giovedì 5 settembre 2019

Ode a settembre


Se potessi imbottigliare la tua aria tiepida di mezzogiorno, e la luce obliqua del sole che stratifica bagliori dorati sulle foglie verdastre dei platani, sarei felice. Stapperei la bottiglia una mattina di metà gennaio quando, tra la nebbiolina ghiacciata che sale lenta dal fiume, a stento si percepiscono le linee degli edifici di architettura prussiana. Gli stessi che illuminati dalla luce calda di fine estate,, svettano trionfanti a testimonianza di un passato glorioso stagliandosi nel drappo blu del cielo; a metà inverno sembrano sprofondare negli abissi di un lago ghiacciato e torbido, irrigiditi ed austeri come avvolti da immaginari tentacoli di un kraven. La luce cambia la prospettiva alle cose. E gli odori ne rafforzano il senso. Settembre, caro, non pretendi felicità e spensieratezza esibita come vuole agosto. Tu sei signore, aristocratico procedi ricordandoci l'ordine delle cose: i grembiulini al profumo di amido; i trucioli dei pastelli colorati, i quaderni nuovi, le copertine sui libri, il foglio sfondato dallo spirito dei pennarelli serviti per un disegno troppo colorato. Il batticuore il primo giorno di scuola, l'imbarazzo di fronte ai nuovi compagni, sensazioni di disagio, di inadeguatezza. Caro settembre, mese di lezioni di vita, io di questo ti ringrazio. Ti ringrazio per la possibilità che mi offri nel sentirmi sbagliata o impreparata e per la voglia che mi viene di dimostrarti che non lo sono. Ottobre è il mese dei compiti in cucina, mentre il minestrone borbotta sui fornelli. Ottobre rassicurante, è una balia. Tu, invece, sei quello della cameretta pronta per lo studio, dei pullover tornati sulle spalle di papà; sei il mese del tabacco per pipa che ricomincia ad accendersi profumando il salone. Sei le nostre passeggiate nelle tiepide domeniche mattina, le soste in pasticceria, le corse in bici col vento tagliente che spettina ed inumidisce i capelli. Sei i romanzi pronti da iniziare a leggere, i numeri di telefono di amici nuovi sulla rubrica. Sei la camicetta di giorno e la coperta pesante sul letto la sera. Sei sexy. Sei il profilo dell'uomo che amo mentre si concentra su qualcosa che non mi riguarda.
Se avessi potuto imbottigliare il sorriso di papà illuminato dal sole, l'anno scorso a settembre, quando la consapevolezza che sarebbe stato uno degli ultimi mesi della sua vita non ci impediva di godere di luci dorate ed aria frizzante, lo aprirei oggi. E con quell'immagine tornare ad amare la vita, come non lo faccio da tanto. A settembre.

mercoledì 15 maggio 2019

Rompere il ghiaccio



Immagine: Allegoria della pittura - Jan Vermeer


Ed eccomi qui, di nuovo, a scrivere su questo diario virtuale. Ho cambiato pelle dopo tutti questi mesi di svolte, di lunghe soste, di scontri, di incontri e di perdite importanti.
Mi trovo, attualmente, al centro del mio mondo, Parigi, città piena di ferite ancora aperte, ma comunque sorridente e sempre disinibita sotto un mezzo sole ed un'aria inconsuetamente gelida per essere maggio. I turisti si stringono nelle felpe mostrando la pelle delle gambe avvizzita dal gelo, e quei poveri piedi lividi, lasciati scoperti dalle speranze che porta la bella stagione. Volano tra un museo ed un altro; sostano con i nasi all'insù davanti alla devastazione della cattedrale; chiedono dove mangiare il migliore plat du jour, insomma, accompagnano come sempre le giornate della metropoli più martoriata di questi ultimi anni.
Le ragioni che mi hanno tenuta lontana per svariati mesi da questo piccolo e intimo spazio sul web, rimangono personali, ma al tempo stesso accomunano me a molte altre persone che hanno vissuto periodi di mutamenti repentini e che quindi non hanno quasi mai avuto tempo di fermarsi a pensare articolando pensieri che possano avere quel minimo di lucidità che permetta loro di essere letti e compresi. Quindi, in nome della riacquisita lucidità grafomane, ho deciso di buttare giù un paio di pensierini, per rompere il ghiaccio.

