perché scrivo? La riposta non c'è, temo.
Bisogno di fare il punto, di mettere in chiaro la situazione per poi ripartire. Ci sta. Sarà per questo che ho aperto e richiuso 4 blog nel giro di pochi anni. Li chiudo quando mi accorgo che li visitano in troppi. Il pudore su internet non dovrebbe esistere, potrei tenere un diario cartaceo, ma poi finirei per scarabocchiarlo con le faccine sceme.
Qualcun altro molto più pratico, dice che scrivere è come il sesso, si scrive per stare bene e per sentirsi dire, dopo,'sei stato bravo/a'. Narcisismo applicato. Assolutamente no, protesto! Dopo non voglio detto niente del genere, e poi mentre scrivo io soffro, spesso mi viene da piangere. Quindi masochismo. Ci sta pure questo.
Tre giorni in Marocco non fanno una settimana, come direbbe Corie a Paul nella commedia di Neil Simon Barefoot in the park, mettendo in discussione un matrimonio appena cominciato. Io e il Marocco ci siamo appena sposati e già ci separiamo. Perché in tre giorni abbiamo fatto tanto, ma non ci siamo convinti a rimanere insieme per sempre, o per un'idea di 'sempre', l'idea dell'uomo comune. Quindi un'idea fallace.
Cosa vuol dire 'per sempre'? Cos'è questo sempre di cui tutti parlano?
Sabato sera mi era sembrato di aver trovato uno dei miei sempre, a dire il vero. Quando osservando un sessantenne in una fumeria d'oppio, mi ero detta 'non sarò mai capace di capire, sarò per sempre incapace'. Incapace di entrare nei meccanismi mentali di un uomo che trasporta sacchi di spezie tutto il giorno e che la sera, dopo aver salutato i nipoti, i figli, le mogli, si sdraia su di un sudicio divanetto e si stordisce. Forse perché non esiste più niente, blu intenso del mare, canto straziante degli uccelli, capace di stordirlo. La bellezza della terra, del cielo e degli abissi non gli bastano più. Forse non gli sono mai bastatati. O forse li ha sempre dati per scontati.
Magari non ha sessant'anni, ne ha trenta: si invecchia presto a fare le scale (sempre da Barefoot in the park).
Le scale non le vuole fare più nessuno, prendiamo tutti l'ascensore. Poi, dopo una giornata di ascensori e scale mobili, ci chiudiamo in una palestra e diventiamo maialini d'india che corrono sulla ruota. Per buttare giù i chili guadagnati pensando. Per spendere i soldi, guadagnati pensando. Soldi virtuali, numeri sul conto home banking spesi con carte di credito.
Un Paese, il Marocco, che non pullula di gente laureata. Esistono ancora la manovalanza, il sudore, il lavoro che ti impolvera le banconote stropicciate in tasca, che ti fa cantare, che ti lascia lo spazio per pregare in un angolo di Terra, sapendo che sarai ascoltato, da Dio, dal vento, da qualsiasi entità tu non riesca a vedere, ma nella quale credi perché ti hanno insegnato a farlo.
Un lavoro dal quale rientri la sera, lentamente, al tramonto, cercando e trovando le mani di una donna che ti prepara la cena, che ti accarezza il sudore, che ti porge un telo appena asciugato dalla brezza marina o dal chergui, il vento caldo del Marocco.
Bambini che lavorano troppo presto la mattina; uomini che ti guardano, ti sorridono, sperano che tu acconsenta a portarli via per una notte, in un'oasi, per poi rilasciarli in mezzo al deserto delle loro consuetudini, del loro Dio, del loro mare. Uomini bambini.
In tutto questo il turismo chiassoso dei volgari europei si inserisce come una macchia scura, stonata, nell'armonia celeste di un quadro impressionista. Li riconosci, sono sempre loro, i superstiti della crisi, i nuovi sciattoni medioevali convinti di visitare un Paese affascinante, ma inferiore. Intuisci dai loro nasi all'aria, la mancanza totale di rispetto e di comprensione. Non capiscono, osservano ma non colgono. Sono vestiti in modo inappropriato, con scarpe da trekking costose, magliettine griffate, borse chiassose, zaffate di profumo, cappellini ridicoli da festival della birra. Le donne in chador stinto che passano loro vicino, li guardano e farfugliano cose all'orecchio ridacchiando, mentre loro con le reflex da "annoiati che si sono dati alla fotografia" tentano di fotografarle, puntando obiettivi spaventosi, fallocentrici. Perché la foto della donna in chador fa tanto National Geographic, poi la posteranno sul gruppo degli appassionati di fotografia di Facebook e faranno una bellissima figura con gli amici, comprese le mogli. Non possono avere le donne degli altri, e allora la sfoggiano con i pixel, con la supponenza della proprietà. L'ho fotografata, adesso è mia.
Entrare in punta di piedi, chiedendo permesso, togliendosi le scarpe, magari, e levandosi il cappello.
Inchinarsi di fronte alla vita di chi suda, di fronte a donne che portano tre figli per volta in braccio, con i sandali rotti di tre anni fa, la polvere del lavoro ancora addosso. Donne troppo prese dall'esistenza per potersi permettere il calcolo della calorie di una fetta di torta. Mi sento inadeguata, si sentono così anche le mie compagne di viaggio, le mie amiche che si sono emozionate in un negozio di specchi.
Hanno visto l'immagine riflessa di un'Europa che non è altro che un grande contenitore del niente. Ci sono troppi vuoti da riempire, e troppa umiltà di riconquistare. Europa piena di persone con la verità in tasca, con ogni risposta per ogni domanda.

