giovedì 18 settembre 2014

The mess



Le scale che portano nella cantina sono buie e tempestose. A partire dal terzo scalino ci sono varie trappole lasciate dai miei figli, i giocattoli. Scendo evitandoli uno per uno, avendo cura di non pestarli, anche se alcuni li prenderei volentieri a calci. Mi guardano male, mi giudicano continuamente. Altri sono addirittura corrucciati: gli ometti Lego. Nessun ometto, neanche un Playmobil, è incazzato quanto un Lego.
La mia cantina è l'apoteosi del disordine, quasi peggio del mio armadio. Se un giorno dovesse tenersi una conferenza sul disordine, credo che potrei tranquillamente spiegare, punto per punto, cosa vuol dire essere disordinati e cosa sia il disordine. Gli ordinati non capiscono, non per cattiva volontà, né per evidenti limiti creativi, ma proprio per incapacità mentale di comprenderne l'arte in esso contenuta. Perché se impilo tutti i libri ai piedi del letto in maniera precaria e traballante, o se sugli scaffali mescolo gli asciugamani piccoli con quelli grandi, o se infilo tutti i fogli in borsa e poi cambio borsa, e dopo tre giorni di cambi continui di borsa ricordo perfettamente quali fogli sono stati infilati a casaccio dentro la borsa di tre giorni prima, allora non sono disordinata: sono un genio creativo. Il mio disordine mi stimola ad essere sempre vigile, imparo anche a dominare la natura, che è comunque, una forma sublime di disordine. Ben diverso è il caos, o il cosiddetto 'casino'. Il caos è del tutto devastante, non c'è l'intento o la voglia di essere disordinati. Nel caos ci si lascia trascinare dalla vita, dagli oggetti e dalle situazioni, senza agire. Il disordine, invece, è concezione. È materia intellettuale, ma è anche passione spinta allo stremo. Il disordinato mischia le carte da gioco e le sparge sul tavolo; il caotico le tira in aria e le lascia cadere, senza neanche guardare dove vanno a finire. Il disordinato sa esattamente dove si trova l'asso di cuori, il caotico non è neanche interessato a cercarlo.
Il casinista, invece, è rumoroso. Un disordinato puro - un creativo, quindi - non fa rumore, non disturba gli altri, non è un fracassone né un molestatore. Il disordine è un concetto intimo, da vivere con se stessi e da offrire agli altri solo quando si decide di dare proprio tutto di se stessi. Il casinista è sempre 'entrante', invadente. Generalmente è un prevaricatore, un arrogante e un bugiardo.
Solamente il vero disordinato ha, ogni tanto, attacchi di ordine quasi ossessivo. Quando si rende conto, essendo ipercritico verso se stesso, che è "ora di mettere apposto". Allora passa le ore, le domeniche mattina intere, a creare un ordine asettico quasi maniacale, con la consapevolezza che nel giro di pochi giorni tornerà il solito confortevole disordine di sempre. Si arriva a limiti estremi, tipo suddividere i dischi non solo per genere, ma anche per ordine alfabetico.
Svuotare la borsa di una disordinata come me, soprattutto quando te lo ordinano (tipo in aeroporto) è sempre un'esperienza esaltante. Saltano fuori cose che pensavi di non avere mai posseduto, foglietti volanti con numeri di telefono che, tanto, non avresti mai messo in rubrica. Perché il disordinato sarà pure artista, ma non è scemo e ha grandi capacità di discernimento. Non ha bisogno di pensare e poi agire, fa entrambe le cose contemporaneamente, col disordine. Quindi il disordine è uno strumento, serve per agire più in fretta, per essere subito pronti e per godere della libertà di "lo lascio dove mi pare", "lo metto apposto dopo". L'ordine schiavizza, al contrario. Limita il raggio di azione, inibisce la fantasia. Richiede rigore e gusto estetico geometrico, consapevolezza e certezza: l'ordine è la virtù dei mediocri. Il disordinato non ha certezze, o meglio, è vaccinato contro le incertezze. Gode, però, di numerose possibilità di combinazione. Un libro può stare: sul comodino, per terra ai piedi del comodino, sopra l'abat-jour, sotto al cuscino, sotto al letto, ai piedi del letto, sopra il tappeto, sotto al tappeto, sulla poltrona, sotto la tazzina del caffè. Dov'è il libro? Il libro è. Questo interessa al disordinato: c'è. Il dove è irrilevante, non importa, tanto lo si trova. La certezza è nell'esistenza di un qualcosa, non nella sua localizzazione o nella sua posizione. Basterebbe vedere come disfa la valigia un disordinato, per capire. Nel farla siamo quasi tutti ordinati, perché è la maledetta valigia che ci costringe ad esserlo, altrimenti non entrerebbe niente ed i vestiti arriverebbero a destinazione pieni di anomale plissettature e sarebbe un vero guaio. Ma quando la si disfa, esce fuori tutta la nostra personalità. Il pigro disordinato, non si scomoda neanche: razzola con la valigia aperta, a volte addirittura semichiusa. Il disordinato attivo, invece, la disfa ma crea una baraonda. Niente o poco, finisce per entrare nell'armadio. Vengono monopolizzati tutti i punti di appoggio, e se ne creano pure di originali (le porte e gli specchi per appendere i vestiti) pur di non mettere tutto apposto nell'armadio. L'armadio è il tallone di Achille di qualsiasi disordinato vero. Lo si odia perché solo a vederlo costringe all'ordine, e allora ci ribelliamo facendo dell'armadio, un vero e proprio contenitore del nostro disordine più spinto.
Posso aprire l'armadio?
Noooooooo!
Tutto ciò lungi dall'essere un'esaltazione del disordine, né una giustificazione al mio, ma vorrei solo ricordare che in ogni persona simile a me c'è la propensione a pensare sempre, costantemente, che esista qualcosa di più importante, o di più meritevole, alla quale dedicare il proprio tempo. Il disordinato forse è un ottimista poco consapevole di esserlo, o molto, dipende dal tipo di disordine, perché non tutti sono uguali.
Gli ordinati ci servono per stabilire equilibri, ma anche per farci star male. Ammettiamolo, quando entriamo a casa di un super ordinato, non stiamo tanto bene. Il disagio sta nel confronto e nell'impossibilità di muoversi con disinvoltura. L'ordine inibisce, il disordine accoglie.

Frasi famose.