La sala in cui in questi giorni sto lavorando insieme ad altri colleghi provenienti da diversi luoghi sparsi in tutto il mondo, si trova nella sede dell'UNESCO ed ha la forma del mondo; è circolare. Richiama un po' il concetto della "camera a sussurro", cioè qualsiasi cosa viene detta, anche a bassa voce, tutti riescono a sentirla. E va bene, è giusto, stai lavorando ad un progetto insieme ad altri colleghi, e tutti dobbiamo tenere conto delle idee degli altri. Peccato che, l'inconveniente si possa presentare, se una persona fosse abituata a pensare a voce alta. Tipo, ti scappa la pipì, e dici 'mi scappa la pipì', subito dopo, dal momento che ti scappa, pensi che devi andare a farla, quindi dici 'vado a fare la pipì'. La persona che pensa a voce alta è piuttosto lontana dal tavolo di lavoro, e se ci trovassimo in un locale tradizionale, quindi di forma rettangolare, supponiamo, magari il pensiero espresso a voce 'mi scappa la pipì, ora vado a farla' nessuno lo riuscirebbe a sentire. Ma dal momento che ci troviamo nella camera a sussurro o nella camera "in cui è meglio tacere", ogni parola viene captata e dovresti smettere sia di dire insensatezze che di pensare pericolosamente a voce alta. Ne è venuto fuori un interessante confronto, con momenti di vero divertimento. La persona che abitualmente è avvezza ai soliloqui, ha promesso che farà di tutto, nei prossimi giorni, per evitare che ciò avvenga. Ma ci siamo dichiarati tutti contrari, dal momento che l'esercizio di dire tutto ciò che passa per la testa, potrebbe essere interessante da un punto di vista formativo!

Durante una della chiacchierate con il mio compagno di vita, è saltata fuori, in seguito a disquisizioni sul film "A qualcuno piace caldo", la figura di Tony Curtis. Ripercorrendo la cinematografia dell'attore, il mio fidanzato ha detto quella che a me è parsa una castroneria, cioè che Tony era nel cast di Spartacus. Ho cominciato a scuotere la testa sconsolata, pensando che è prerogativa di pochi essere cinefili attenti come me, ed ho pure fatto notare al pover'uomo che avevo accanto, quanto fosse squinternata l'idea che Kubrick avesse preso Tony Curtis per il suo film, insistendo sulle mie ragioni. Abbiamo interpellato, come soluzione finale, Sir Google, che ha confermato quanto la mia cinefilia faccia ormai acqua da tutte le parti, dato che Tony Curtis ha effettivamente preso parte al film Spartacus, nel ruolo di "Antonino" che non ricordavo affatto. Ho cominciato ad arrampicarmi sugli specchi con vergognose giustificazioni da impiegato statale assenteista, tipo che durante le scene in cui appariva Curtis io ero andata a bere un caffè o che era comunque passato troppo tempo dalla visione del capolavoro kubrickiano e che quindi non potevo ricordarne tutti i particolari. Abbiamo colto l'occasione per ripercorrere la biografia di Tony Curtis, che entrambi non conoscevamo. Nessuno di noi due nutre un interesse morboso verso questo attore, ma eravamo imbottigliati in una coda infinita all'uscita della Svizzera e a parte scaccolarsi come i nostri vicini automobilisti, o litigare, non c'era molto altro da fare. Il bel Curtis, occhioni azzurri, ha avuto sei mogli e sei figli, quasi sette perché secondo uno dei suoi libri di memorie, riuscì a mettere incinta anche Marylin Monroe (che poi perse il bambino). Insomma, occhioni azzurri è un mini-inseminator, dato che il maxi è J.S Bach che di mogli ne ha avute solo due, ma può vantare la bellezza di venti figli. Le conclusioni circa la vita di un uomo che è riuscito a sposarsi sei volte, sono abbastanza interessanti. Secondo il mio compagno il tutto è dettato dalla noia, dal potere, dal senso di invincibilità, ecc Secondo me, invece, che sono un'inguaribile romantica, aveva semplicemente tanti soldi da buttare. Si è aperta una discussione circa i disturbi della personalità, la paura della solitudine, l'incapacità di accettare la vecchiaia. Poi siamo passati alle biografie dei serial killer, così, tanto per analizzare meglio la psicologia di chi si sposa sei volte.










martedì 25 settembre 2018

Dopo i colori.