Mio marito non mi capisce, ma lo amo.
Mio Marocco non mi capisce, ma lo amo.


Divorzieremo e sarà doloroso, oppure ci capiremo, ci ameremo e vivremo felici come il 15 per cento delle coppie.
Bisogna stare A piedi nudi nel parco.
Sempre.

mercoledì 29 maggio 2013

La capacità di elevare le cazzate e una minestra sotto la cintura



Cosa si fa di notte, quando alle 4 sorge il sole e dopo due ore di sonno non si riesce più a dormire?
Si pensa alle cazzate.
Qualche anno fa, durante la consueta gita a Preikestolen, io, mio marito e due amici, abbiamo conosciuto una premurosa famiglia romana. L'intercalare che usavano era 'li mortacci de Zerba', e si ostinavano a sottolineare quanto Steve fosse 'un bell'americano'. Da quel giorno, Valentina la nostra amica, chiama Steve 'il bell'americano', e lui puntualmente le risponde: 'limortaccideZerba!'.
Nella vita capitano cose che, al momento, possono sembrare semplicemente insignificanti, al massimo quasi divertenti, ma niente di più. Eppure ti indirizzano verso un nuovo modo di relazionarti, modificano i rapporti, li arricchiscono. Il gioco bell'americano/limortaccideZerba, non è una sciocchezza. E' il restauro, attraverso una nuova complicità, di un'amicizia consolidata.
D'altronde io sono quella che pensa che le stupidaggini siano più importanti delle cose serie, che le stronzate risolvano la giornata, che una risata (ma anche mezza) possa salvare un rapporto, o arricchirlo in modo esponenziale.
Ieri sono andata a pranzo con alcuni miei colleghi e degli studenti in lingue che avevano assistito alla nostra 'chiacchierata' su Les femmes savantes di Molière. Tra questi studenti, ce n'è uno che mi ha maledettamente messo in difficoltà, facendomi domande sul contesto storico dell'epoca, quando io mi ero focalizzata soprattutto su tematiche e messa in scena teatrale. In due parole: m'ha rotto le scatole con aria saccente da studentello rompicacchio. Non mi sono sottratta, ma continuavo a correggergli la pronuncia e a far finta di non capire, dato che il suo francese era talmente vichingo da renderlo lingua lappone strascicata. L'orrore puro. E' nata un'antipatia a pelle, reciproca.
Durante il pranzo mi guardava (male) e avrei voluto alzarmi, andare verso di lui, stringergli il nasotto tra le dita e dirgli 'ma chi ti credi di essere bambino scemo brufolone?'. Poi è accaduta una cosa, e tutto è cambiato. E' successo che si è rovesciato la zuppa addosso. La minestra bollente. Gli è caduta sul bacino, tra l'ombelico e la parte inferiore della cintura.
Una persona normale si sarebbe dispiaciuta, ma io sono fatta male, è cosa nota. Già prendere una zuppa schifosa, biancastra, presumo dall'odore di liquido seminale di renna, a pranzo, denota turbe mentali. Non è tanto buttarla giù il problema, quanto affondarci dentro il cucchiaio sperando che ne esca fuori intero e non consunto come dopo l'immersione in acido nitrico. Uno avrebbe voglia di dirgli 'ma che problemi hai? mangiati un trancio di pizza e falla finita, che hai 18 anni'. Ma esiste Dio, ed ha operato al meglio. Ha pensato bene di inclinare la ciotolona (io