È affascinante questo tuo disordine, mi piace, è naïf, sei tu, proprio.
(dopo due mesi)
...e poi sai cosa?
No, cosa?
Sei una disordinata del cazzo!
(relazione lampo del 2001)

Se non levi i libri dal pavimento e i vestiti dalla scrivania, mi spieghi come si fa a pulire ed a spolverare?
Li sposto dalla scrivania alla sedia, allora.
E i libri?
Li metto apposto velocemente.
Se non lo fai entro un'ora, sappi che sui cartoni alla stazione si dorme discretamente. Anche la mensa, non è male.
(io e mia madre, dal 1987 al 1999)

Non credi che dovresti eliminare qualche file o cartella, o per lo meno, mettere ordine tra i documenti? E che ne dici di creare qualche cartella compressa e magari di fare un backup?
(il disordine virtuale)

Originale la tua scrivania...è piena di cose, di oggetti, di di di...
Disordine?

(collega norvegese, 2013)

Vede, lei deve sempre, come regola di vita, separare i documenti dalle carte di credito e dai soldi. Farebbe meglio e mettere il passaporto e tutti i documenti a parte, perché altrimenti rischia che le accada come è successo, e cioè che perda tutto, o che le rubino tutto, in un colpo solo.
Come scusi? Ero distratta.
Lasciamo perdere...
(io e l'agente di polizia a Londra, 2014)

Nonna, stanotte posso dormire nella camera del nonno? Così mi sembra di averlo ancora vicino a me, e di sentire la sua presenza, e...
Ma lascia stare questi inutili sentimentalismi! La ridurresti una piccola Waterloo e tuo nonno se la prenderebbe con me facendomi crepare solo per il gusto di sgridarmi dal vivo.
(mia nonna, estate 2014)

La vita con Nicole è meravigliosa. Cinquanta percento di gioie, e cinquanta percento di tempo buttato via per cercare le chiavi della macchina.
(una persona che mi vuole bene)

Il tuo problema non è il quando. Non è neanche il come, né tanto meno il perché. Il tuo problema è sempre stato il dove.
(mio fratello)

(il disordine nella foto sopra, è tutto mio)


mercoledì 27 agosto 2014

Il rimpianto in espansione



Mentre corro dietro ai miei bambini al Parc de la Grange di Ginevra, mi sento chiamare. È Anne, una mia ex compagna di classe dei tempi delle medie. Anne è una ragazza coreana adottata da una famiglia italiana che a Ginevra si occupava di commercio del caffè. Ha un fratello, indiano, anche lui adottato. I genitori erano già abbastanza anziani ai tempi delle nostre abbuffate all'ora del tè; sono morti entrambi diversi anni fa, mi racconta.
Anne a dodici anni era una ragazza paffutella, complessata e introversa. Si era legata a me in modo quasi ossessivo, ma io preferivo altre compagnie e altri interessi. Ogni tanto passavamo un pomeriggio chiuse in camera mia, nel quale parlavo soprattutto io. A quei tempi la mia famiglia ed io vivevamo in Route de Chêne, proprio davanti alla scuola Internazionale. Non dovevo far altro che attraversare la strada. E anche Anne, per venire a casa mia dopo la scuola, sapeva che non doveva fare altro che attraversare la strada. Eravamo in classe insieme, ma avevamo orari diversi perché io avevo scelto di fare latino e finivo un'ora dopo. Trovavo Anne fuori dal portone del palazzo ad aspettarmi; stava un'ora là, ferma, in piedi, con la stessa pazienza e attenzione di un ragno sulla tela. Dopo la scuola avevo lezione di pianoforte, o di danza o di equitazione, lei lo sapeva. Dovevo solo passare da casa a lasciare lo zaino, ma nonostante ciò, mi aspettava, saliva in casa con me, si sedeva sul mio letto e aspettava, in silenzio, che io mi facessi i fatti miei per poi uscire di casa di nuovo insieme a me. Spazientita, la lasciavo alla fermata del 12 (il tram più gettonato di Ginevra) promettendole una merenda il giorno dopo, e lei sottolineava "mi raccomando, all'ora del tè!".
Papà ma l'ora del tè, esattamente, qual è?
Non avevamo tradizioni di merende all'ora del tè, a casa mia. A pensarci bene era proprio il concetto di merenda ad esserci tradizionalmente sconosciuto. Mio fratello all'ipotetica ora della merenda era sempre a casa di qualcuna a pomiciare studiare; io non c'ero mai, i miei genitori erano a lavoro, forse solo Rif, il nostro pastore tedesco, faceva merenda all'ora del tè.
Una volta scoperto che l'ora del tè era verso le cinque, Anne arrivò alle quattro e un quarto, quando ancora io non ero uscita da scuola. Quel pomeriggio Mutter era a casa e, stranamente, anche mio fratello. Avevo dato "ordine" di preparare una merenda vera. Anne passò due ore a mangiare e a ridere quasi contenta, a parlare della mia migliore amica (Teresa, una ragazza mezza spagnola e mezza belga, di una bellezza abbacinante) e a descrivermi un intervento chirurgico per "aprire" gli occhi a mandorla. Gli occhi di Anne erano veramente due fessure, ed io sapevo che erano la causa dei suoi problemi pre-adolescenziali, ma la trovavo una motivazione sgonfia, non turgida come la mia che credevo di essere totalmente anormale. La mia anormalità consisteva nel passare le ore, isolandomi, a pensare a cose alle quali non pensava mai nessuno, tipo fare i massaggi alle falangi di Glenn Gould o a diventare un mimo. Credevo che diventando mimo la mia strada verso la carriera di attrice mi si sarebbe aperta come un portone automatico, o come il Mar Rosso a Mosè. L'idea mi era venuta perché il mio ragazzo, che faceva il dj a tutte le feste della scuola, mi aveva detto che la mimica rivela il talento che le persone hanno dentro, e dato che ero parecchio innamorata, questa cosa mi era sembrata una cacchiata mondiale. L'avevo modificata, evoluta a modo mio, seguendo ragionamenti consecutivi personali e logici che è inutile che spieghi.
La fine delle merende con Anne, arrivò quando dopo la terza media i suoi genitori scelsero di mandarla nel settore scolastico anglofono, mentre io rimasi in quello francofono.
Anne adesso mi chiama, sono passati vent'anni. Non ho avuto neanche un attimo di esitazione, l'ho riconosciuta subito. Il suo italiano è peggiorato ed i suoi occhi sono più aperti. Forse l'avrei preferita con l'italiano migliorato e gli occhi ancora chiusi nel suo bellissimo mistero orientale. L'assenza dello sguardo, mi manca. Il doverlo immaginare, mi manca.
Mi racconta che lavora all'UNICEF, che ha due bambini. Io le spiego che mi sono, non volendo, ritrovata nello stesso ambiente scolastico internazionale dal quale ero partita. Lei si ricorda del tè e dei miei armadi a muro bianchi, sui quali attaccavo i poster dei Clash. Io le confesso che non ero normale e che sono rimasta com'ero. Lei mi risponde "Cara, si vede!".

