domenica 8 maggio 2016

Dilige et quod vis fac.



"Cosa ti piace fare?" mi chiese con gli occhi abbassati su quello che a me sembrò un blocco di carta rosa. Recitare, cantare, andare a cavallo, risposi. Il blocco si aprì come una farfalla pronta a volare: era una copertina di lana. La dottoressa la alzò dalla scrivania, la girò tra le mani, la manipolò con gesti quasi ipnotici come per farne intuire la morbidezza. "Questa te la ricordi?". No, non me la ricordo, è mia?
Non mi ricordavo di quella copertina, non mi ricordo più niente di quella fase della mia infanzia in cui a cadenza quindicinale andavamo a trovare la dottoressa. La copertina di lana rosa è l'unico elemento che ricordo di quel periodo.

"Dimmi, cos'è che ti rilassa completamente?". Scrivere, leggere, ascoltare musica. Studiare. Baciare i miei bambini, annusare il profumo dei loro capelli, ridere con loro. Mia nonna, parlarle di me, uscire con lei, accompagnarla a trovare le sue amiche, a teatro, ai concerti, al cinema. Poi ci sarebbe il ricordo di una copertina rosa...
"La copertina di Linus" sorrise bonariamente.
No, non è la copertina di Linus, è il ricordo, l'unico che ho, di una detestabile fase della mia infanzia in cui i miei genitori si erano convinti avessi bisogno di una psicologa solo perché ero leggermente perfezionista con me stessa.
"Cosa intendi per leggermente?" Sorrido. Non leggermente, maniacalmente, dai, è vero. Però non mi guardare con gli occhi scrutatori, già ci sono quelli delle persone che tentano di affondarmi, che cercano punti deboli sui quali infilare piccole forchettine da antipasto e zac zac zac punzecchiarmi fino a farmi scappare.
"Perché ti rilassa un elemento come quello della copertina di lana se è legato al ricordo di un periodo delle tua infanzia non piacevole?" Questo me lo dovresti dire tu, cioè, ti pago per avere delle risposte, che diamine! Non lo so perché. Forse perché sono una maledetta autolesionista? Perché sono una squinternata che si rende conto solo adesso che mandarmi a dieci anni da una psicologa fu un gesto d'amore? E comunque non sono venuta qui per darmi le risposte da sola.
"Dove si trova, adesso, questa copertina?" Non lo so. Non l'ho più vista. Forse a casa dei miei a Ginevra, a casa di mia nonna a Strasburgo, o in qualche scatolone negli scantinati di qualche casa, chissà dove. Non mi interessa vederla, toccarla. Sta là, da qualche parte nel mio cervello, sonnecchia, ogni tanto si sveglia per dirmi Oh, guarda che ci sono io le rispondo, mimportauncazzo, e lei si ritira in buon ordine.

A Strasburgo il silenzio della domenica mattina pervaso dal sentore di pane e brioche, di caffè e fiori maggiolini, è rotto solo dal dolore che mi vela gli occhi. È un dolore rumoroso, molesto. "Sai, Nicole, la vita prosegue". Lo so. "Sai, Nicole, ha avuto una vita piena, felice, lunga" Lo so. Però chiudi la bocca, taci, ascolta il silenzio della domenica mattina, tu che ci riesci. Io non ce la faccio, ho la testa piena di frastuoni, martelli, incudini; io in mezzo, sdraiata, schiacciata come una sottiletta, oppressa. Non sono capace di accogliere tesi ragionevoli, non sono disposta a dare un senso, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a mettermi in pace con me stessa. La verità è che ho perso un'interlocutrice intelligente. La verità è che penso a me, e non a lei che non c'è più. Penso a me che sono rimasta senza un tesoro, povera e con le pezze al culo. Bene, mi sto autocommiserando.