adoro i piatti fondi, i norvegesi no, solo ciotole da cani) e di dare una lezione al pube del saccente e rozzo norvegese in erba che crede di sapere il francese. Mi ha ricordato Monsieur Candie di Django Unchained. Tra l'altro si vedeva che era uno abituato a mangiare solo pizzaccia e hamburger, da come teneva il cucchiaio. Quello in vita sua un cucchiaio, o meglio, una posata qualsiasi in mano non l'ha mai tenuta (da altre parti forse sì). E qui rivendico le mie origini borghesi di cui NON mi vergogno (qualcuno che conosco bene direbbe 'altocollocate'), secondo le quali essere un signore, si vede in due posti: a letto e a tavola.
Per darsi un tono, per sentirsi francese, ha optato per un surrogato di potage. Peccato che oggetti a lui sconosciuti (appunto, cucchiaio, tovagliolo, ciotola, mi spingerei sino al bicchiere, quello è uno che beve dalla bottiglia anche il vinaccio che si compra) abbiano decido si ammutinarsi con vendetta finale.
Dicevo: mi sarei dovuta dispiacere, perché i suoi simpaticissimi compagni di studi hanno cominciato a ridacchiare in norvegese, con suoni gutturali inclusi nel prezzo della figura di merda. Invece mi sono alzata, sono andata in bagno per ridere in libertà.
Poi è successo un altro miracolo: mi sono sentita una merda.
Lo vedevo impacciato, con i pantaloni bagnati come se se la fosse fatta addosso..insomma, poverello, l'avevo già strapazzato per la pronuncia, la mia parte buona, quella materna per intendersi, ha preso il sopravvento e gli ho addirittura proposto casa mia per dargli un paio di pantaloni di mio marito.
Lui mi ha risposto 'no, grazie, non li posso riempire'. Abbiamo cominciato a ridere, io e lui, come due ebeti. E anche a parlare, come due amici.
In serata mi ha mandato un sms 'je m'excuse', mi sono commossa sul serio.

Est-ce que je peux écrire tout ça sur mon blog, en italien?
Mais bien sûr, c'est rigolo, non? 


martedì 28 maggio 2013

L'arte e la simulazione. Appunti su un film, per non dimenticare.

Giorni nei quali fioccano pareri sulla nuova opera di Sorrentino ed io decido di vedere un film che non è più in sala, del quale, attualmente, non parla nessuno.

La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore è un grandissimo film. Perché? Perché parla di simulazione, di falso, di autentico. Perché parla del mestiere d'attore e d'amore, di cinema e di arte. Perché lo fa usando Hitchcock. Perché lo fa bene.

I sentimenti sono come le opere d'arte, possono essere il risultato di una simulazione.

I sentimenti scaturiti dall'arte, l'arte che sgorga dai sentimenti.
L'arte che si ispira ai sentimenti.

Virgil, misantropo sessantenne, battitore d'asta, si innamora di una donna affetta da agorafobia, che inizialmente non vede, ma con la quale parla al telefono e attraverso un muro.


Non so com'è, ma so già che sarà bella.






Allora, nei hai avute altre donne?
Sì, le ho amate tutte, e loro hanno amato me. Mi hanno insegnato ad attenderti.

Virgil colleziona opere d'arte, ritratti di figure femminili, con la stessa passione e dedizione con la quale un Don Giovanni collezionerebbe donne.

