lunedì 16 giugno 2014
L'acquaio
In una bellissima scena de I Ponti Di Madison County, Robert dice a Francesca: "Quando penso al perché faccio fotografie, l'unica ragione che mi viene in mente è che questo lavoro doveva portarmi qui; è come se tutto quello che ho fatto in vita mia io lo abbia fatto solo per arrivare qui da te.".
Guido in una calda giornata francese verso Chantilly, con mamma Lisbet vicino a me.
Quando avrai quarant'anni comincerai a fare bilanci, e capirai se sei felice oppure no, mi dice Lisbet. Io i bilanci li ho già fatti, forse perché sono abbastanza vecchia o forse perché li facevo anche a dieci anni, quando cercavo di capire quali e dove fossero i miei amici, in quale delle città in cui eravamo stati; in quale nazione mio padre avrebbe deciso di fermarsi rimanendo il tempo necessario, consentendomi di farmi amici per la pelle, di quel tipo che non si stacca più. Amici tatuati sul cuore.
Quando mi chiedo perché mi sposto sempre in modo irrequieto, l'unica ragione che mi viene in mente è perché ancora sto cercando la certezza dei legami affettivi.
La mano di Lisbet si posa sui miei capelli, me li sposta dal viso, li mette ordinatamente dietro l'orecchio destro. I finestrini sono aperti, ti potrebbero andare davanti gli occhi mentre guidi. Il gesto affettuoso di una madre, come se tra noi fosse sempre stato così, come se i miei capelli al vento avessero sempre avuto bisogno della sua mano, del suo profumo alle rose, del suo silenzio così pieno di parole ancora da dire. Il futuro nei nostri silenzi è pieno della certezza di avere ancora moltissime cose da dirsi.
Quando penso al perché mi sposto così, l'unica ragione che mi viene in mente è perché questi lavori dovevano portarmi qui, in questa giornata di giugno, in macchina con Lisbet, verso uno dei luoghi della mia infanzia. Uno di quei posti da gita domenicale, da corse nel parco, da ginocchi sbucciati, da gelato da prendere dopo aver visto il museo, da dormita in macchina al rientro a Parigi, da profumo di casa e di parquet dopo una giornata di sole e vento; da potage troppo caldo, da vasca da bagno piena di schiuma al talco, da fumetti di Tintin letti prima di addormentarsi.
Non mi piace l'aria condizionata dal climatizzatore, c'è rumore di vento e spifferi, alla radio Stromae. Cambio stazione e ritrovo Stromae. Parlo con mia madre di Stromae. Ci troviamo d'accordo su Stromae.
Il parco è bello, più dei giardini all'italiana di Versaiiles. Non c'è ordine, ma devastante passione bucolica: il disordine dei sensi.
Nei miei ricordi era tutto molto più grande, come se giocassi in uno spazio abbastanza sufficiente da costruire una regione, e metterci dentro province, villaggi, strade, carrozze e damine impacciate incapaci di camminare a causa dei vestiti ingombranti, con sotto corpetti e stecche di balena. Costringevo mio fratello a fare il principe. Lui era contrario, ma non importava; con la fantasia lo facevo principe lo stesso, e frasi tipo "papà ho sete" a "quando torniamo a casa?", le trasformavo in "la mia regale gola ha bisogno di refrigerio" e "quando ci ritiriamo nelle nostre stanze, Sire?".
Chiedo a mia madre perché non lavi mai i piatti, come mai li accumuli uno sull'altro nell'acquaio giorno dopo giorno, fino a che qualcuno non provveda. In genere è Kaddour, il suo compagno, che mosso a compassione indossa il grembiule con la scritta nera su sfondo rosa stinto I Love Sicily (residuato bellico di un viaggio di ventitré anni fa) e borbottando un putain dopo l'altro, intervallato da qualche merde perché il detersivo è sempre poco, tira su le maniche della camicia e lava tutto.
La sua risposta è laconica: perché dovrei farlo?
Sto imparando ad accettare le persone per quello che sono. Non molto tempo fa provavo a cambiarle con i mezzi persuasivi che avevo a disposizione, ottenendo come risultato l'opposto: si allontanavano ancora di più da ciò che, secondo le mie aspettative, rappresentava il mio ideale di persona giusta. Ho capito, infine, che non sono le persone ad essere sbagliate, ma le aspettative. Frasi tipo "mi hai deluso" non le ho più dette né pensate, forse perché sono diventata talmente piena di me da non volere mai ammettere di essermi creata aspettative che non mi potevo permettere.
Nonostante tutto, però, illustro a mia madre le gioie di una lavastoviglie e ridiamo insieme pensando a quelle bravissime signore che ricoprono il piano cottura con fogli d'alluminio per evitare che si sporchi. Così quando moriranno lasceranno la casa pulita dice Lisbet. Esatto, e i letti rifatti.
Torniamo verso Parigi in silenzio, questa volta i finestrini sono chiusi, l'aria è quasi fredda, evitiamo la Stromae-radio. Perché in ogni istante della mia vita provo sempre a ficcare qualche citazione cinematografica? In questo momento, ad esempio, ci starebbe benissimo quella di Mia Wallace in Pulp Fiction. Ritenersi soddisfatti nei silenzi è, probabilmente, la più alta concezione di rapporto perfetto. O forse è semplice sintonia? Conosco silenzi pesanti, assordanti, che ti devastano, che ti fanno desiderare una terza persona per poterli riempire di qualcosa, non importa cosa: n'importe quoi.