Apro l'anta del pesante armadio in camera di mia nonna. Il profumo di lavanda, i suoi bellissimi vestiti appesi in maniera ordinata, perfettamente stirati, coperti di semplice classe, quella innata delle donne eleganti, che non si sono mai tinte i capelli e che anche quando l'argento li colora indicando chiaramente un'età che è fuori dal cerchio della giovinezza, loro preferiscono lasciarli così. Morbidi ed argentei, pettinati con una spazzola infinite volte per renderli più lucidi. Tenuti bene, con cura. Io non sarò mai capace di farlo. Mi tingerò i capelli non appena ne vedrò mezzo bianco. Sarò e sono una donna ordinaria, codarda, che sarà incapace di mostrare la vecchiaia con classe. E penso che sia un dono da meritare, invecchiare. Lo penso perché me l'hai insegnato tu, nonna. Quando mi dicesti che una vera donna fiorisce a quarant'anni, era il giorno del mio trentesimo compleanno.
Scorro con un dito i vestiti, cerco quello più adatto a te. Tu avresti ironizzato, ne sono sicura. Come quella volta che andammo a trovare la tua migliore amica appena morta e nel vederla infilata in un rigoroso completo blu notte, tu dicesti "Povera, non solo è morta, ma dovrà riposare nell'eternità vestita come il suo becchino".
Trovo il vestito. Deve essere lui, leggero, in seta, con un tenue motivo floreale, chiuso da un colletto alla coreana, con piccoli bottonicini trapuntati dello stesso tessuto. Mi ricordo come ti stava bene, e come cadeva morbido e vaporoso sulle tue ginocchia esaltando le gambe affusolate.
"Quando muoio fai tutto tu, Nicole, mi fido dei tuoi gusti perché ti ho insegnato tutto io. Avete sentito tutti?" Era Natale, eravamo a tavola. C'erano tutti. Sono partiti i cori del noooo, ma cosa dici, tu morire? dai, nonna, dai zia, dai mamma, ma cosa dici.
"Dico quello che direbbe qualsiasi mente lucida a 86 anni, ed aggiungo che in questo brodo c'è troppo sale".

Appoggio il vestito sul letto. Ritorno a guardare nell'armadio, nel ripiano superiore le borse, tutte chiuse nella loro scatola, ma l'ultima è diversa, stona con il resto e c'è attaccata un'etichetta con su scritto Nicole. Ne ho quasi paura. Che ci fa una scatola col mio nome, qui? Questo è l'armadio di uso quotidiano, non è quello in cui lei tiene i ricordi o i vestiti che non mette più. Mi siedo sul letto con il fiato corto, capisco subito. Mi tremano i polsi, ho i brividi, mi chiudo il viso tra le mani, non ho molto tempo, non posso permettermi di rigirarmi nel mio stesso sudore freddo.
Trovo il coraggio di prendere la scatola. È di latta, una bellissima scatola di biscotti della pasticceria sotto casa. Quando la apro l'aroma di vaniglia e di fornaio si sente ancora. C'è una busta, e sotto, lei. La copertina rosa. Non la vedevo da quel giorno di 25 anni fa dalla psicologa. La prendo tra le mani, è morbida così come l'ho sempre immaginata. Fa male vederla, fa malissimo sentirla, è come incontrare una persona che pensavamo non contasse più niente, e invece, eccola. Ancora conta, ancora brucia, ancora porta con sé domande, crucci, ricordi, idee e pensieri. Apro la busta con delicatezza: quattro pagine di una lettera scritta a mano, datata 25 Dicembre 2015, il giorno del brodo troppo salato. La divoro con gli occhi carichi di lacrime, la leggo appannata, è la cosa più bella mi sia successa in tutti questi anni. Un tumulto di emozioni, di alti e di bassi, un canone musicale: una rinascita, non solo mia, nonna. Nostra. Siamo rinate, ancora.

La copertina rosa, non è mai stata mia. Era un escamotage della psicologa per farmi parlare, dire cose. Mia nonna sapeva quanto mi avesse colpito, prese un treno e andò dalla dottoressa per farsela dare.
Esistono persone che ci vogliono bene, oltre il limite dell'immaginazione.



Ama e fa ciò che vuoi.
Sant'Agostino



domenica 21 febbraio 2016

Il Ballo di Irène Nemirovsky


Lo lessi in francese, in quarta elementare, ascoltata con attenzione da S.
Ero isolata dal resto della classe per due fondamentali ragioni:
- Venivo dalla Svizzera
- Ero stronza