La massima forma di perversione sessuale è la castità.
La negazione. La privazione. Un armadio pieno di guanti.





Com'è vivere con una donna? Esattamente come partecipare ad un'asta, non sai mai se la tua offerta sarà la migliore.




In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico. 

Perché il falsario, nel riprodurre l'opera, non potrà mai esimersi dal contributo personale, anche piccolo, impercettibile. In ogni falso c'è un'anima nascosta, quella del suo autore.




mercoledì 22 maggio 2013

Invidia, ma di quella buona, però.



Quando i miei amici hanno saputo che avrei trascorso più di una settimana senza figli & marito in Norvegia, si sono sprecati i commenti del tipo fuuuuuuuuuuurba leeeeei /ma che cuuuuuuuuuuuuuuuloooooo / voglio venire anch'iooooooooooo /chissà che robeeeeeeeeeee.
Questo post è per spiegare quanto l'invidia (sana o meno) faccia malissimo a chi la prova, ma soprattutto a chi la riceve.
Stavanger è una piccolissima cittadina sui fiordi, apparentemente innocua, paradisiaca. In realtà è molto altro. E' come quei paesini illustrati nelle fiction italiane, dove sembrerebbe tutto normale e noioso, non fosse per gli omicidi, i tradimenti, gli incesti, il traffico di droga, le rapine a mano armata e la prostituzione.
Stavanger è capitale europea della cultura, qui sono nate band tipo i Sirenia (e questo la dice lunga), ma non solo; è sede delle principali società petrolifere, tra le quali Statoil. Quindi cosa si trova a Stavanger? Di tutto. Dall'artista tormentato molto gothic, al manager, al geologo (categoria apprezzata dalla sottoscritta) fino ad arrivare al pescatore di aringhe, al pianista jazz o al metallaro di ritorno. C'è più varietà sociale qui che a Oslo, eppure sono (siamo) in quattro gatti e tre stoccafissi.
Spiego questo ai miei amici: i commenti di cui sopra aumentano con intensità esponenziale e l'invidia cresce.
I primi giorni sono stata in albergo, e forse non tutti sanno che stare in albergo qui, non è come stare in albergo da altre parti. Qui non si sente niente. E quando dico niente, intendo dire niente. Provate ad immergervi sott'acqua in una piscina senza anima viva, e rimaneteci 8, 9 ore. Ecco, state simulando una nottata/giornata in albergo a Stavanger. Non si sentono neanche gli spostamenti d'aria quando aprite la finestra. Una situazione amniotica, prenatale. La prima notte è stata insopportabile, sono dovuta scendere al bar alle due perché avevo bisogno di udire qualcosa di umano. Ho trovato il barista muto. Spostava i bicchieri senza fare rumore. Mi hanno spiegato che le stanze sono insonorizzate. Esperienza da non ripetere.
Il primo giorno di lavoro è stato meraviglioso: ho ritrovato alcuni colleghi, il solito Babbo Natale mio vicino di scrivania. Per chi non lo sapesse, è un bel vichingo corpulento, barbuto e silenzioso, che io ho amato alla follia d'un amore unilaterale. E' fidanzato con un tipetto magro magro e piccolino, che è la metà di lui. L'ultimo giorno di lavoro, l'anno scorso, dopo mesi di quasi silenzio, mi ha regalato un sorrisone, un bacio appiccicoso di Coca Cola e due guance in fiamme. Ho capito che l'amore era corrisposto e mi sono anche commossa. Quest'anno è più loquace, al suo Good morning aggiunge un Nicole, che è il corrispettivo mediterraneo di 'Buongiorno bella ciaciona mia vieni accà caciottella di latte fresco metemagnerei, ti voglio bene tantotanto'. Ci vogliamo bene, è appurato. Mi ha persino invitato a cena stasera.
Lavorare in Comune, intendo per i dipendenti normali a tempo indeterminato, non è come lavorare in Comune in Italia, chiaramente. Qui a lavoro puoi anche non venire, puoi startene a casa con i tuoi bambini, se vuoi. O in palestra a fare addominali. Perché il lavoro è telematico. Una ragazza con tre figli piccoli, ieri mi ha raccontato che lavorando ha fatto la torta di mele. Conta ciò che fai, non in quanto tempo lo fai o dove lo fai. Va beh, altro mondo.
Ho passato molte serate e pomeriggi a ristudiare Proust, perché è l'argomento principe di questi mesi ed ho scoperto che non sono più abituata a stare ferma sui libri, mi viene l'esaurimento, sbrocco e graffio come un gatto isterico. Per fortuna ho due amiche come me, una spagnola e un'altra francese, anche loro impegnate nello studio e anche loro schizofreniche. Solo che loro sono libere, quindi mi propongono serate improponibili ad una donna sposata con figli, che io ho accettato una volta sola perché mi sono detta 'va beh, mi farò i cacchi miei, mi porterò un libro'. Il libro non l'ho letto, però ho osservato.
Gli uomini norvegesi sono di due tipi. Quelli che aspettano te, ma non ti guardano e quelli che aspettano te, guardandoti. L'iniziativa la prendono le donne soprattutto, me l'hanno spiegato perché io sono mentalmente in ritardo in materia sociale. Sono sempre uscita in compagnia e non ho mai fatto caso a usi e costumi dell'abbordaggio norvegese. Evidentemente sono capitata male, perché nel locale ho beccato l'unico italiano che c'era. Uno di Tropea ciucco come un salmone al rhum, che mi ha alitato in faccia a un millimetro dal naso 'uats ioooor neiiim biutiful gherl?', mandato a cagare in italiano dopo due minuti, per sentirmi dire 'potevo rimanermene a Tropea...'. Poera stella.