Si vede da cosa?

Tornare a lavorare a pienissimi regimi con novità da assimilare e organizzare, non è esattamente uno choc; soprattutto quando ti svegli la mattina sotto un cielo grigio, carico di pesantissime nuvole anomale autunnali che si dissolvono quasi sempre verso l'ora della pausa pranzo, lasciando il posto ad un sole troppo pallido per essere agosto, ma che ti permette di godere a pieno della bellezza della città.
Stamattina è successa una cosa. Penso ad Anne. L'ho incontrata il giorno di ferragosto alle dieci del mattino, e già alle dieci e mezzo non ci pensavo più: mi volevo proteggere. Perché ci penso? Scrivo di Anne, qui sopra, durante la pausa pranzo. Le finestre della memoria arieggiano un presente completamente diverso e complesso. Io sono momentaneamente in cima alla stratificazione della vita, dopo questi attimi se ne aggiungeranno altri, ed altri ancora, e raggiungere il nucleo sarà ancora più difficile. Ci vorranno, forse, tante inattese Anne a chiamarmi.
Mentre scrivo il mio collega mi guarda. La sala professori è deserta, perché nella pausa pranzo tutti mangiano. Tutti tranne me, che ormai ho smesso, e il mio collega che sta seguendo una dieta secondo la quale si scofana il mondo intero a colazione, e poi se ne riparla a cena. Perché mi guarda?
- Perché mi guardi?
- Cazzo sei pallidissima
- Ah
- Ma stai bene?
- Benone!
- No, tu stai male.
- Va bene, sto male.
- Ma la pressione te la misuri mai?
- Misuratela tu!
- Andiamo, su.
- Andiamo dove?
- Infermeria, c'è l'apparecchio e te la misuro. Guarda che tu stai male...
Dopo mezzora di manovre che mi massacrano l'avambraccio, l'esperto "infermiere" sentenzia:
- Tu STAI MORENDO, non hai pressione
Comincio, in effetti, a sentirmi un po' male. Come risucchiata da uno strano vortice di allucinazioni, mi ritrovo nel giro di mezz'ora al pronto soccorso dell'ospedale. Sento il mio collega parlottare con un'infermiera:
- No no, è una mia collega...ha 70 di massima, l'ho misurata io...no no, sicuro, la so misurare...no no, lei dice di stare bene, però... no no, aspettiamo, certo...
Poi a passi giganti e concitati viene verso di me:
- Tranquilla, tra un po' ti visitano...COME STAI??
- Sto tranquilla.
- A chi telefoni?? Non ti sforzare! Vuoi qualcosa da mangiare? Vuoi un tè? Vuoi...
- Non voglio niente, stai calmo, perdio!
Dopo circa un'ora tocca a me, prima di una suora con la febbre a 39 che sinceramente sembra passarsela peggio.
Entro in un ambulatorio e vedo un camice girato di spalle che mi dice prego prego. Quando mi dicono prego prego non so mai cosa fare.
- Guardi, io sto bene, sul serio. Forse il mio amico ha sbagliato a misurare la pressione...
- Non si preoccupi, ora verifichiamo tutto, prego prego.
Il camice continua rimanere in piedi girato di spalle con dei fogli in mano, ogni tanto si gratta la testa, poi rimette le mani sui fogli. Finalmente si gira, sempre con lo sguardo puntato sui fogli.
- Si sdrai
Dove? Per terra? Mi guardo intorno.
- Prego prego
- Cosa?
- Ah scusi!
Apre una tendina tipo doccia che svela un lettino. Adesso ho capito, prego prego.
Appoggia i fogli su una sedia, ovviamente cascano tutti per terra. Il dottor Pregoprego, si accovaccia imprecando e raccogliendo i fogli mi dice:
- Gravidanze? No, eh?
- Sì, due.
- Due? Come...
- Ho due figli.
- Ah, ma no! Intendevo, non sarà mica incinta?
Il dottor Pregoprego fa una sorta di rapida anamnesi, poi finalmente mi ausculta e mi misura la pressione.
- Beh, bassina questa pressione...mmmmh, anemica?
Domanda, mentre mi guarda l'interno degli occhi.
- Non lo so, non credo.
- Sembrerebbe anemica. Facciamo analisi. Così vediamo pure se è incinta.
- Prego prego.
- Lei non è italiana italiana, vero?
- Non proprio, perché influisce sulla pressione la mia nazionalità?
- No ahahah, ma sa cosa le dico? Che le donne tipo lei è normale che abbiano un po' di pressione bassa.
- Tipo me?
- Sì; lavoro, vita stressante, viaggi, figli...
- Nazionalità...
- No, ahahah! Simpatica!
- Stavo pensando ad Anne e il mio collega mi ha visto pallida. Tutto qui. Mi spiace farle perdere tempo, fuori c'è una suora che sta malissimo. Io sto bene, mi mandi via.
- Dopo aver visto le analisi la mando via, non si preoccupi.

Le mie analisi rivelano un po' di anemia, il dottor Pregoprego mi richiama dentro l'ambulatorio. Mi fa sedere, mi dice che devo riposare, mi prescrive un integratore di ferro e magnesio.

Anne invece è gravemente malata.

Io ed i miei integratori ce ne torniamo a lavoro.

La mia finestra sul passato si richiude piano piano, lasciando serrato, qui, un presente pieno di rimpianti per i pomeriggi mancati con Anne all'ora del tè.


Ogni stella soggetta al collasso gravitazionale deve terminare in una singolarità. Rovesciando il tempo, ogni universo in espansione è cominciato con una singolarità.
Dal Big Bang ai buchi neri, Stephen Hawking

domenica 20 luglio 2014

Il post dell'ombrellone (1)



Come tutti gli anni la Leblanc asfissia con le sue leggere critiche alla fauna estiva dell'arcipelago maddalenino.
Primo breve compendio di frasi, dialoghi e esclamazioni udite finora. (La sottoscritta ha preso nota con l'iPhone durante le osservazioni e le varie chiacchierate, quindi il post risulterà una sterile trascrizione, roba da giornalisti dilettanti).