N'importe quoi in francese è come il prezzemolo, lo inserisci ovunque nel parlato. E sta bene con tutto, come il tubino nero, è adatto ad ogni occasione e ad ogni situazione. Oserei dire che trattasi quasi di intercalare, se non ci fossero il bon bah e il putain (per i più esigenti abbiamo pure bon bah putain eeeh) che forse battono addirittura il n'importe quoi.
(nella foto sopra il figlio di Kaddour troppo alto per l'acquaio di Lisbet)
L'acquaio di Lisbet nel video di Stromae
La musica che mi piacerebbe alla radio, una radio-AIR
giovedì 15 maggio 2014
Mi perdo cose
- Pronto, parlo con la signora N.L?
- Sì, chi parla?
- Qui è il commissariato di Polizia di Firenze. La volevo informare che sono stati ritrovati i suoi documenti e il portafoglio. Ci sono stati inviati dal Consolato a Londra.
- Wow... beh non importa, nel frattempo ho rifatto tutto essendo passati due mesi.
- Lei deve venire comunque a ritirare i vecchi documenti.
- Va bene.
- I passaporti li potrà ritirare da domani in questura, la patente in prefettura e le carte di credito al comando dei vigili.
- È uno scherzo, dai...mi avete smazzato tutto come nel burraco?
- Eh mi spiace ma è così.
Prima tappa: Prefettura.
- Scusi, l'ufficio patenti?
Un signore in giacca blu, chiuso dentro una sorta di serra con gli infissi in alluminio dorato, mi parla (mentre tiene la cornetta del telefono sotto al mento) attraverso una fessura talmente bassa che si deve ingobbire per rispondermi.
- Stanza numero 38 terzo piano, segue il corridoio la penultima porta a destra, oppure anche la terzultima porta a sinistra girato l'angolo, in fondo, dopo le scale.
- Mi sono già persa, va beh, ci provo. Se non mi vede tornare chiami i vigili del fuoco, che sono gli unici dai quali non devo andare, stamattina.
Mi guarda con circospezione e poi:
- Nandoooooo! (rivolgendosi al tizio appoggiato al vetro)
- Oooooh (risponde Nando annoiato)
- E s'è sbaglia'o mestiere io e te, i pompieri si doveva fare
- E che 'un lo so?
In ascensore un tipo molto abbronzato e eccessivamente dopobarbato:
- Dove va lei?
- Terzo piano, stanza numero 38 a fare la caccia al tesoro.
- Ah vado anche io al terzo, pensi un po'!
- Bene, allora premiamo il pulsante insieme!
Al terzo piano percorro corridoi quasi bui pieni di porte che socchiudono chiacchiericci, risatine soffocate e per miracoloso istinto riesco a trovare la stanza indicatomi. La porta è aperta, busso lo stesso. Due sepolti vivi dalle scartoffie fanno capolino da quelli che sembrano essere dei Commodore 64.
- Permesso?
- Sgruntbbof.....bofbof...gnesgrut.... siii siii, avaaaanti...
- Buongiorno, dovrei ritirare le mie patenti di guida.
- Ah ah. Quante ne ha?
- Ce ne dovrebbero essere due, una europea e una norvegese.
Il volto di uno dei due si riempie di punti interrogativi, le sopracciglia si aggrottano; poi l'attaccatura dei capelli si allenta, ha un'illuminazione e apre un cassetto dietro la scrivania, razzola per dieci minuti buoni tra le scartoffie.
- ..hem, si sieda si sieda, intanto...
- Sarà una cosa lunga? Dovrei rientrare a lavoro
- Bah...io qui non trovo..come ha detto che si chiama?
- Leblanc
- Ma tutto attaccato?
- Sì
- Leblòn come me l'ha detto lei?
- No, si scrive Leblanc..scusi: Livorno, Empoli, Bari, Livorno, Ancona, Napoli, Catanzaro
- Aaah, Lèblànc!
- Sì.
- ...non trovo niente: motivo del ritiro?
- Non me l'hanno ritirata, l'ho persa a Londra e la polizia mi ha detto che...
- Aaaah ma se l'ha persa allora deve andare in questura! Cosa ci fa qui?
- Mi andava di visitare la stanza 38.
- Guardi, lei deve andare in via della Fortezza o in Via D'Aosta, in questura.
- Ma ne è sicuro?
- Qui non c'è, dev'essere ferma in questura. Vada, prima che chiudano gli sportelli al pubblico!
- Telefoniamo, prima?
- No, sono sicurissimo, vada!
Ripercorro i corridoi bui e angusti, prendo l'ascensore, esco fuori dalla Prefettura e telefono in Questura.
- Scusi, un'informazione (racconto l'accaduto)
- Signora lei deve andare in Prefettura, la patente si trova sicuramente là.
Rientro in Prefettura, nel frattempo il tipo abbronzato e dopobarbato mi incrocia all'apertura dell'ascensore e mi saluta chiedendomi 'caffeino?'.
Stanza 38, ri-busso, ri- chiedo permesso.
- Sono quella di prima...
- E lo vedo (non alza gli occhi dalle scartoffie)
- Ho telefonato al.. (non mi fa finire la frase)
- Senta facciamo una cosa: lei vada a fare le sue cose, intanto io cerco LE sue patenti (sorrisetto sardonico) e ci vediamo qui, facciamo fra...tre quarti d'ora?
- Quali cose?
- Che ne so, la spesa, le commissioni...le sue cose!
- La mia commissione era venire qui per riprendermi una patente (o due) la cui utilità è pari a zero dal momento che le ho riavute entrambe nel giro di pochi giorni dopo che le ho perse. Sono qua perché la Polizia me l'ha gentilmente ordinato, altrimenti sarei a lavorare o a fare altro che non la riguarda, comprese le mie cose. Quindi aspetto qui, piantata qui, non mi muovo.