Parlavo male, mi inceppavo come una balbuziente su parole che ritenevo difficilissime; "calpestare" o "raccogliere". Ero vista dalle mie compagne così come il popolo dei Minimei vede un essere umano strano. O forse ero io la Minimea e loro gli umani, questo ancora lo devo capire.
A metà anno scolastico la Preside chiamò mio padre, era martedì mattina, l'ora della ricreazione. Avevo strattonato uno dei tanti Minimei: C.
L'avevo preso per il colletto del grembiule e l'avevo scaraventato per terra. Poi con i miei stivali di gomma bianchi, l'avevo preso a calci  e calpestato.
Non senza motivo: volevo sedermi al posto suo, vicino a S.
S. era un bambino strano e intelligente, doveva diventare il mio compagna di banco. Era taciturno e non portava mai la merenda.
Io sapevo che avrebbe capito la Nemirovsky.
Dopo il colloquio con la Preside successero alcune cose che ancora non ho ben chiare. Ricordo che i miei mi tennero a casa un giorno, che mio padre non andò a lavorare e che passò tutta la mattina seduto sul mio letto come quando avevo la febbre. Mi fece discorsi sulle guerre civili in Africa, sull'amore fraterno, sull'importanza del dialogo tra i popoli di cultura diversa.
Quando tornai a scuola, il giorno dopo, il posto vicino a S. era libero e la maestra mi disse di sedermi là. Mi diede una carezza, mi rivolse un sorriso, ed io provai per la prima volta vergogna vera. Di quella che ti mangia le budella e che ti fa digrignare i denti. Mi sentivo in colpa come non mai. Non meritavo quel posto, né S., né la gentilezza dell'insegnante.
S. diventò il mio amico e a me un  giorno, a carnevale, vestita da Rossella di Via Col Vento, venne voglia di baciarlo.
Provai prima chiedendogli la gomma da cancellare, poi facendogli assaggiare un po' del mio panino con la Nutella. Ma Rossella era Rossella, io ero io e non sarei mai riuscita a prendermi ciò che volevo provando a raggirarlo con scuse che risultavano inefficaci.
Passarono mesi, le vacanze estive, ma la mia voglia del bacio non si esaurì. A settembre, quando riprese la scuola, S. era più alto ma ancora introverso e senza merenda. Il mio odio nei confronti di tutti gli altri compagni era cresciuto. La pausa estiva aveva indebolito la mia già approssimativa scioltezza linguistica, infilavo parole francesi là dove mi mancavano quelle in italiano. Mi vantavo comunque con tutti i miei compagni asserendo di esprimermi come una nobile russa ottocentesca. Questo fece di me una vera star, e il mio fascino agli occhi delle mie compagne di classe crebbe, insieme all'invidia del mio fisico e dei miei lunghi capelli biondi.
S., però, ne sembrava immune. A lui piacevano di me, elementi e fattori del tutto trascurabili, tipo la mia velocità nel risolvere le divisioni a due cifre o la punta dei miei pastelli.
S. voleva che temperassi le matite dentro al suo astuccio, per conservare i trucioli che gli piaceva annusare. Lo trovavo feticista, quindi sempre più interessante. La voglia del bacio era stata rimpiazzata da quella di uscire con lui in bicicletta. Un po' per mancanza di alternative, un po' per stratagemma.
Una domenica pomeriggio lo invitai a casa mia chiedendogli di portare la bici. Sua madte lo accompagnò puntuale alle quattro, e lui si presentò con un mazzo di carte e i quaderni per fare i compiti. Piansi tanto, quella notte.
L'anno scolastico giunse presto al termine, non avevo avuto il mio bacio e dovevamo tornare in Svizzera. Passammo gli ultimi giorni in Italia a fare giri turistici, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, e la casa di S. Era la prima volta che mi invitava. Era luglio, faceva caldo, ed io andai a casa sua in bicicletta, scortata dalla tata. Ci sedemmo sul suo letto piegando la testa, essendo il piano inferiore di un letto a castello. Mi fece vedere il suo libro sullo spazio; parlandomi dei buchi neri si confuse e annaspò avanti e indietro tra le pagine del libro in cerca del concetto che non era stato capace di spiegarmi. A me, a quei tempi, non fregava niente dei buchi neri. Neanche dello spazio. A me interessava capire come funzionava il bacio, ed S. per quanto goffo e taciturno, mi piaceva veramente tanto.
Ci salutammo in presenza dei nostri genitori, facendo gli indifferenti, come se l'addio fosse un onere che non doveva appartenerci.

- Io avrei voluto darti un bacio, quella volta dei buchi neri.
- Veramente io lo aspettavo da un anno, quel bacio.
- E se ce lo dessimo adesso?
- Troppo tardi, adesso i buchi neri mi interessano.
- Invece a me la Nemirovsky non mi ha mai interessato.


venerdì 16 ottobre 2015

Nudità.