La grande terrazza assolata si apre al mio sguardo, impietosamente ogni bagliore sulle mie pupille viene riflesso dalle pietre grigio chiaro del pavimento che si intersecano formando disegni a mosaico verso i quali non provo alcun interesse, ma che mi trovo costretta a guardare; come i quadri appesi alle pareti delle sale d'aspetto. Mi riparo facendo calare gli occhiali da sole dalla testa al naso, un'operazione che compio innumerevoli volte in estate, quando il sole è quel compagno fin troppo conosciuto, morboso, detestabile, che mi spinge ad anelare continuamente solitudine buia, notte, novilunio e aria fresca rigenerante.
La grande terrazza è piena, capannelli di persone che sussurrano conversazioni infinite con l'accesso riservato. Cerco con lo sguardo il capannello che mi appartiene, quello identificabile da qualche faccia nota; un amico, un parente, un fratello. Un uomo alto, magro, dall'andatura dinoccolata, abbandona un gruppetto di parenti e viene verso di me, con aria decisa mi tende la mano e mi saluta pronunciando il mio nome con accento tedesco. La c dura del tedesco, i toni bassi, la poesia della costruzione sintattica latina: ognuno ha i suoi piaceri, il mio è la lingua tedesca che mai imparerò.
Dottore, come sta? Ci sono miglioramenti?
Le mie domande le sento chiare, nitide, uscire dalla bocca, concretizzarsi in attenzione altrui. Quel leggero tremolio interiore, in attesa della risposta. Quei secondi di sudore freddo tra le dita della mani, il cervello che si spegne, per proteggersi dal colpo, giusto il tempo necessario a non comprendere la risposta.
Scusi non ho capito, le spiace ripetere?
Tento di sedermi trascinandomi dietro una pesantissima sedia in ferro, non trovo corrispondenza dalla parte dell'interlocutore, che rimane fermo in piedi, con aria professionale. Esistono momenti in cui la desideri, la professionalità. Sul lavoro, quando hai bisogno di beni e servizi, quando esigi risoluzioni. E lo sai cos'è. La professionalità l'hai usata, l'hai studiata, l'hai, infine, imparata, per puro spirito di sopravvivenza. Adesso la esigo, ma con moderazione. Sia professionale, ma non troppo. Com'è umano lei quando mi piazza la realtà davanti agli occhi, alle orecchie, sotto questo sole insopportabile, che definisce i contorni rendendoli netti, senza alcuna morbidezza, né grazia.
Lo sa perché il colore preferito da Glenn Gould era il grigio?
Dietro gli occhiali da vista, il dottore alto, magro, dinoccolato, mi fissa in silenzio, si aspetta domande da parte mia. L'unica domanda potrebbe essere quella sul colore preferito di Gould e, come faccio spesso, elaboro dentro di me una risposta lunga, articolata, quasi professionale. Se non fosse per il sudore freddo tra le dita delle mani che mi rende troppo umana, e quindi timorosa e paranoica, io con questo dottore avvierei una conversazione sul grigio. Voglio scoprire cosa ne pensa, se è applicabile, come filosofia cromatica, ad Ippocrate, ad esempio, e a tutte quelle storie sulla natura umana, che tende sempre a lottare per sopravvivere e per preservarsi.
Non è esattamente così, vero dottore?
No, è la risposta. Esiste una zona grigia in cui lasciarsi andare. In cui luce ed oscurità si incontrano per rendere indefinibile ciò che prima era definibile. Sono l'incertezza, la possibilità ed il caso, che fanno il grigio e le sue gradazioni.
E perché non parlare di cinema, o di fotografia? Perché non ricordarsi dei fumetti, che alternavano le pagine a colori a quelle in bianco e nero. Ha mai letto topolino da piccolo? Come si dice topolino in tedesco? Si ricorda la fretta nel leggere le due pagine in bianco e nero, la smania e la felicità nel tuffarsi in quelle a colori una volta girata la pagina? Oppure ero io una fanciullina stupida? Dottore, diciamoci la verità, cosa ne sanno i bambini di oggi con i tablet al posto dei fumetti, della gioia dei colori dopo il bianco e nero? E come non parlare dei film e della loro colorizzazione? Ha presente It's a Wonderful life di Capra? L'ha mai visto colorato? E la faccia itterica di James Stewart?

Quando comincia la terapia?

L'aura luminosa intorno a noi non è grigia, ma giallo chiaro. Il cielo è velato da un sottile strato di foschia che amplifica la luce del sole molesto e morboso. Fa caldo, ma si sente freddo. Come diceva spesso mia nonna non ci si scalda in estate dal freddo interiore. Un vento leggero leggero si alza e mi spettina, i capelli coprono le labbra, le domande non mi escono più. Ci stringiamo la mano, la mia è più fredda della sua.
Ci rivedremo, purtroppo, caro dottore.