Il mio piglio da acidona suscita l'effetto voluto. Il tipo si sistema gli occhiali sul naso, si accomoda dritto sulla sedia dietro la scrivania e comincia a digitare fiumi di parole sul pc. Ogni tanto clicca con veemenza sul tasto invio, forse nella speranza che esca fuori dal monitor la soluzione, come nei giochini escape. Si piega e riapre il cassetto delle scartoffie; fruga di nuovo, scartabella, fa vibrare uno cartellina carica di fogli e fogliettini, con nomi, denunce, indirizzi...
- Come ha detto che si chiama?
Ripeto il mio cognome, spazientita e sospirante come fossi in menopausa. Lo pronuncio all'italiana, non voglio rifare lo spelling, lo costringo all'uso dell'attenzione.
Si alza dicendo che va un attimo a controllare. Sta via più di dieci minuti. Io nel frattempo lo immagino nella stanza delle carte, affogato da mille pratiche burocratiche, da centinaia di permessi di guida ritirati (o ritrovati). Oppure alla macchinetta del caffè, mentre maledice la rompicoglioni di origine francese: ci mancava solo questa gallica nevrastenica, come se non avessi già abbastanza cose da fare!
Torna con in mano una cartella giallognola sgualcita. Non dice una parola, si risiede e si sistema gli occhiali. Nel frattempo io riesco a leggere l'etichetta col mio nome sull'incartamento: ha risolto l'escape che mi permetterà di uscire.
- Dunque, Signora Leblòòònk...
- Sì?
- Mi metta una firma qua..una qua..una in fondo a questa pagina...una di qua..un'altra dietro, grazie.
E segna con ben due crocette ogni spazio dove c'è scritto firma.
- Gentilmente mi dia un documento...grazie, vado a fare una fotocopia.
Esce di nuovo e sparisce per altri 10 minuti. Chiedo al collega:
- Ma dove la tenete la fotocopiatrice?
- No no, è qui dietro, forse era occupata...
- Ammazza
- Sa, a quest'ora c'è sempre un gran casino
Guardo l'orologio, sono le 11 e 15. L'ora di punta in Prefettura, non ci andate.
Si affaccia un ragazzo rasta con un casco sotto al braccio, prova a dire qualcosa ma il tipo lo blocca subito
- No scusa, per i patentini stanza numero...
- Ma io sarei qui per la patente della macchina
- Ah! Ti avevo visto con il casco
- Appunto, sono venuto in scooter perché non ho la patente per guidare
Rido. Non ne posso fare a meno. Il ragazzo rasta mi fa l'occhiolino e poi dice:
- Fosse stato un test attitudinale col ca..volo che lo passavi, fratello!
Mi sento in un film di Fellini. Mi giro verso la finestra e guardo fuori, trattenendomi per non ridere.
Torna il mio uomo con le fotocopie dei documenti.
Si risiede, prende dei timbri che sbatte violentemente sui fogli sgualciti, mette delle firme poi tra sé dice:
- Oggi c'è un caldo boia
- Si sta bene..
Dico io, tentando di fare pace con lui, mentre mi riprendo le mie patenti che non servono più a niente.
Si sta bene, peccato che ora mi aspettino la Questura e i vigili.
Sabato mattina, Strasburgo. Devo rifare la Tessera Europea per l'assicurazione sanitaria mia e dei bambini.
Vado all'ufficio amministrativo nel mio arrondissement, ogni circoscrizione cittadina ha il suo. In una città di un milione di abitanti, come Strasburgo, ce ne sono 10, la metà di Parigi. Entro nell'atrio, il pavimento in parquet è tirato a lucido e sulla destra svettano due bandiere, quella francese e quella europea.
La prima cosa che vedo: un pannello luminoso con tutte le indicazioni, io devo andare all'ufficio sanitario, piano terra.
Non ci sono porte, entro senza chiedere niente. L'impiegata si alza dalla scrivania per salutarmi, mi fa sedere, mi chiede i documenti. Osservo il vaso di fiori freschi, la solite bandiere alle spalle, una boule de neige con dentro la Cattedrale. Dopo cinque minuti mi consegna le tessere. Elargisce sorrisi, mi augura buona giornata con la solita cantilena francese. Nonostante Strasburgo sia una città 'di confine', la Marsigliese l'hanno inventata qui e sono (siamo) tanto francesi.
Esco fuori dall'edificio dai tetti spioventi, controllo la perfezione della facciate, i fiori alle ringhiere, la pulizia delle bandiere che svettano anche fuori.
Mi sono divertita più a Firenze, però.
Strasburgo è una 'ville libre' nella quale convivono pacificamente, da un millennio, tre religioni diverse e più culture. Non è un caso della mia vita, che sia Firenze che Strasburgo, abbiano dimostrato nel corso della storia la totale apertura e integrazione della cultura ebraica. È una città che ha vissuto la sofferenza durante i conflitti mondiali a causa della sua posizione geografica, ed essendo molte famiglie sia tedesche che francesi, i figli hanno visto madri e padri separati solo perché appartenenti a due nazioni diverse. I fratelli ebrei sono stati bruciati e sterminati; vicino sorge il campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, nel quale trovarono la morte anche molti politici vittime del razzismo ideologico. Oltre a molti parenti, amici, conoscenti che hanno lottato per la resistenza.