Esistono notti diverse dalle altre, in cui la fatica a prendere sonno diventa gioia nel rimanere svegli. E ascolti, con ogni singolo frammento del tuo apparato uditivo, ogni vibrazione, ogni sussurro e flebile alito di vento. Come un segugio tendo le orecchie e le note annacquate dalla notte sono più forti di qualsiasi sinfonia abbia mai sentito. Apro la finestra per fare entrare il profumo del Kouglof che cuoce nel forno; il canto impastato dall'alcol di un uomo che passa in bicicletta suonando il campanello; l'aria pungente autunnale, ricca di conclusioni, di punti, di periodi da cominciate con la lettera maiuscola.
Mi sdraio sul divano di una casa a metà, mi vesto solo delle luci della strada. Il mio corpo leggero sussulta col freddo umido di foglie cadute; gialle, ocra, sospese a metà dalla pioggerellina fine di una notte uggiosa. Voci acute e melodiose di ragazzi e ragazze dopo il divertimento, risate che si mescolano, si sovrappongono, diventano musica, sottofondo dei miei pensieri, tela sulla quale disegnare a mano libera sensazioni, curve emotive, riflessi d'amore. Rimango sospesa tra il freddo ed il buio, con gli occhi chiusi sogno i boschi a pochi chilometri da me, una fanciulla in abiti medioevali, un cavallo ed un corvo. Un quadro preraffaellita. Sono solo dieci minuti di sonno, mi stringo nelle spalle, mi alzo scalza, lo scricchiolio del pavimento sotto al mio peso. Un corpo vissuto, che è servito, che è diventato spesso strumento, per me. Chiudo la finestra e il filo diretto col fuori si arresta in un istante. Rimango io, da sola con i miei brividi. Cerco una coperta, mi avvolgono e piango scrivendo un post su un blog che è un diario emotivo, con un cellulare che è la mia porta, senza rileggerlo, senza corredarlo di fotografie.
E rimango, finalmente, nuda.

lunedì 12 ottobre 2015

Love cannot be lost



Capita di scorrere le pagine del web a fine giornata, sullo smartphone, con la stessa noia e pigrizia di sempre. Un'azione meccanica compiuta in momenti di attesa, dove parole, immagini, fatti ed opinioni si mescolano e mi si presentano davanti senza che io, in fondo, li veda sul serio. La navigazione nel mare delle informazioni, sparse, disparate, spesso inutili. Notizie che trascinano verso altre notizie, e verso altre ancora, che forse mi porteranno ad acquistare un libro o ad entrare dentro un social network, con la totale apatia e indifferenza nell'assistere allo spettacolo globale della goliardia a tutti i costi.
Questo è il mio modo di vivere la navigazione. Imbarcarsi su di un peschereccio che tornerà in porto con le reti vuote, pronto per ripartire la volta successiva, nella speranza di pescare qualche pesce da vendere al mercato delle opinioni.
Mi burlo delle 'lucidi analisi', sbuffo nei confronti di chi vuole insegnarmi la morale, di chi si sente più sensibile della media verso i problemi del mondo. Sono allergica agli epitaffi, alle parole di solidarietà, alle auto promozioni, alle chat pubbliche tra amici che si capiscono solo tra loro. Mi snervano le gare di bravura, gli esercizi di stile, gli arabeschi che descrivono concetti banali, triti, noiosi, vuoti, ipocriti. Non nutro interesse nei confronti di chi promuove iniziative, o di chi sponsorizza terze persone degne di nota. Non credo mai a chi dice è una bella penna/persona, né a chi scrive poesie sotto alle fotografie. Non credo a chi condivide la felicità.
In questo mare a me ostile, dentro al quale sono più le volte nelle quali mi creo aspettative fallaci rispetto a quelle in cui trovo conferme, mi soffermo, più del dovuto, su un'immagine. Una fotografia, quella di Jim Carrey.