Romano comune
 - Ch'hai mangiato tesò?
 - Un panino al prosciutto
 - No allora devi aspettare TRE ORE che sennò te se blocca la digestione

Romano coatto
- NOOOOO CHE STAIAFFA'!! ER BAGNO??? Ahò chettesei magnato tesò?
- Gnente solo un panino ar prosiutto, a pizza rossa, du banane, un cornetto, er frappppà à la fraggola...
- MACCHESSEISCEMO??? Fori dall'acqua, sverto, CHEVVOI MORI'??

Coppia tedesca con figli pestiferi
- wwxzwuuufff, tvwzzew+tehhnba, uberallenzzzetivnancs!! (bambini in acqua mentre spruzzano e tirano sabbia bagnata pesante sulle rocce poste a cinque metri di distanza)
- stop it, please (io)
- WEISSTESZZACAZZEN TETZSUNAMIANEM ALLEEINSWEIN!!!! (bambini in acqua che continuano a spruzzare e a tirare sabbia bagnata pesante sulle rocce a sei metri di distanza guardandomi in cagnesco)
- cadtsoneennn strassenbaubu einswzeticassen!! (padre che interviene)
- thanks (io)
- komo ti chiamo bella? (padre di bambini odiosi che ce sta a provà mentre la moglie con la pelle color ciclamino alta due metri e venti sta mettendo la muta al quarto figlio)

Milanese imbruttito
- Se non avrebbero il mare bello non ci venisse nessuno.

Figo muto che s'abbronza
- psss psssssss pssssss pssssssss (rumore spruzzino abbronzante)

dopo cinque minuti

- blop blummmmm blop blop sclap sclap (rumore crema marrone filtro solare zero che esce dal flacone e che viene spalmata sugli addominali color terracotta mesopotamica)

- tap tap tap tap (rumore piede che batte il tempo della musica in cuffia)

- scrac scrac (s'è alzato per farsi il bagno)

- ciaf ciaf (nuota malissimo, spruzzando tutti)

- shhhhaffff shhhhafffff shafffffffff (esce dall'acqua con falcate plastiche e sguardo tenebroso dopo trentasei secondi di pseudo nuotata )

- dlin dlin dlin dlin (suona il telefono, guarda chi è e rifiuta la chiamata)

- psss pssssss pssssssss psssssss (rumore spruzzino abbronzante)

mai un rumore delle pagine di un libro

La dottoressa della mutua
Io - Cosa fai nella vita?
Lei - Io, la mamma!
Io - Ah.
Lei - che hai sulla spalla?
Io - Che ho?
Lei - fai vedere...mmmh, zanzara....
Io - Ah, va beh
Lei - no, guarda che ti può venire un'infezione!
Io - ellapeppa!
Lei - devi mettere Castomen, pomata, non crema. Poi prendere Trocàderò, in bustine, gusto arancia che fragola è un tantino aspro. Due volte al giorno, sono integratori di zinco magnesio e stronzio, che rafforzano le difese immunitarie. Per prevenire: Tombasec, unguento, la sera, quando senti che stanno per arrivare
Io - cosa?
lei - Le zanzare!

Mamme di professione, le riconosci.


L'ora Cracca
Verso mezzogiorno e mezzo, quando un certo languorino...basta dare il là, tipo: buone le albicocche qui in Sardegna, che si scatena la ricetta selvaggia. Ieri c'era il simposio sulle cozze.
- Come la fai? A zuppa?
- Si ma checcemetti, l'aglio, il vino?
- E perché una bella impepata come ci sta?
- con due pomodorini
- Ma poi devi abbrustolire il pane, con la strisciata o senza?
- No che poi qua sono sporche
- Si ma come le pulisci?
- Io c'ho la donna
- in che senso?
- La cameriera, le pulisce lei

Poveri e ricchi
- che l'hai visto quello iòt?
- perché quel catamarano?
- non pagano le tasse
- nono sono russi
- ora tutti russi o evasori
- verissimo! sacrosanto
- non si vive più
- stiamo messi peggio della Grecia
- esattamente!
- che fai stasera? aperitivo?
- facciamo un giro a Porto Rotondo, io e la Susi
- ma in villa ci tornate quando?
- uff cheppalle, mai! il giardiniere deve finire il prato, ancora!




martedì 8 luglio 2014

Feel at home



Le scale che portano al piano superiore scricchiolano come il il parquet degli appartamenti nella Strasburgo vecchia.
E' molto tardi, credo le tre di notte; ho lasciato il mio orologio in Francia, ho trovato il mio dolore in Inghilterra.
L'orologio sul camino è fermo da anni, è antico, dorato con la base in mogano. Per caricarlo c'è una grossa chiave da inserire nel foro dietro. Ma è tutto inutile, le lancette non si muovono. Anche i martelletti che ogni ora dovrebbero suonare una melodia diversa rimangono quasi immobili; vibrano lievemente come se provassero a cantare di nuovo ed un peso inesplicabile li bloccasse. Sollevo la campana di vetro, provo a muoverli, ad aiutarli, ma non serve. Nessuno si è mai preso la briga di portarlo da un orologiaio. Ha il fascino del tempo che si arresta.
Saranno le tre e mezza di notte, forse. Il mio telefono è scarico, ho voglia di scrivere, non ho il computer. Non ho l'ordinateur. Entro nello studio, provo ad accendere quello di mio suocero. Ci sono le prese staccate, l'ultimo ad usarlo è stato lui nel 2011, qualche giorno prima di salutarci per sempre. L'ordinateur è stato spolverato tutti i giorni, si vede. Nessuno ha mai provato a riaccenderlo. Nessuno ha controllato le ultime email, le foto, gli scritti, le note o i fogli Excel. Nessuno ha avuto il coraggio di riaccendere una parte di vita, anche se digitale. Non sarò io a mancare il rispetto, il riserbo. Quindi cerco dei fogli di carta, un blocco, una penna, una matita, qualcosa per scrivere.
Sono sicura di trovare quello che cerco dentro ai cassetti, ma non posso aprirli. Non mi appartengono. Io so che il proprietario della scrivania avrebbe voluto che li aprissi, anzi, mi avrebbe detto "feel at home". Mi sentivo a casa con lui.
Mi sento a casa tutte le volte che trovo l'empatia con qualcuno. La mia dimora sono le persone. Forse lo sono sempre state. Quando ne perdo qualcuna mi sento veramente una nomade o un clochard che prova a sopravvivere raggomitolandosi in angoli freddi e bui.
Sopra una pila di volumi di diritto vedo dei fogli dentro ad un inserto azzurro trasparente. Sembrano bianchi. Ne sfilo uno: ho trovato il mio tesoro, stanotte. Un gioiello, un foglio bianco. Profuma di pipa, ha l'odore del proprietario.
Ti riempirò di vita, sarò il tuo orologiaio.