Strasburgo è un luogo dove la storia dell'Università e della cultura affonda radici profonde, almeno quanto quelle di Firenze. Anche qui si avverte la crisi, i clochard portano nei loro sguardi tutto il male di vivere della nostra umanità e quel signore dagli occhi vitrei che m'ha fermato l'altro giorno alitandomi alcolicamente che sono méchante, cattiva, colpevole, aveva ragione. Però la dignità del cittadino, l'orgoglio, il senso di appartenenza traspare, trasuda energia da ogni luogo che rappresenta lo Stato; per dire a gran voce che c'è se hai bisogno, per te che sei europeo, non solo francese, strasburghese, alsaziano.
L'hanno imparato a loro spese che cosa vuol dire guadagnarsi e riconquistare la 'ville libre'; attraverso la morte, la sofferenza, la distruzione delle identità nazionali di intere famiglie,
Credo che all'Italia manchi la conquista (o la riconquista) della libertà che, come diceva Camus, non è altro che la possibilità di essere migliori.
Je pense et j’écris en français, mais je pleure en kabyle. - Jean Elmouhouv Amrouche
martedì 22 aprile 2014
Da Arundhati Roy a Tarantino; da Mad Men al mio trasloco, fino ai Ringo
Un po' di tempo fa una mia amica mi ha detto "quando leggo i tuoi post mi rilasso, quasi mi coccolo". A parte il fatto che la dichiarazione mi inquieta alquanto, io so, in fondo al mio cuore, perché accade: racconto cose facili e piccole. Potrei scrivere una poesia sulla cremina dei Ringo o un'ode all'involucro dei Mon Chéri. Quello che mi ha sempre colpito è l'infinita gamma di sensazioni provocate dalle inezie. Perché i massimi sistemi o i sentimenti con le lettere maiuscole, non mi suscitano niente. Un po' come quando vedo un bell'uomo, sarà anche un raro esempio di bellezza maschile assoluta, ma vuoi mettere la poesia celata in uno sguardo dato di sfuggita? In un bacio sognato e mai scambiato? In un soffio lieve di fantasia spazzata via dal tempo? Ma che sto a di'?
Io so che fra qualche anno, quando la gravosità dell'età fagociterà la mia leggerezza espressiva, mi dedicherò ad argomenti pesantissimi, quali la texture dei fondotinta e le qualità delle lozioni per il contorno degli occhi; ma fino ad allora il Dio delle piccole cose continuerà a catturare la mia attenzione e mi accenderà i sensi, mi illuminerà di immenso, mi trascinerà in un turbine di pensieri, spesso impossibili da esprimere.
Un esempio di cosa grande per la quale emozionarsi (e anche pomiciare), è sempre stato il Tramonto Sul Mare. Ma se ci fate caso, ormai è diventato merce da Instagram. Ce ne fosse uno che, davanti ad un Tramonto Sul Mare, si metta semplicemente a limonare. Sono tutti coi tablet o gli smartphone all'aria, proni nel catturare l'hd e a dargli l'effettino giusto che migliori i colori. Poi, dopo, forse, chissà, scapperà anche un bacio, un pensiero, un attimo di silenzio: ma prima la foto. Ormai il tramonto sul mare (colto anche dalla sottoscritta, mica parlo male degli altri, sto facendo autocritica) ha perso la sua valenza romantica, non frega più niente a nessuno, forse neanche a me. Quello che importa è condividere, uno dei verbi più usati nell'ultimo quinquennio.
Per fortuna però, oltre all'Amore, la Poesia, l'Arte, la Musica e il Tramonto Sul Mare, c'è la cremina dei Ringo. E quella non la puoi mettere su Instagram, perché è impossibile da tradurre in immagine: è una sensazione. Ed è scritta con la lettera minuscola, è una parola scema (cremina), neanche onomatopeica, impossibile da declamare con impostazione melodrammatica. E' insignificante perché è magrolina e duretta, non abbondante e voluttuosa come la Panna Montata. E' dolciastra, forse troppo. Si tira via con gli incisivi e poi si butta il biscotto, che (diciamola tutta) è trascurabile. Senza la cremina i Ringo sarebbero biscotti inutili, simili ad altre centinaia di migliaia di biscotti. E ne ho incontrati di biscotti farciti, eccome se ne ho assaggiati! Ma nessuno ha la cremina dei Ringo.
Di quante cose scritte con la lettera maiuscola si può parlare così? Ma soprattutto, come rendere la cremina dei Ringo più morbida? Dandogli un attimo di microonde.
Un'altra parola da scrivere con la maiuscola è Trasloco. Ho visto persone entrare in depressione e accoccolarsi tremanti sulle scatole giurando di non farlo più; gente chiamare la ditta dei traslochi per un preventivo con la voce rotta dalla crisi nervosa e gli occhi fissi sul conto corrente; traslocatori alti due metri e larghi tre, coperti di tatuaggi, con le lattine di birra e le scatole dei Condom infilate nelle tasche dei jeans, inorridirsi come delle suore Domenicane dello Spirito Santo, davanti ad un materasso pieno di chiazze di dubbia origine. Io, che di traslochi ne ho fatti un numero non ben definito, so cosa vuol dire imballare una per una le ciotoline del servizio da 24 per il consommé. Quando mai uno invita una ventina di persone a casa per un consommé? In quale originale corto d'autore surrealista? Ma soprattutto, come si fa ad ingurgitare un consommé senza passare tutta la notte con il rubinetto dell'acqua infilato direttamente in trachea?