Jim è un attore diverso dagli altri. Sia per talento che per canale espressivo. Jim Carrey è, quello che io definisco, un attore speciale. Ha uno sguardo da folle artista di strada, di quelli che ti fermano nel parco di una metropoli e ti salutano levandosi il cappello. Sguardi spesso incontrati per caso, un giorno nel quale cammini di fretta stringendoti nel cappotto. Sguardi incrociati per pochi istanti e mai più dimenticati. Jim ha esattamente l'aspetto che ti aspetti abbia un uomo canadese, quella mescolanza di tratti somatici che partono dalla Francia ed arrivano fino alla Scozia. Un dna ben delineato dalla fisionomia, dall'altezza, dalla mascella e dal sorriso che si stampa e si squarcia sul volto declinandosi in infinite sfumature. Un sorriso maligno, da burla, da bugiardo, mai completamente autentico, mai totalmente fine a se stesso.
Jim Carrey nasce attore. Non lo diventa, lo è sempre stato. Non avrebbe potuto fare altro, non sarebbe potuto diventare altro. Nonostante nasca come attore comico, riesce a dare vita a personaggi drammatici uscendo completamente da qualsiasi schema auto imposto. Carrey non interpreta il dramma, lui è il dramma. Il dramma esistenziale, quello che non ha via di uscita né soluzioni.
È entrato sotto la mia pelle.
Mi soffermo sulla foto che mi appare sullo smartphone, insieme ad altre notizie, più o meno importanti. La foto di Jim che sorregge una bara. Leggo la notizia, senza mai soffermarmi sui contorni, ma sull'essenza, il fulcro, l'esigenza di conoscere le ragioni del dolore, non spinta da chissà quale morbosa curiosità, ma da sincero interesse. Partecipazione, rarissima in me, saltuaria come l'aurora. Non sapevo che la fidanzata di Carrey si fosse tolta la vita, non si parla mai sul web di lui. D'altronde non possiede né ha mai posseduto una villa sul lago di Como, non si è mai fidanzato con una velina, non fa pubblicità a caffè globali in ottomila capsule di colore diverso ma contenenti tutte l'illusione del vero espresso. Non vende né fabbrica illusioni. Lui è l'illusione. Lui è il dramma. Lui è l'attore.
Passo velocemente sopra parole sparse a caso, buttate là con fare da giornalista lestofante qualsiasi. Accozzate tra loro in modo pedestre, senza alcuna grazia né coerenza, al solo scopo di sbarcare il lunario. L'essenza mi rimanda ad un profilo Instagram, quello di Cathriona, un nome bellissimo, una donna struggente. Sfoglio il profilo come facevo da bambina quando mi facevano vedere gli album di famiglia. Li aprivo piano, con delicatezza, temendo che le foto si scollassero dai loro supporti adesivi. Poi avvicinavo il viso verso le foto che mi interessavano di più, o per mettere a fuoco meglio i volti nelle foto di gruppo. Ogni fotografia una sensazione diversa, dal conforto al rammarico, dalla nostalgia alla curiosità. L'album di Cathriona parla solo dei suoi occhi. Un cerbiatto malinconico, esile e visibilmente fragile. Ritratto come farebbe qualsiasi ragazza che vive gli anni duemila, con i selfie allo specchio del bagno, le inquadrature dal basso o di tre quarti, la modifica verso il bianco e nero, nel suo ultimo scatto. Comprendo subito. Solo un uomo come Jim avrebbe potuto innamorarsi degli occhi malinconici. Perché la malinconia non si può solo osservare, né ci si può limitare ad amarla. La malinconia va assecondata. Va cullata. Le vanno raccontate la favole della buonanotte, e non importa se ci sono gli orchi ed i draghi. Perché la malinconia li sa gestire benissimo.
Cathriona non era fatta per questo mondo, così lascia scritto. Con assoluta coerenza, con l'estrema lucidità di chi decide che qui non ci vuole più stare.
Love cannot be lost recita il tweet dell'attore sul profilo ufficiale.
Perché chi è capace di assecondare e cullare la malinconia è anche ben consapevole che l'amore non si può cancellare.