Benjamin, we're meant to lose the people we love. How else would we know how important they are to us?

Some people, were born to sit by a river. Some get struck by lightning. Some have an ear for music. Some are artists. Some swim. Some know buttons. Some know Shakespeare. Some are mothers.

And some people, dance.

The curious case of  Benjamin Botton, David Fincher

lunedì 16 giugno 2014

L'acquaio




In una bellissima scena de I Ponti Di Madison County, Robert dice a Francesca: "Quando penso al perché faccio fotografie, l'unica ragione che mi viene in mente è che questo lavoro doveva portarmi qui; è come se tutto quello che ho fatto in vita mia io lo abbia fatto solo per arrivare qui da te.".
Guido in una calda giornata francese verso Chantilly, con mamma Lisbet vicino a me.
Quando avrai quarant'anni comincerai a fare bilanci, e capirai se sei felice oppure no, mi dice Lisbet. Io i bilanci li ho già fatti, forse perché sono abbastanza vecchia o forse perché li facevo anche a dieci anni, quando cercavo di capire quali e dove fossero i miei amici, in quale delle città in cui eravamo stati; in quale nazione mio padre avrebbe deciso di fermarsi rimanendo il tempo necessario, consentendomi di farmi amici per la pelle, di quel tipo che non si stacca più. Amici tatuati sul cuore.
Quando mi chiedo perché mi sposto sempre in modo irrequieto, l'unica ragione che mi viene in mente è perché ancora sto cercando la certezza dei legami affettivi.
La mano di Lisbet si posa sui miei capelli, me li sposta dal viso, li mette ordinatamente dietro l'orecchio destro. I finestrini sono aperti, ti potrebbero andare davanti gli occhi mentre guidi. Il gesto affettuoso di una madre, come se tra noi fosse sempre stato così, come se i  miei capelli al vento avessero sempre avuto bisogno della sua mano, del suo profumo alle rose, del suo silenzio così pieno di parole ancora da dire. Il futuro nei nostri silenzi è pieno della certezza di avere ancora moltissime cose da dirsi.
Quando penso al perché mi sposto così, l'unica ragione che mi viene in mente è perché questi lavori dovevano portarmi qui, in questa giornata di giugno, in macchina con Lisbet, verso uno dei luoghi della mia infanzia. Uno di quei posti da gita domenicale, da corse nel parco, da ginocchi sbucciati, da gelato da prendere dopo aver visto il museo, da dormita in macchina al rientro a Parigi, da profumo di casa e di parquet dopo una giornata di sole e vento; da potage troppo caldo, da vasca da bagno piena di schiuma al talco, da fumetti di Tintin letti prima di addormentarsi.
Non mi piace l'aria condizionata dal climatizzatore, c'è rumore di vento e spifferi, alla radio Stromae. Cambio stazione e ritrovo Stromae. Parlo con mia madre di Stromae. Ci troviamo d'accordo su Stromae.
Il parco è bello, più dei giardini all'italiana di Versaiiles. Non c'è ordine, ma devastante passione bucolica: il disordine dei sensi.
Nei miei ricordi era tutto molto più grande, come se giocassi in uno spazio abbastanza sufficiente da costruire una regione, e metterci dentro province, villaggi, strade, carrozze e damine impacciate incapaci di camminare a causa dei vestiti ingombranti, con sotto corpetti e stecche di balena. Costringevo mio fratello a fare il principe. Lui era contrario, ma non importava; con la fantasia lo facevo principe lo stesso, e frasi tipo "papà ho sete" a "quando torniamo a casa?", le trasformavo in "la mia regale gola ha bisogno di refrigerio" e "quando ci ritiriamo nelle nostre stanze, Sire?".
Chiedo a mia madre perché non lavi mai i piatti, come mai li accumuli uno sull'altro nell'acquaio giorno dopo giorno, fino a che qualcuno non provveda. In genere è Kaddour, il suo compagno, che mosso a compassione indossa il grembiule con la scritta nera su sfondo rosa stinto I Love Sicily (residuato bellico di un viaggio di ventitré anni fa) e borbottando un putain dopo l'altro, intervallato da qualche merde perché il detersivo è sempre poco, tira su le maniche della camicia e lava tutto.
La sua risposta è laconica: perché dovrei farlo?
Sto imparando ad accettare le persone per quello che sono. Non molto tempo fa provavo a cambiarle con i mezzi persuasivi che avevo a disposizione, ottenendo come risultato l'opposto: si allontanavano ancora di più da ciò che, secondo le mie aspettative, rappresentava il mio ideale di persona giusta. Ho capito, infine, che non sono le persone ad essere sbagliate, ma le aspettative. Frasi tipo "mi hai deluso" non le ho più dette né pensate, forse perché sono diventata talmente piena di me da non volere mai ammettere di essermi creata aspettative che non mi potevo permettere.
Nonostante tutto, però, illustro a mia madre le gioie di una lavastoviglie e ridiamo insieme pensando a quelle bravissime signore che ricoprono il piano cottura con fogli d'alluminio per evitare che si sporchi. Così quando moriranno lasceranno la casa pulita dice Lisbet. Esatto, e i letti rifatti.
Torniamo verso Parigi in silenzio, questa volta i finestrini sono chiusi, l'aria è quasi fredda, evitiamo la Stromae-radio. Perché in ogni istante della mia vita provo sempre a ficcare qualche citazione cinematografica? In questo momento, ad esempio, ci starebbe benissimo quella di Mia Wallace in Pulp Fiction. Ritenersi soddisfatti nei silenzi è, probabilmente, la più alta concezione di rapporto perfetto. O forse è semplice sintonia? Conosco silenzi pesanti, assordanti, che ti devastano, che ti fanno desiderare una terza persona per poterli riempire di qualcosa, non importa cosa: n'importe quoi.