Davanti all'immensità di un Trasloco la mia scatola con sopra scritto in nero "Nicole Stuff" è, semplicemente, una piccola cosa. E' tale e quale da quattro traslochi a questa parte. E' iniziata a Londra, poi è tornata a Firenze, dopo ha transitato da Ginevra ed è ritornata a Firenze, per poi finire a Stavanger. Nicole Stuff è una scatola garbata, color zucchero di canna stinto, chiusa con un nastro adesivo trasparente. E' misurata per dimensioni e colore, ma è oltraggiosa per peso. E' un po' come me. Il bello di Nicole Stuff è il suo mistero. Nessuno ricorda cosa ci sia dentro (neanche io) e non è stata mai aperta da Londra 2007, quando nacque. Nicole Stuff ha visitato tutti i garage, le soffitte e le cantine delle case che ho abitato e dalle quali ho solo transitato. Ha fatto amicizia con ragni dal corpo minuscolo e dalle zampe chilometriche; è servita come base per appoggiarci altre scatole, valige, scarponi da trekking, passeggini e seggioloni.
Poco prima delle vacanze di Pasqua avevo preso una decisione epocale: Nicole Stuff questa volta sarebbe stata aperta; non avevo intenzione di portarla a Firenze di nuovo, chiusa e misteriosa. Questo mondo è un posto troppo piccolo per la valigetta di Pulp Fiction e per Nicole Stuff, una delle due deve essere svelata. Poi è accaduta una cosa, ho visto la prima puntata delle settima serie di Mad Men. Sì, ma che c'entra? Direte voi. C'entra, secondo la logica delle piccole cose.
C'è una citazione tarantiniana di quelle da sturbo (che a sua volta citava l'opening de Il Laureato). Donald Draper viene presentato come Jackie Brown nell'intro che trovate qui. Un valore aggiunto, simbolico, che accomuna il grande cinema ad una delle serie più belle mai viste. E allora mi sono detta: perché non rendere la mia vita ancora più cinematografica usando la scatola come fosse una citazione tarantiniana? Perché volere a tutti i costi spoetizzare, svelare, incidere con il bisturi della praticità, un simbolo come questo? Un legame tra me e la voglia di vivermi le piccole cose come se fossero massimi sistemi. Non è solo una scatola: fondamentale è inserire sempre un MacGuffin.
http://it.wikipedia.org/wiki/MacGuffin
Non aveva importanza che la storia fosse già iniziata, dal momento che il kathakali ha scoperto molto tempo fa che il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l'imprevisto. Ci sono familiari come le case in cui abitiamo. Come l'odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo.
Arundhati Roy - Il Dio delle Piccole Cose
mercoledì 9 aprile 2014
Norwegian Wood (This Bird Has Flown) - i due minuti abbondanti sono finiti
Era molto tempo fa quando entrai in camera di mio fratello e lo trovai a versare lacrime su Rubber Soul, mentre la puntina del giradischi batteva sull'ultima linea del vinile, insistendo su un capitolo chiuso, un amore finito. Non afferrai il momento topico e ricordo che mi disse "Ma cosa vuoi capire tu, di Norwegian Wood?". Io, con il grembiule bianco della terza elementare, mi sentii inadeguata di fronte al suo complesso mondo adolescenziale. Se, oggi, dovessi indicare il momento, uno solo, in cui è entrata la musica nella mia vita, credo che sceglierei questo: qualche giorno dopo, rubai il disco dei Beatles a mio fratello solo per capire cosa fosse Norwegian Wood, e lo misi nell'impianto di mio padre, soprannominato "la grande fedeltà".
Aveva ragione lui, non capivo. Perché piangere su una canzone un po' melliflua in 3/4? E cosa vogliono dire tutte quelle parole in inglese che non capisco?
A otto anni iniziò la mia attività di traduttrice di canzoni, perché Rubber Soul andava compreso, analizzato, sezionato: faceva emozionare mio fratello.
Avevo undici anni quando andai, con i miei genitori, in vacanza sui Fiordi. Era luglio, e ricordo che partii da Strasburgo con il broncio e un biglietto pieno zeppo di cuori di "addio" della mia migliore amica. Non mi andava di passare una settimana confinata in un buco norvegese da sola con i miei. Però nel lettore cd portatile (preistoria?) avevo Rubber Soul e durante le escursioni mi isolavo; finalmente riuscivo ad inumidire gli occhi su Norwegian Wood. Immaginavo che i mobili della canzone avessero lo stesso profumo di abete che mi circondava, respiravo a fondo e lo immaginavo mischiato all'odore del fumo. Avevo una gran voglia di vedere qualcuno dare fuoco a una delle tante case, o barche, per percepire come si possa sentire chi vuole chiudere, demolire, finire di navigare. Volevo lasciare quella breve vacanza sin dal primo giorno.
Perché mi avete fatto studiare pianoforte? Uno strumento fisso è complicato. Dovevate propormi il sitar.
Un giorno capii che il tipo con il quale uscivo era un emerito idiota. Lo capii perché attaccava allo specchietto retrovisore l'Arbre Magic alla colonia e perché durante la lezione di Botanica I mi afferrò improvvisamente i lobi delle orecchie e disse "chissà cosa vorrai sentirti dire, anima mia bestiale".
Scelsi un momento come un altro per dirgli che era meglio se finivamo qui, così, restando amici (?), ma lui non la prese benissimo. Gli feci sentire Norwegian Wood dicendogli "è tutto dentro questa canzone". Come risposta ebbi un "Cazzo, ma ti capisci da sola!". Aveva ragione. Nessuno, tranne me, poteva capire il mio viaggio dentro Norwegian Wood. Forse quella fu l'unica volta nella quale il tizio con il quale uscivo, si dimostrò meno idiota del solito. Ma ormai era tardi per tornare indietro. Erano passati i due minuti.