mercoledì 23 settembre 2015

La sala d'attesa. (a fugue)

(Fuga, Kandinsky)

Seduta con le mani in grembo. La gonna a pieghe troppo corta per coprire le ginocchia, mette a nudo parte delle mie cosce da bambina bionda, ricoperte di morbidi e radi peli che le fanno apparire vellutate e bianchissime. Gambe, pesche non ancora mature, dove i nei sembrano essere piccole stelle a contrasto, come in un negativo di una foto del cielo. Rimango ferma a fissare la costellazione, provo anche ad unire i puntini con il dito, nella speranza venga fuori il solito cavallo al galoppo, quello della Settimana Enigmistica, con la criniera al vento e le zampe spigolose risultato di segmenti uniti con imprecisione da una matita mal temperata. Come passa lento il tempo di attesa per una bambina. Lunghissimi secondi riempiti da infiniti pensieri e idee, sul cosa fare dopo, più tardi, quando si sentirà libera. L'interminabile attesa del momento di libertà, questa era la mia giornata.
Seduta con le mani in grembo, osservo i quadri di fronte a me. Nella sala di attesa i dipinti sono un perno attorno al quale far ruotare altri pensieri. Per cui, penso a cosa fare delle mie penne colorate nuove a inchiostro profumato, mentre guardo quella strana faccia dipinta su una tela circondata da una cornice rossa lucida. Il volto di una donna, con i capelli neri sciolti che le cascano sulle clavicole sporgenti. I tratti del volto appena accennati dalle pennellate di un acquerello nero, e le labbra sottili rosso porpora, sono gli unici punti che mettono in risalto il dipinto. Lo sfondo, l'abito e le linee del corpo che raffigura un mezzobusto, giocano sul verde acqua ed il rosa pallido. Quel che conta sono i capelli, l'ovale del volto, il naso, la bocca. Gli occhi non ci sono. Una scelta stilistica, che a me sembrò essere frutto di una cattiveria pura. Si può lasciare una persona senza bocca, senza naso o senza capelli, ma privarla degli occhi senza un perché, senza una giustificazione scritta, una didascalia, no. Non lo accetto. Sono sempre difficili da disegnare, ma bisogna almeno provarci.
"Ti piace il quadro, piccolina?" mi chiede l'infermiera. "Sì, è bello."
Seduta con le mani in grembo, ho mentito. Consapevolmente. Con coscienza e soddisfazione. E mentre l'ho fatto, ho sorriso conquistandomi la simpatia di quella signora rubiconda con il camice bianco. La portatrice di notizie, tipo "Vieni piccolina, tocca a te!". Detestavo le visite periodiche dall'otorino. Quell'indagare dentro le mie orecchie, dentro le narici, con quello strumento freddo con la luce. Lo speleologo che si addentra nelle grotte del mio volto, scoprendo chissà quali creature mostruose, chissà quali deformazioni, malattie o menomazioni. Con quella luce sulla fronte mi sembrava un pesce abissale, mi faceva ridere, era pieno di ricciolini biondi che cascavano intorno alla fascia che aveva in testa, come un tennista che gioca al buio. Aveva una bruttissima pelle, visto da vicino. Ogni poro era un cratere rosso, ogni lentiggine un piccolo vulcano. Una faccia di interesse geologico, dove fronte, naso e bocca, sembravano il risultato della tettonica a zolle prodotta dalla sua epidermide.
Seduta con le mani in grembo, oggi, poggiate sui pantaloni neri che coprono le gambe infreddolite dalla prima giornata di autunno, osservo, nella sala d'attesa, il quadro di fronte a me. Raffigura un paesaggio con le montagne sullo sfondo, un bosco sulla sinistra e una casetta con i muri di pietra, sulla destra. Un olio anonimo, ma con una firma in basso a destra che non riesco a decifrare. La firma che attesta l'originalità di opere non originali. La cornice è bianca, in legno leggermente anticato. Stona con il dipinto, non lo esalta e lo rende ancora più banale. Le mie gambe, sotto ai pantaloni, conservano ancora un po' di abbronzatura sarda. Sono diverse rispetto a quando avevo otto anni. Non sono più così divertenti, né così candide. Guardo fuori dalla finestra e ripenso a luglio, al caldo, al mare, al riposo pomeridiano sulla sdraio con il libro aperto sul petto, alle mani dei miei bambini sempre sporche; di gelato, di sabbia, di giochi. Ai baci roventi e umidicci della buonanotte, in quelle serate estive ardenti dei 34 gradi a mezzanotte, il cielo con le stelle più vicine. Le guance arrossate, il profumo lieve della crema doposole, i ceri gialli contro le zanzare, i pianti per il troppo mare, i capelli lunghi annodati dall'elastico della maschera, le punture delle vespe, i cavalloni e l'odore pungente della poseidonia ammucchiata sulla spiaggia.
Nicole, torna seduta con le mani in grembo.
"Ammazza che brutto il quadro che ho difronte", scrivo su whatsapp alla mia amica.
"Fai vedere, fai vedere" clic, mando foto. "Ma no, dai, sei la solita sofista. È carino."
Appunto, è carino. Fa schifo. Scusi lei, segretaria distratta dalla vita fashion e dal tipo con il quale sta facendo sciusciu, lo sa che questo quadro fa veramente schifo?
Il tempo passa velocemente. "Prego, tocca a lei, madame".
Di già?


<< So, you want to write a fugue? La domanda viene prima formulata dal basso, e la melodia su cui viene cantata, costituisce, in termini tecnici, il 'soggetto' della fuga. Via via che le altre voci 'rispondono', e cioè ripetono la melodia in successione scendente (tenore, contralto e soprano), nasce una discussione sulle qualità richieste da questo tipo di scrittura. Il basso comincia a dire che ci vuole una certa dose di coraggio You've got the nerve to write a fugue, so go ahead (se hai il fegato di scrivere una fuga, fai pure). Il tenore pensa all'impiego del prodotto finito: So go ahead and write a fugue that we can sing (fai pure, ma scrivi una fuga che noi possiamo cantare), mentre il contralto, pur tenendo un'eccepibile condotta contrappuntistica, caldeggia un metodo audacemente antiaccademico: pay no mind to what we have told you, give no heed to what we've told you, just forget all that we have told you and the theory that you've read (non badare a quello che ti abbiamo detto, non pensare a quello che ti abbiamo detto, scordati quello che ti abbiamo detto e le teorie che hai letto). Dello stesso parere è il soprano, pur mantenendosi altrettanto ligio, almeno in questo punto, alle norme della fuga. L'incoraggiamento Pay no mind, give no heed e via dicendo costituisce il controsoggetto del tema fondamentale: so you want to write a fugue? che si ripresenta ora in varie tonalità per sottolineare un altro consiglio: for the only way to write one is to plunge right in and write one, just ignore the rules and write one, have a try. 
L'unico modo di scriverla è saltare il fosso e scrivere: lascia perdere le regole e scrivi, forza, provaci. >>