N'importe quoi
in francese è come il prezzemolo, lo inserisci ovunque nel parlato. E sta bene con tutto, come il tubino nero, è adatto ad ogni occasione e ad ogni situazione. Oserei dire che trattasi quasi di intercalare, se non ci fossero il bon bah e il putain (per i più esigenti abbiamo pure bon bah putain eeeh) che forse battono addirittura il n'importe quoi.

(nella foto sopra il figlio di Kaddour troppo alto per l'acquaio di Lisbet)



L'acquaio di Lisbet nel video di Stromae




La musica che mi piacerebbe alla radio, una radio-AIR

giovedì 15 maggio 2014

Mi perdo cose



- Pronto, parlo con la signora N.L?
- Sì, chi parla?
- Qui è il commissariato di Polizia di Firenze. La volevo informare che sono stati ritrovati i suoi documenti e il portafoglio. Ci sono stati inviati dal Consolato a Londra.
- Wow... beh non importa, nel frattempo ho rifatto tutto essendo passati due mesi.
- Lei deve venire comunque a ritirare i vecchi documenti.
- Va bene.
- I passaporti li potrà ritirare da domani in questura, la patente in prefettura e le carte di credito al comando dei vigili.
- È uno scherzo, dai...mi avete smazzato tutto come nel burraco?
- Eh mi spiace ma è così.

Prima tappa: Prefettura.
- Scusi, l'ufficio patenti?
Un signore in giacca blu, chiuso dentro una sorta di serra con gli infissi in alluminio dorato, mi parla (mentre tiene la cornetta del telefono sotto al mento) attraverso una fessura talmente bassa che si deve ingobbire per rispondermi.
- Stanza numero 38 terzo piano, segue il corridoio la penultima porta a destra, oppure anche la terzultima porta a sinistra girato l'angolo, in fondo, dopo le scale.
- Mi sono già persa, va beh, ci provo. Se non mi vede tornare chiami i vigili del fuoco, che sono gli unici dai quali non devo andare, stamattina.
Mi guarda con circospezione e poi:
- Nandoooooo! (rivolgendosi al tizio appoggiato al vetro)
- Oooooh (risponde Nando annoiato)
- E s'è sbaglia'o mestiere io e te, i pompieri si doveva fare
- E che 'un lo so?

In ascensore un tipo molto abbronzato e eccessivamente dopobarbato:
- Dove va lei?
- Terzo piano, stanza numero 38 a fare la caccia al tesoro.
- Ah vado anche io al terzo, pensi un po'!
- Bene, allora premiamo il pulsante insieme!
Al terzo piano percorro corridoi quasi bui pieni di porte che socchiudono chiacchiericci, risatine soffocate e per miracoloso istinto riesco a trovare la stanza indicatomi. La porta è aperta, busso lo stesso. Due sepolti vivi dalle scartoffie fanno capolino da quelli che sembrano essere dei Commodore 64.
- Permesso?
- Sgruntbbof.....bofbof...gnesgrut.... siii siii, avaaaanti...
- Buongiorno, dovrei ritirare le mie patenti di guida.
- Ah ah. Quante ne ha?
- Ce ne dovrebbero essere due, una europea e una norvegese.
Il volto di uno dei due si riempie di punti interrogativi, le sopracciglia si aggrottano; poi l'attaccatura dei capelli si allenta, ha un'illuminazione e apre un cassetto dietro la scrivania, razzola per dieci minuti buoni tra le scartoffie.
- ..hem, si sieda si sieda, intanto...
- Sarà una cosa lunga? Dovrei rientrare a lavoro
- Bah...io qui non trovo..come ha detto che si chiama?
- Leblanc
- Ma tutto attaccato?
- Sì
- Leblòn come me l'ha detto lei?
- No, si scrive Leblanc..scusi: Livorno, Empoli, Bari, Livorno, Ancona, Napoli, Catanzaro
- Aaah, Lèblànc!
- Sì.
- ...non trovo niente: motivo del ritiro?
- Non me l'hanno ritirata, l'ho persa a Londra e la polizia mi ha detto che...
- Aaaah ma se l'ha persa allora deve andare in questura! Cosa ci fa qui?
- Mi andava di visitare la stanza 38.
- Guardi, lei deve andare in via della Fortezza o in Via D'Aosta, in questura.
- Ma ne è sicuro?
- Qui non c'è, dev'essere ferma in questura. Vada, prima che chiudano gli sportelli al pubblico!
- Telefoniamo, prima?
- No, sono sicurissimo, vada!

Ripercorro i corridoi bui e angusti, prendo l'ascensore, esco fuori dalla Prefettura e telefono in Questura.
- Scusi, un'informazione (racconto l'accaduto)
- Signora lei deve andare in Prefettura, la patente si trova sicuramente là.

Rientro in Prefettura, nel frattempo il tipo abbronzato e dopobarbato mi incrocia all'apertura dell'ascensore e mi saluta chiedendomi 'caffeino?'.
Stanza 38, ri-busso, ri- chiedo permesso.
- Sono quella di prima...
- E lo vedo (non alza gli occhi dalle scartoffie)
- Ho telefonato al.. (non mi fa finire la frase)
- Senta facciamo una cosa: lei vada a fare le sue cose, intanto io cerco LE sue patenti (sorrisetto sardonico) e ci vediamo qui, facciamo fra...tre quarti d'ora?
- Quali cose?
- Che ne so, la spesa, le commissioni...le sue cose!
- La mia commissione era venire qui per riprendermi una patente (o due) la cui utilità è pari a zero dal momento che le ho riavute entrambe nel giro di pochi giorni dopo che le ho perse. Sono qua perché la Polizia me l'ha gentilmente ordinato, altrimenti sarei a lavorare o a fare altro che non la riguarda, comprese le mie cose. Quindi aspetto qui, piantata qui, non mi muovo.