Gli occhi dei 'norvegesi che guardano', sono terribili. Di una profondità strana, in cui la solitudine e il malessere di vivere si incontrano in una danza rassegnata, dove mente e fisico si devono adeguare a sei mesi di buio, interiore ed esteriore, e a sei mesi di luce maleducata che non ti lascia tempo di riposare. Dove gli incontri sono solo piccole oasi dalle quali ripartire il giorno dopo, per trovarne delle altre in cui provare pace, un briciolo di serenità momentanea. Corpi e teste che escono fuori di casa solo per entrare nei pub, per bere sino ad annientare i pensieri, sino a ridurre la dimensione umana che imprigiona gli sguardi. Per liberarne altri, freddissimi in attesa di essere scaldati da luce vera. Non è disinvoltura, non è spregiudicatezza o libertà, è solo ricerca di pace. E' bisogno di verità.

I was in Strasbourg last year, very nice town. Come to my place, I've a Jacuzzi on my balcony.



venerdì 17 maggio 2013

L'arte di aspettare - Stavanger reloaded





La vita è una continua attesa. Aspettare è vivere, ed è un'arte. Ho atteso prima di tornare in Norvegia, aspettavo questo momento allacciato a ricordi recenti non troppo felici, ma necessari. Adesso che ci sono aspetto di tornare in Italia, per portare altri bagagli pieni di pensieri che prima non avevo, pieni di nuove nostalgie, di nuovi odori. O di sensazioni già conosciute e ritrovate, rivalutate, piazzate meglio in quell'angolo dell'anima che prima era pieno di altro a cui pensare.
Nel silenzio della cittadina ritrovo un karma che avevo scordato. E passeggiare o andre in bicicletta incontrandomi con il saluto dei passanti, mi riporta in una dimensione a me cara; quella della cortesia umana, degli sguardi e dei sorrisi gratuiti che con tanta fatica escono fuori in città più grandi e caotiche, quindi più villane, o semplicemente meno umane.
Cosa vuol dire essere al passo con i tempi? Perché in Islanda molti negozi di dischi hanno i vinili e non i cd? Perché sento il bisogno di entrare in un locale sapendo dove sono e non in uno nel quale potrei essere ovunque, a Parigi come a Milano? Perché odio Starbucks? Perché non c'è niente da aspettare, là. E' tutto come già sai, perché ci sei stato a New York (o forse era Londra). Cosa aspettarsi se non i soliti bicchieri di cartone ustionanti, il solito caffè orrendo e le solite facce stravolte dalla smania di avere tutto e di averlo subito?
Io non voglio tutto, non lo voglio neanche subito. Voglio godermi l'attesa, la voglio centellinare così come farei con una giornata speciale. Me la voglio vivere istante dopo istante, dolore dopo dolore, lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso, parola dopo parola. E se alla fine dell'attesa non arriva niente, potrò dire, almeno, di aver saputo aspettare, di aver sospirato per poter vivere un momento che forse non arriverà mai, ma che avrei meritato. Respirando con calma vado avanti tra mille incertezze, ma con la sicurezza di essere migliorata nel dare il giusto valore a ciò che merita di essere aspettato, ma anche a ciò che scoprirò solo dopo che non meritava la mia attesa.