Quando, un paio di anni fa, ho avuto la certezza che la Norvegia mi avrebbe ospitato per un certo periodo, ripensando alla vacanza di tanti anni prima, ho preso il disco che mio fratello mi aveva infine regalato e con l'idea che niente nella mia vita avviene per caso, ho riascoltato Norwegian Wood nella sua vera versione. Quella della prima volta, quella della puntina del giradischi sempre con il grumo di povere, delle lacrime nascoste di Alessandro, delle mie affannose indagini linguistiche per capire il senso delle canzoni contenute in Rubber Soul.
This bird has flown.
Sono sempre volata via, in silenzio. Io non sono la ragazza che la mattina presto va a lavorare, non sono neanche il tipo che dorme in bagno. Io sono l'uccello, in quella canzone. Ho sempre saputo quale fosse il mio ruolo, so quando me ne devo andare. Lascio tutto all'alba, quando non c'è più niente da tenere, quando l'arredamento in legno norvegese sta per prendere fuoco, quando l'ultimo bicchiere di vino sta per essere bevuto, quando il suono del sitar sta diventando troppo insistente, quando due minuti e un po' di secondi sono terminati. La melodia, le parole, le sensazioni e gli occhi umidi di 25 anni di Norwegian Wood mi hanno insegnato che volare via è l'unica vita che posso vivere, che l'unico amore che posso avere è quello sul quale appoggiarmi lievemente per riuscire a riprendere fiato, che l'unica casa che posso abitare è quella dalla quale andarmene.
Dopo due minuti e un una manciata di secondi.
lunedì 17 marzo 2014
E se fossi una medusa?
Non sono l'unica che scrive in aereo, ce ne sono diversi. Forse anche loro tentano di mantenere vivo un blog, uno sfogatoio, un diario semi pubblico, un muro sul quale scrivere dichiarazioni criptiche sul significato della vita o sul non senso delle giornate volate via come fossero composte da una manciata di secondi.
Accanto a me un ragazzo, troppo alto per stare seduto qui dentro, punta il ginocchio nella mia no fly zone. Se legge ciò che sto scrivendo, pazienza, scopre così, ancora una volta, di essere troppo alto; un cestista, un trampoliere, uno spolveratore di stipiti dei portoni, un avvitatore di lampadine, una persona che ti fa sentire piccola, o troppo proporzionata; capace di entrare in un letto o in una Smart. Una persona nella norma, normopeso, normoaltezza; di quelle da prendere per fare i sondaggi, o per confezionare la taglia di un vestito. Una media. Né di qua, né di là. Democristiana, moderata, originariamente in mezzo all'Europa, né troppo al Sud, né al Nord.
Sono andata a trovare un'amica, ieri. Una biologa, una collega. Lei si occupa di pesci. Mentre parlavamo della pulizia dell'acquario di Livorno, ho creduto di essere una medusa. Così gelatinosa, trasparente, pungente, in balia delle correnti fresche, ottimo pasto per "Cuba", la tartarugona di 150 kg presente in acquario.
"E se fossi una medusa?" "Ma cosa ti viene in mente? Andiamo a mangiare".
Nel posto dove abbiamo mangiato non funzionava il pos, l'apparecchio per leggere le carte di credito. "Scusi ma è finita la carta, però c'è un bancomat, là, di qua, poi gira di là, non si può sbagliare".
Attraversando a piedi il centro deserto di Livorno, mi sono chiesta quante città ancora esistono in Europa di domenica, e quante, invece, si spengono. Livorno si spegne. Giusto così, come Varese quando ero bambina. Serrande abbassate, tutte.
Lungo il mare gente, tanta. Bambini, moltissimi. Famiglie, pattini, biciclette, prati non curati, cielo lattiginoso, bottiglie di plastica abbandonate, gelaterie colme, con la coda fuori. Eppure c'è vento, maestrale, fresco, non viene voglia di gelato. Coppie: lui, lei, e lo smartphone. Lei, lui e l'iPad. Mi viene il magone. Guardate il mare, state in silenzio, inventatevi una favola, leccate un gelato senza fare 'scroll' o 'tag', osservate il mondo, è in hd, incredibile la risoluzione, vero?
Code al rientro. Perché ci sono le code? Via dalla superstrada, guarda il sole, è viola, prendiamo l'autostrada. Traffico lento anche in autostrada, guarda la luna, bella, usciamo a Sesto, anzi, a Prato Est. Mangiamo da me, non ho niente in frigorifero, ordiniamo una pizza, no che non ho digerito, ancora.
I pesci delle barriere coralline li ho visti una volta, con la maschera. Ma non soffrono chiusi nelle vasche? La mia amica mi assicura di no, non hanno schemi evolutivi come i mammiferi. I pesci sono arrivati, sono al capolinea, hanno raggiunto il traguardo.
Quindi, io da mammifera, ancora non mi sono evoluta. Morirò, probabilmente, senza aver raggiunto il traguardo, senza essere arrivata. Morirò in corsa, quindi non posso essere rinchiusa in uno zoo; non mi potreste creare un habitat, un Truman show?
No, assolutamente, ne soffriresti. Tu, come la gazzella, o il lupo.
Ma non come la mucca.
Quelli sono animali da cortile, Nicole.
Noi non siamo da cortile, siamo da aereo con lo spilungone accanto che siede con le ginocchia in bocca.
Il pesce pagliaccio si chiama Nemo. Io dico che si chiama così in onore di Jules Verne; la mia amica sostiene, invece, che il nome evoca l'anemone nel quale il pesce si nasconde e depone le uova.