Glenn Gould



venerdì 7 agosto 2015

L'abalone



L'odore salmastro della rete da pesca adagiata sul fondo della barchetta colorata di blu e rosso, attraccata lungo il molo, crea curiosi contrasti olfattivi con le eau de toilette blasonate, spruzzate copiose sui colli appena rasati di uomini in camicia di lino elegantemente sdrucita, o sulle caviglie di abbronzatissime ragazze vestite solo di corti e impalpabili vestiti di chiffon dai colori intonati alle smeralde acque di queste coste. Io, immobile tra un party lungo il mare e una barchetta pronta per la pesca, penso a metafore o allegorie da adattare alla mia situazione, come sempre. Ne trovo innumerevoli, alcune calzanti, altre incerte. Il tramonto violento e aranciato acceca, cerco gli occhiali da sole in borsa, buttati dentro senza cura, graffiati e corrosi, usati più che sfoggiati. Tastando con la mano l'interno della borsa mi fermo appena trovo la conchiglia, l'abalone, so che è lei; una parte ruvida l'altra liscia. La sento tra le mani, me la immagino, così neutra, mimetica, ruvida e irsuta, priva di colore e fascino da una parte e così liscia, luminosa, iridescente dai mille colori, meravigliosamente splendente, dall'altra. Ho trovato la metafora, la mia. La tiro fuori, la appoggio sul palmo della mano, la osservo come se non ne avessi mai visto una. La giro e la rigiro, stupendomi come una bambina tutte le volte che la magia si compie: da insignificante a meravigliosamente abbacinante.
Ci sono due tipi di avvistatori di abalone (o orecchie di mare, nome scientifico Hallotios), quelli che le scovano sul fondo del mare solo quando sono girate dalla parte iridescente e quelli che le vedono anche quando presentano la faccia mimetica, dello stesso colore degli scogli dei fondali marini mediterranei. Io appartengo alla seconda categoria, ma credo sia una questione legata all'esperienza. Ormai riconosco la forma e i piccoli fori lungo la parte bombata. L'abalone sott'acqua non deve essere cercata, deve capitare, così per caso, mentre si osserva la fauna marina, mentre si è immersi nel mare. Dei pensieri. E bisogna averne cura, la parte iridescente è molto delicata, sensibile alla luce, tende a spegnersi col passare del tempo, a diventare color latte, ad opacizzarsi. Per questo la conchiglia andrebbe tenuta al buio, dentro una scatola, e presa in mano ogni tanto con cura, per godere del suo splendore. Poche volte all'anno. L'abalone non è quotidiana, non può essere inserita nella routine di tutti i giorni, non si può tenere insieme alle altre conchiglie, dentro una ciotolina, come soprammobile. Per sopravvivere ha bisogno della propria assenza.

Esiste per te solo se ti ricordi di guardarla.

Poche volte all'anno.


Si può desumere che vi siano accanto al sole innumerevoli corpi oscuri, tali che non li vedremo mai. Questa, detto tra noi, è una allegoria; e uno psicologo della morale legge tutta la scrittura degli astri solo come linguaggio simbolico e allegorico, con il quale si possono tacere molte cose.

Friedrich Nietzsche, Per La Storia Naturale Della Morale


domenica 28 giugno 2015

Sistemi complessi.