Il mio piglio da acidona suscita l'effetto voluto. Il tipo si sistema gli occhiali sul naso, si accomoda dritto sulla sedia dietro la scrivania e comincia a digitare fiumi di parole sul pc. Ogni tanto clicca con veemenza sul tasto invio, forse nella speranza che esca fuori dal monitor la soluzione, come nei giochini escape. Si piega e riapre il cassetto delle scartoffie; fruga di nuovo, scartabella, fa vibrare uno cartellina carica di fogli e fogliettini, con nomi, denunce, indirizzi...
- Come ha detto che si chiama?
Ripeto il mio cognome, spazientita e sospirante come fossi in menopausa. Lo pronuncio all'italiana, non voglio rifare lo spelling, lo costringo all'uso dell'attenzione.
Si alza dicendo che va un attimo a controllare. Sta via più di dieci minuti. Io nel frattempo lo immagino nella stanza delle carte, affogato da mille pratiche burocratiche, da centinaia di permessi di guida ritirati (o ritrovati). Oppure alla macchinetta del caffè, mentre maledice la rompicoglioni di origine francese: ci mancava solo questa gallica nevrastenica, come se non avessi già abbastanza cose da fare!
Torna con in mano una cartella giallognola sgualcita. Non dice una parola, si risiede e si sistema gli occhiali. Nel frattempo io riesco a leggere l'etichetta col mio nome sull'incartamento: ha risolto l'escape che mi permetterà di uscire.
- Dunque, Signora Leblòòònk...
- Sì?
- Mi metta una firma qua..una qua..una in fondo a questa pagina...una di qua..un'altra dietro, grazie.
E segna con ben due crocette ogni spazio dove c'è scritto firma.
- Gentilmente mi dia un documento...grazie, vado a fare una fotocopia.
Esce di nuovo e sparisce per altri 10 minuti. Chiedo al collega:
- Ma dove la tenete la fotocopiatrice?
- No no, è qui dietro, forse era occupata...
- Ammazza
- Sa, a quest'ora c'è sempre un gran casino
Guardo l'orologio, sono le 11 e 15. L'ora di punta in Prefettura, non ci andate.
Si affaccia un ragazzo rasta con un casco sotto al braccio, prova a dire qualcosa ma il tipo lo blocca subito
- No scusa, per i patentini stanza numero...
- Ma io sarei qui per la patente della macchina
- Ah! Ti avevo visto con il casco
- Appunto, sono venuto in scooter perché non ho la patente per guidare
Rido. Non ne posso fare a meno. Il ragazzo rasta mi fa l'occhiolino e poi dice:
- Fosse stato un test attitudinale col ca..volo che lo passavi, fratello!
Mi sento in un film di Fellini. Mi giro verso la finestra e guardo fuori, trattenendomi per non ridere.
Torna il mio uomo con le fotocopie dei documenti.
Si risiede, prende dei timbri che sbatte violentemente sui fogli sgualciti, mette delle firme poi tra sé dice:
- Oggi c'è un caldo boia
- Si sta bene..
Dico io, tentando di fare pace con lui, mentre mi riprendo le mie patenti che non servono più a niente.
Si sta bene, peccato che ora mi aspettino la Questura e i vigili.


Sabato mattina, Strasburgo. Devo rifare la Tessera Europea per l'assicurazione sanitaria mia e dei bambini.
Vado all'ufficio  amministrativo nel mio arrondissement, ogni circoscrizione cittadina ha il suo. In una città di un milione di abitanti, come Strasburgo, ce ne sono 10, la metà di Parigi. Entro nell'atrio, il pavimento in parquet è tirato a lucido e sulla destra svettano due bandiere, quella francese e quella europea.
La prima cosa che vedo: un pannello luminoso con tutte le indicazioni, io devo andare all'ufficio sanitario, piano terra.
Non ci sono porte, entro senza chiedere niente. L'impiegata si alza dalla scrivania per salutarmi, mi fa sedere, mi chiede i documenti. Osservo il vaso di fiori freschi, la solite bandiere alle spalle, una boule de neige con dentro la Cattedrale. Dopo cinque minuti mi consegna le tessere. Elargisce sorrisi, mi augura buona giornata con la solita cantilena francese. Nonostante Strasburgo sia una città 'di confine', la Marsigliese l'hanno inventata qui e sono (siamo) tanto francesi.
Esco fuori dall'edificio dai tetti spioventi, controllo la perfezione della facciate, i fiori alle ringhiere, la pulizia delle bandiere che svettano anche fuori.
Mi sono divertita più a Firenze, però.



Strasburgo è una 'ville libre' nella quale convivono pacificamente, da un millennio, tre religioni diverse e più culture. Non è un caso della mia vita, che sia Firenze che Strasburgo, abbiano dimostrato nel corso della storia la totale apertura e integrazione della cultura ebraica. È una città che ha vissuto la sofferenza durante i conflitti mondiali a causa della sua posizione geografica, ed essendo molte famiglie sia tedesche che francesi, i figli hanno visto madri e padri separati solo perché appartenenti a due nazioni diverse. I fratelli ebrei sono stati bruciati e sterminati; vicino sorge il campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, nel quale trovarono la morte anche molti politici vittime del razzismo ideologico. Oltre a molti parenti, amici, conoscenti che hanno lottato per la resistenza.
Strasburgo è un luogo dove la storia dell'Università e della cultura affonda radici profonde, almeno quanto quelle di Firenze. Anche qui si avverte la crisi, i clochard portano nei loro sguardi tutto il male di vivere della nostra umanità e quel signore dagli occhi vitrei che m'ha fermato l'altro giorno alitandomi alcolicamente che sono méchante, cattiva, colpevole, aveva ragione. Però la dignità del cittadino, l'orgoglio, il senso di appartenenza traspare, trasuda energia da ogni luogo che rappresenta lo Stato; per dire a gran voce che c'è se hai bisogno, per te che sei europeo, non solo francese, strasburghese, alsaziano.
L'hanno imparato a loro spese che cosa vuol dire guadagnarsi e riconquistare la 'ville libre'; attraverso la morte, la sofferenza, la distruzione delle identità nazionali di intere famiglie,

Credo che all'Italia manchi la conquista (o la riconquista) della libertà che, come diceva Camus, non è altro che la possibilità di essere migliori.