Stamattina ero nervosa, dovevo affrontare un lavoro quasi nuovo, pensavo di non essere pronta nonostante lo studio e l'approfondimento. Bevevo caffè e leggevo il giornale sull'iPad; ho trovato un'applicazione per scaricare classici, ebooks. Wow.
No. E' orrendo.
Voglio aspettare, non voglio pensare ad un libro ed averlo dopo due minuti. Voglio uscire, cercare una libreria, chiedere, vedere facce, occhi, stringere mani. Voglio trovarlo solo dopo aver cercato in tre librerie, aprirlo, guardare la copertina, leggere la quarta ed infine pagare aprendo il portafoglio, possibilmente in contanti. Poi voglio aspettare il momento giusto per iniziare a leggerlo, mi deve pesare in borsa, lo devo sentire. Devo poterlo appoggiare sul comodino preoccupandomi di non farlo cadere, deve essere quasi fastidioso, ingombrante.
Questa è arte, l'arte dell'attesa. E' un vero peccato che si stia perdendo, ma io nel mio piccolo prometto di non separarmene mai più.


Mamma cosa fai là sul prato tutta sola?
Amore, aspetto.
Bravissima mamma!

domenica 12 maggio 2013

Il Bacio




Quando avevo otto anni avevo un amico. Non era un amico qualsiasi, era l'amico del cuore, l'amico per la pelle: l'amico, l'unico. Si chiamava come mio fratello, veniva tutti i giorni a casa mia, giocavamo sino a dimenticarci le pareti di casa, i soffitti, le porte chiuse e le finestre con i vetri appannati. Io gli raccontavo storie, lui accettava di giocare con i pentolini ed io con il Lego. Lui era debole, spesso raffreddato, con frequenti emorragie nasali: io ero forte, determinata, un po' timida. Era l'unico bambino della mia età con il quale potevo prendermi la libertà di comandare, di decidere a cosa giocare, di insegnare. Ed io ero per lui un porto dove approdare, un punto di riferimento, una confidente alla quale consegnare buste contenenti segreti.

Però ogni tanto gli facevo male.

Provavo un sottile piacere nel metterlo da parte, gli dicevo che non avevo voglia di giocare, che ero troppo impegnata con i compiti. E andavo dalle mie amiche. Giravo con la bicicletta nel cortile, sapendo benissimo che lui non poteva venire; sapendo che si sarebbe affacciato per guardarmi. E allora io giravo sempre più velocemente, cantando, godendo del suo dolore. Dopo giorni di indifferenza totale da parte mia, lui provava timidamente a suonare il campanello. Chiedevo ai miei genitori di dirgli che non c'ero, che ero dalla mia compagna di classe, dal'amica, quella vera.

Quando ritenevo che avesse sofferto a sufficienza, allora tornavo da lui. E la felicità di riaverlo come amico era incontenibile. Correvamo mano nella mano sino a cadere e a sbucciarci le ginocchia, adoravo i suoi tamponi nel naso, lo rendevano buffo e tenero. Amavo alla follia il suo sguardo stralunato, la sottomissione a tutto e a tutti, la sua fissa per la pasta al burro, i suoi Lego. E tutto ricominciava più bello di prima, più forte, più intenso.


Ieri quando sei partito mi hai baciato a lungo ed è stato un bacio diverso dagli altri. E' stato Il Bacio di questi sette anni.
Ti amo come non mai.


Immagine: Jack Vettriano -n. 1951, Scozia- Long Time Gone