Apriamo un dibattito o controlliamo su internet? No. Rimaniamo così, senza scroll. Nel dubbio. E non controllerò neanche domani, e nemmeno dopodomani. Io della mia idea, tu della tua. Ci evolveremo dubitando, e se qualcuno vorrà costruirci un Truman Show nel quale rinchiuderci, a te lo farà pieno di anemoni e a me Ventimila leghe sotto i mari.
Ci incontreremo, dubitando, a metà strada. Negli abissi marini.
Accanto a me un ragazzo, troppo alto per stare seduto qui dentro, punta il ginocchio nella mia no fly zone. Se legge ciò che sto scrivendo, pazienza, scopre così, ancora una volta, di essere troppo alto; un cestista, un trampoliere, uno spolveratore di stipiti dei portoni, un avvitatore di lampadine, una persona che ti fa sentire piccola, o troppo proporzionata; capace di entrare in un letto o in una Smart. Una persona nella norma, normopeso, normoaltezza; di quelle da prendere per fare i sondaggi, o per confezionare la taglia di un vestito. Una media. Né di qua, né di là. Democristiana, moderata, originariamente in mezzo all'Europa, né troppo al Sud, né al Nord.
Sono andata a trovare un'amica, ieri. Una biologa, una collega. Lei si occupa di pesci. Mentre parlavamo della pulizia dell'acquario di Livorno, ho creduto di essere una medusa. Così gelatinosa, trasparente, pungente, in balia delle correnti fresche, ottimo pasto per "Cuba", la tartarugona di 150 kg presente in acquario.
"E se fossi una medusa?" "Ma cosa ti viene in mente? Andiamo a mangiare".
Nel posto dove abbiamo mangiato non funzionava il pos, l'apparecchio per leggere le carte di credito. "Scusi ma è finita la carta, però c'è un bancomat, là, di qua, poi gira di là, non si può sbagliare".
Attraversando a piedi il centro deserto di Livorno, mi sono chiesta quante città ancora esistono in Europa di domenica, e quante, invece, si spengono. Livorno si spegne. Giusto così, come Varese quando ero bambina. Serrande abbassate, tutte.
Lungo il mare gente, tanta. Bambini, moltissimi. Famiglie, pattini, biciclette, prati non curati, cielo lattiginoso, bottiglie di plastica abbandonate, gelaterie colme, con la coda fuori. Eppure c'è vento, maestrale, fresco, non viene voglia di gelato. Coppie: lui, lei, e lo smartphone. Lei, lui e l'iPad. Mi viene il magone. Guardate il mare, state in silenzio, inventatevi una favola, leccate un gelato senza fare 'scroll' o 'tag', osservate il mondo, è in hd, incredibile la risoluzione, vero?
Code al rientro. Perché ci sono le code? Via dalla superstrada, guarda il sole, è viola, prendiamo l'autostrada. Traffico lento anche in autostrada, guarda la luna, bella, usciamo a Sesto, anzi, a Prato Est. Mangiamo da me, non ho niente in frigorifero, ordiniamo una pizza, no che non ho digerito, ancora.
I pesci delle barriere coralline li ho visti una volta, con la maschera. Ma non soffrono chiusi nelle vasche? La mia amica mi assicura di no, non hanno schemi evolutivi come i mammiferi. I pesci sono arrivati, sono al capolinea, hanno raggiunto il traguardo.
Quindi, io da mammifera, ancora non mi sono evoluta. Morirò, probabilmente, senza aver raggiunto il traguardo, senza essere arrivata. Morirò in corsa, quindi non posso essere rinchiusa in uno zoo; non mi potreste creare un habitat, un Truman show?
No, assolutamente, ne soffriresti. Tu, come la gazzella, o il lupo.
Ma non come la mucca.
Quelli sono animali da cortile, Nicole.
Noi non siamo da cortile, siamo da aereo con lo spilungone accanto che siede con le ginocchia in bocca.
Il pesce pagliaccio si chiama Nemo. Io dico che si chiama così in onore di Jules Verne; la mia amica sostiene, invece, che il nome evoca l'anemone nel quale il pesce si nasconde e depone le uova.
Apriamo un dibattito o controlliamo su internet? No. Rimaniamo così, senza scroll. Nel dubbio. E non controllerò neanche domani, e nemmeno dopodomani. Io della mia idea, tu della tua. Ci evolveremo dubitando, e se qualcuno vorrà costruirci un Truman Show nel quale rinchiuderci, a te lo farà pieno di anemoni e a me Ventimila leghe sotto i mari.
Ci incontreremo, dubitando, a metà strada. Negli abissi marini.
La medusa nell'acquario
Il posto con il pos senza carta
giovedì 13 febbraio 2014
Laetitia
In una notte come questa, nella quale le stelle verdi del cielo polare si specchiano sul mare nero gelato, io mi confondo tra le pieghe delle coperte di un letto che non mi appartiene. Non è un albergo, ma potrebbe esserlo. I quadretti appesi alle pareti non li comprendo, al loro interno figure geometriche colorate: vorrei tanto fosse Kandinsky per trovare un senso.
Tu dormi lievemente, come se tutto il peso del mondo fosse altrove, al sud, o al centro dell'Europa. Lontano dai margini del pianeta, lontano da qui, lontano da noi, lontano da te.
I tuoi capelli dorati li ho pettinati con cura, legati in una treccia perché ti facevano il solletico. E ridevi. Mentre io bevo il mio caffè amaro, tentando di trovare un motivo per meritarti.
Tu respiri come una fata di una fiaba di Perrault.
Osservo il pigiamino con i pinguini, gli animali che preferiamo sono sempre quelli che rappresentano posti lontani. Andremo a trovare i pinguini, te lo prometto. Andremo al polo sud, ti porterò, correremo a perdifiato fermandoci solo per toccarci le gambe indolenzite, e tu riderai, come fai sempre.