Entro di corsa in farmacia, è tardi, ho fretta, mi serve tanto di tutto per farmi passare ansia e mal di testa. L'aria condizionata e l'odore di chimica farmaceutica, qualche ascella pezzata, un insofferente in coda con lo spippolo telefonico, un bambino che strilla in braccio alla mamma, la tizia davanti a me con il tatuaggio di un drago tra le scapole, l'aria flemmatica del farmacista: Italia.
L'Italia il Paese che tenta invano di auto disciplinarsi attraverso cartelli minacciosi: si prega di attendere il vostro turno prima della striscia gialla. Sennò? Mi verrebbe da dire. E per terra, sul lineolum lucido e grigiastro, la striscia gialla che indica il limite, se lo oltrepassi non rispetti la privacy. In Norvegia quel limite non è disegnato per terra, ma è impresso nell'educazione di ogni persona, dal bambino alle persone come me, ansiose, col respiro corto e il mal di testa. Mi metto in coda fissando il drago verde e rosso adagiato tra le scapole della signora davanti a me. Lo osservo nella speranza che prima o poi spicchi il volo ed esca fuori per respirare un po' d'aria che non sappia di pelle, di pori, di scapole sudaticce. Lui, a sua volta, mi guarda minaccioso, indugia nel miei pensieri, e poi scappa distogliendo lo sguardo. Le tenebre fanno paura anche a te, eh, creaturina verde e viscidina? 
La signora in canottiera ed il suo drago, escono. Tocca a me, finalmente, sono qui dentro da un anno ormai, so tutto di quel bambino che strilla, so dei suoi denti, dei suoi piedi che non sopportano quelle orrende scarpette lucide, del suo biberon riempito di un liquido torbido, disgustoso, sembra rancido, la piscina dello staphylococcus, o un brodo primordiale nel quale fare nascere ed evolvere draghi che poi voleranno fino ad andare a stamparsi sulle scapole di una quarantenne in canottiera. So tutto dello spippolatore folle, e della sua suoneria di whatsapp, dei suoi messaggini insulsi scritti in tre secondi, mentre l'indice della mano sinistra sta dentro la narice destra, poi alza lo sguardo, mi vede, e fa finta di grattarsi i  baffi. Conosco alle perfezione quel tipo che odora di sudore stantio, con la camicia di lino blu, mezza manica, pezzata, anzi, pezzatissima, con la sua borsetta a tracolla, piena di ciondolini tintinnanti, al polso filacci e filaccini, cordoni di pelle intrecciati a peli neri, anelli argentati, catene multiple con crocifissi e simboli non identificabili sbucano dal colletto della camicia. L'aria è da dopobarba, l'argomento che tira fuori per intrattenermi mentre sono in coda, invece, è una barba.
Tocca a me. Un alito dietro al collo, mi giro indispettita, faccio gli occhiacci, e dico qualcosa di orrendo, che dopo tre anni di vita norvegese non credevo mai di poter dire: "Scusi, non l'ha letto il cartello? Non ha visto la striscia gialla per terra?". Il farmacista mi guarda e alza le spalle, la signorina dietro di me fa mezzo passo indietro ma rimane sempre davanti alla striscia gialla.

Buongiorno, dica. 

La striscia gialla che delimita il confine tra libertà personale e altrui, è comunque troppo vicina al banco. Immagino il farmacista in persona, carponi, mentre appiccica il nastro adesivo giallo per terra, magari calcolando i metri stabiliti da una regola, scritta da un miope/sordo che non vede e non sente neanche a distanza di un metro. Dal confine al banco non è difficile ascoltare ciò che viene detto, né vedere ciò che viene fatto mentre si apre il portafoglio; con quale carta si paga, il santino di San Gennaro vicino alla patente, la tessera punti dell'Esselunga..insomma, i cazzi di altri.

Signora...dica pure.

Rimetto la prescrizione medica dentro la borsa, infilo la mano nella tasca dei pantaloni ricordando di avere qualche spicciolo, distinguo almeno quattro euro. Penso alla cosa più anonima ed economica che si possa comprare in farmacia, e senza alzare troppo la voce, ma scandendo ogni sillaba, con perfetta e chiara dizione, dico: "SOLUZIONE FISIOLOGICA, 250ml. Grazie".

Passo davanti alla signorina ficcanaso che non rispetta le regole, con l'aria di chi ha vinto la guerra fredda. Esco, butto via il flacone d'acqua nel primo cestino che trovo.

In fondo, l'ansia si può curare in tanti altri modi.

Quando mi chiedesti quale fosse la mia canzone preferita, io ti guardai male, è vero. Che razza di domanda facesti! Io che la musica la studio, la squarto, la analizzo, cellula per cellula. Così come faccio col cinema, o con tutto ciò che riempie la mia misera vita. Domanda a cui non so rispondere, non esiste una sola canzone migliore di tutte le altre, non esiste un genere, né un momento storico. Però eri dolce nel pormela, l'ingenuità di chi non sa, non conosce la mole di tempo dedicato ad una passione. Tempo perso per la ricerca, per godere della gioia della scoperta, di una strofa, di un momento di idilliaco piacere, cercato e trovato non in una, né in dieci, né in mille brani, ma all'interno di un infinito universo di note e ritmo. Mentre annaspavo tentando di darti una risposta che potesse contenere il senso del mio ragionamento, tu, molto semplicemente, mi dicesti "la mienne est Fly Me To The Moon". Semplicemente, in quell'istante, hai distrutto la mia complessità.
Allora non ti dissi che non importa conoscere tutto il cielo per imparare a volare. 

Non lo feci perché l'ho capito adesso.
Scusami.