Je pense et j’écris en français, mais je pleure en kabyle. - Jean Elmouhouv Amrouche


martedì 22 aprile 2014

Da Arundhati Roy a Tarantino; da Mad Men al mio trasloco, fino ai Ringo



Un po' di tempo fa una mia amica mi ha detto "quando leggo i tuoi post mi rilasso, quasi mi coccolo". A parte il fatto che la dichiarazione mi inquieta alquanto, io so, in fondo al mio cuore, perché accade: racconto cose facili e piccole. Potrei scrivere una poesia sulla cremina dei Ringo o un'ode all'involucro dei Mon Chéri. Quello che mi ha sempre colpito è l'infinita gamma di sensazioni provocate dalle inezie. Perché i massimi sistemi o i sentimenti con le lettere maiuscole, non mi suscitano niente. Un po' come quando vedo un bell'uomo, sarà anche un raro esempio di bellezza maschile assoluta, ma vuoi mettere la poesia celata in uno sguardo dato di sfuggita? In un bacio sognato e mai scambiato? In un soffio lieve di fantasia spazzata via dal tempo? Ma che sto a di'?
Io so che fra qualche anno, quando la gravosità dell'età fagociterà la mia leggerezza espressiva, mi dedicherò ad argomenti pesantissimi, quali la texture dei fondotinta e le qualità delle lozioni per il contorno degli occhi; ma fino ad allora il Dio delle piccole cose continuerà a catturare la mia attenzione e mi accenderà i sensi, mi illuminerà di immenso, mi trascinerà in un turbine di pensieri, spesso impossibili da esprimere.
Un esempio di cosa grande per la quale emozionarsi (e anche pomiciare), è sempre stato il Tramonto Sul Mare. Ma se ci fate caso, ormai è diventato merce da Instagram. Ce ne fosse uno che, davanti ad un Tramonto Sul Mare, si metta semplicemente a limonare. Sono tutti coi tablet o gli smartphone all'aria, proni nel catturare l'hd e a dargli l'effettino giusto che migliori i colori. Poi, dopo, forse, chissà, scapperà anche un bacio, un pensiero, un attimo di silenzio: ma prima la foto. Ormai il tramonto sul mare (colto anche dalla sottoscritta, mica parlo male degli altri, sto facendo autocritica) ha perso la sua valenza romantica, non frega più niente a nessuno, forse neanche a me. Quello che importa è condividere, uno dei verbi più usati nell'ultimo quinquennio.
Per fortuna però, oltre all'Amore, la Poesia, l'Arte, la Musica e il Tramonto Sul Mare, c'è la cremina dei Ringo. E quella non la puoi mettere su Instagram, perché è impossibile da tradurre in immagine: è una sensazione. Ed è scritta con la lettera minuscola, è una parola scema (cremina), neanche onomatopeica, impossibile da declamare con impostazione melodrammatica. E' insignificante perché è magrolina e duretta, non abbondante e voluttuosa come la Panna Montata. E' dolciastra, forse troppo. Si tira via con gli incisivi e poi si butta il biscotto, che (diciamola tutta) è trascurabile. Senza la cremina i Ringo sarebbero biscotti inutili, simili ad altre centinaia di migliaia di biscotti. E ne  ho incontrati di biscotti farciti, eccome se ne ho assaggiati! Ma nessuno ha la cremina dei Ringo.
Di quante cose scritte con la lettera maiuscola si può parlare così? Ma soprattutto, come rendere la cremina dei Ringo più morbida? Dandogli un attimo di microonde.
Un'altra parola da scrivere con la maiuscola è Trasloco. Ho visto persone entrare in depressione e accoccolarsi tremanti sulle scatole giurando di non farlo più; gente chiamare la ditta dei traslochi per un preventivo con la voce rotta dalla crisi nervosa e gli occhi fissi sul conto corrente; traslocatori alti due metri e larghi tre, coperti di tatuaggi, con le lattine di birra e le scatole dei Condom infilate nelle tasche dei jeans, inorridirsi come delle suore Domenicane dello Spirito Santo, davanti ad un materasso pieno di chiazze di dubbia origine. Io, che di traslochi ne ho fatti un numero non ben definito, so cosa vuol dire imballare una per una le ciotoline del servizio da 24 per il consommé. Quando mai uno invita una ventina di persone a casa per un consommé? In quale originale corto d'autore surrealista? Ma soprattutto, come si fa ad ingurgitare un consommé senza passare tutta la notte con il rubinetto dell'acqua infilato direttamente in trachea?
Davanti all'immensità di un Trasloco la mia scatola con sopra scritto in nero "Nicole Stuff" è, semplicemente, una piccola cosa. E' tale e quale da quattro traslochi a questa parte. E' iniziata a Londra, poi è tornata a Firenze, dopo ha transitato da Ginevra ed è ritornata a Firenze, per poi finire a Stavanger. Nicole Stuff è una scatola garbata, color zucchero di canna stinto, chiusa con un nastro adesivo trasparente. E' misurata per dimensioni e colore, ma è oltraggiosa per peso. E' un po' come me. Il bello di Nicole Stuff è il suo mistero. Nessuno ricorda cosa ci sia dentro (neanche io) e non è stata mai aperta da Londra 2007, quando nacque. Nicole Stuff ha visitato tutti i garage, le soffitte e le cantine delle case che ho abitato e dalle quali ho solo transitato. Ha fatto amicizia con ragni dal corpo minuscolo e dalle zampe chilometriche; è servita come base per appoggiarci altre scatole, valige, scarponi da trekking, passeggini e seggioloni.
Poco prima delle vacanze di Pasqua avevo preso una decisione epocale: Nicole Stuff questa volta sarebbe stata aperta; non avevo intenzione di portarla a Firenze di nuovo, chiusa e misteriosa. Questo mondo è un posto troppo piccolo per la valigetta di Pulp Fiction e per Nicole Stuff, una delle due deve essere svelata. Poi è accaduta una cosa, ho visto la prima puntata delle settima serie di Mad Men. Sì, ma che c'entra? Direte voi. C'entra, secondo la logica delle piccole cose.
C'è una citazione tarantiniana di quelle da sturbo (che a sua volta citava l'opening de Il Laureato). Donald Draper viene presentato come Jackie Brown nell'intro che trovate qui. Un valore aggiunto, simbolico, che accomuna il grande cinema ad una delle serie più belle mai viste. E allora mi sono detta: perché non rendere la mia vita ancora più cinematografica usando la scatola come fosse una citazione tarantiniana? Perché volere a tutti i costi spoetizzare, svelare, incidere con il bisturi della praticità, un simbolo come questo? Un legame tra me e la voglia di vivermi le piccole cose come se fossero massimi sistemi. Non è solo una scatola: fondamentale è inserire sempre un MacGuffin.
http://it.wikipedia.org/wiki/MacGuffin



Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo.

Arundhati Roy - Il Dio delle Piccole Cose