La musica più bella per me è l'alternanza del tuo respiro, l'odore più piacevole quello che esce dalla tua bocca; un viso botticelliano, e continuo a chiedermi cosa ho fatto per meritarti.
Ieri mi facevi vedere come il viola stia bene con il rosso, e nel foglio pasticciato hai disegnato un viso ovale, rosso, con gli occhi viola. "Sei tu, mamma". Quando è toccato a me disegnarti, invece ho riprodotto tutto fedelmente, viso rosa, occhi verdi, labbra rosse. Quanto siamo privi di fantasia noi adulti? Tesoro perdonami, prometto di pensare a colori, prometto di uscire dagli schemi. In fondo è un disegno, dentro ci possiamo mettere tutto, reinventarci un mondo, scoprire occhi gialli e volti blu, mani più grandi della testa e gambe più corte delle braccia. A cosa servono le proporzioni? Hai ragione tu, è un disegno.
Sono le quattro e non voglio dormire, voglio rimanere qui a guardarti, ad accarezzarti il viso. Voglio aspettare, vederti aprire gli occhi verdi, immergermi nella luce dove riesco a trovare noi: vivo per questi momenti. Vivo per il rosa delle tue labbra, per la melodia della tua risata, per la seta dei tuoi capelli sempre annodati. Vivo per le manine appiccicose che si incollano ai miei jeans, per il gelato che ti cola dappertutto, per gli urletti isterici che fai quando vedi un ragno, per i tuoi piedini freddi che scaldo di baci.
Quando prima di dormire mi chiedi di cantarti The Little Horses. Vivo.
E quando non ne potrai più di me, continuerò comunque a vivere per te.
mercoledì 15 gennaio 2014
Hollande, mon amour.
"Hollande, mon amour" scrisse Julie Gayet in un sms nel 2010.
Non è vero, non lo so. Però è dal 2010 che sappiamo (noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub) della storia tra i due.
Le foto non c'erano, ma dichiarazioni appassionate di "stima" con occhi a cuoricino di Juliet in ogni dove, dalle trasmissioni televisive, alle interviste, esistevano anche nel 2012 e nel 2011.
Cosa pensavamo noi francesi, noi mezzi francesi, noi che a Strasburgo spettegoliamo al pub? Sostanzialmente che stigrancazzi. Ognuno conduce la vita che gli pare e piace, sceglie di dividere i propri sentimenti come crede, le proprie passioni come e con chi vuole.
Hollande non è sposato. Non esistono first lady nella cultura politica francese, che è, di fatto, abbastanza maschilista da ritenere che la moglie del Presidente debba stare al suo posto.
Questo rigurgito di moralismo medioevaleggiante che leggo ovunque dall'Italia (e non solo) mi fa orrore.
L'attricetta, la puttanella, la fighetta, sono solo tre dei numerosi appellativi che sono stati attribuiti ad una donna (per di più, molto in gamba) colpevole solo di essere "l'amante" (nella vera eccezione del termine, colei che ama) di Hollande. Dove sono le femministe quando servono? Dove sono andati a finire tutti i bei discorsi sulla dignità femminile, sulla violenza verbale e morale che le donne subiscono ogni giorno?
Dal momento che François Hollande non è neanche un gran pezzo di figo, né possiede il carisma di un dominatore di Nazioni con la spada de foco, allora alle cattiverie gratuite piovute su la Gayet, se ne sono aggiunte altre. Sembrerebbe che il grande interrogativo di molti in questo momento sia: come cazzo fa un cesso con il fascino di un fuco a farsi donne più che piacenti?
Interrogativo che fa piombare la specie umana sotto il baratro nel quale già si trovava, e mi fa pensare che in fondo noi dal berlusconismo non usciremo mai; scorre nelle vene anche di persone che si sono sempre dichiarate contro, come l'illuminato Massimo Gramellini, che oltre a scrivere romanzi pedestri, si spertica pure con articoli degni di una comare invidiosa, facendomi pensare che da certe stronzate scritte così senza cervello, non ci si potrà mai riscattare
http://www.lastampa.it/2014/01/14/cultura/opinioni/buongiorno/ma-come-fa-NnaNlJ9j0BcLCFqh8qpk1I/pagina.html
In conferenza stampa Hollande mostra una dignità ed una fierezza del ruolo che prende a schiaffi qualsiasi basso rigurgito di intolleranza udito e letto in questi giorni. Sono giorni di dolore. Perché nessuno, neanche il Presidente della Repubblica, deve giustificare la propria vita sentimentale.
Non esistono giustificazioni da dare, non esistono risposte. Giorni di dolore se si pensa che siamo ancora lontani dal vedere la luce della via d'uscita del recesso culturale.
Quello che parla di puttanella non è molto diverso dal leghista di negritudine. Sono la stessa persona, rappresentano la stessa subcultura.
Capisco la sua domanda, e sono sicuro che lei capirà la mia risposta.
Ognuno, nella sua vita personale, può attraversare delle prove. E' il NOSTRO caso. Questi sono momenti dolorosi. Ma io ho un principio: gli affari privati si trattano in privato, in un'intimità rispettosa di ciascuno. Non è né il luogo, né il momento per farlo. Ma, se non risponderò a nessuna domanda oggi, lo farò prima dell'appuntamento che avete citato (l'incontro con la felice coppia Obama)
F. Hollande
Un moralista è il contrario di un predicatore di morale; è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema.
Mi spiace di dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta.
Friedrich Nietzsche
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