Un Pensiero.
Dedico questo breve post a Glenn Gould, nel giorno del suo compleanno, oggi, 25 settembre. Ci ha lasciato il 4 ottobre, all'età di cinquant'anni. Fortuitamente, la vita ha deciso che da tre anni a questa parte, ogni anno, proprio in questo periodo, io mi debba trovare a Toronto per lavoro. La città nella quale è nato, la città nella quale è morto e sepolto, la città che ha avuto la fortuna della consapevolezza, quella di rendere nota al mondo intero, la grandezza di un uomo come lui.
Lo dedico a lui perché Glenn Gould è il principale responsabile del mio amore incondizionato non solo verso la musica, ma verso il suo studio ed il suo approfondimento; la musica ed il suo studio, mi confortano, riescono a dare un senso all'assurdità del dolore. Scardinano ogni limite umano fino a fare percepire l'essenza altrimenti rarefatta, fuori dalla gabbia del corpo; sono il big bang emozionale e mentale che permette di scavalcare il reale per entrare nel sublime.

lunedì 11 dicembre 2017

Tutta la mia verità sul viaggio




Caro vecchio blog,
ho scelto di scrivere a mano, con una penna ed una calligrafia che sto tornando a perfezionare, le mie impressioni su un quaderno vero, con le pagine di carta ed i disegni, gli schizzi di ciò che osservo. Quindi, caro vecchio blog, ti sto trascurando.

Qualche giorno fa, una persona sul treno che da Strasburgo va a Parigi, mi ha parlato di quanto sia noioso viaggiare. Io l'ho ascoltata con il solito distacco e la noia di chi, certi discorsi, li ha sentiti tante volte dentro di sé. Le ho dato ragione: viaggiare è noioso. Il mito, l'idea, quasi indiscutibile, che viaggiare sia bellissimo, è uno dei più grandi inganni che l'umanità abbia mai tirato fuori dal cilindro. Forse lo era, bellissimo, quando il viaggio rappresentava una conquista a lungo anelata. Quando il viaggio era un'odissea piena zeppa di prove fisiche e spirituali. Quando l'ignoto di mondi immaginati, o narrati attraverso il passaparola e l'epica, spingeva la curiosità dell'uomo e la dotava di forza propulsiva esponenziale. Il viaggio, sì, rappresentava il sogno, il mito, la scoperta: la sfida. Cos'è oggi? Oggi è una serie di pratiche omologate, un rito sempre uguale a se stesso; un fast food di spostamenti a catena in cui l'unica sensazione che si avverte è quella di far parte di una massa informe, globosa, che scivola da un posto all'altro. Cancellata ogni forma di romanticismo, di mistero o suspence, il viaggio è una gran rottura di palle. Guai a dirlo a chi ne fa un vanto mostrando il passaporto pieno zeppo di timbri. Guai a spiegarlo a chi si sente un povero sfigato se almeno una volta al mese non prende un aereo.

Cari amici, gli sfigati siamo noi che viaggiamo. 

Durante i miei spostamenti, penso a tutto tranne che al viaggio. Cerco di ottimizzare i tempi, con la consapevolezza che tutte le ore perse per spostarmi, rappresentano tempo sottratto alla musica, all'amore, ala cultura, al gioco; alla vita. Ore, su ore, su ore; giorni, mesi. Occhiaie che avanzano, luoghi sudici, contaminati da chissà chi, con il quale chi non condivideresti neanche una chiacchierata, figuriamoci lo schienale di un sedile, dove hanno transitato i suoi capelli sporchi, unti, pieni di forfora. Treni, cara vecchia Europa, velocissimi, ma lerci. Frequentati, anche, da soggetti loschi, che si aggirano nelle stazioni di notte col solo scopo di essere dannosi per gli altri. Aeroporti dove ti trattano come bestiame, ti scandagliano come un pezzo di fabbrica: ti scrutano, ti fanno togliere le scarpe, riti da campi di sterminio, se mi è permessa la surreale iperbole. Ritardi, ritardi ovunque. Il mito, tutto italiano, che nei paesi del centro d'Europa i treni siano sempre puntali. La fesseria, ancora una volta. E l'Inghilterra, aaah, l'Inghilterra, ancora ferma ai tempi della rivoluzione industriale, grazie alla cultura chiusa da conservazione (come la definisco io).

Insomma, viaggiare non è romantico, non è bellissimo. È semplicemente brutto e noioso. La consapevolezza, quella luce abbacinante che illumina tutte le cose e te le mostra per ciò che sono, e non per ciò che credi che siano. L'immaginazione ed il mito, illuminati, diventano ordinaria banalità. Non c'è niente sotto, niente dentro, niente tra le righe. Come le discoteche di giorno. È tutto, quindi, così come lo vedi: un carrozzone di merci e persone. Lo scopo, solo quello, il tuo. Ritornare a casa, tra parole che sono lo scopo. Entrare nel proprio luogo, costruito, pensato, per viverci. Sto amando più che mai casa, la mia città, Strasburgo, piccola e gioiosa, vivibile, cordiale. Detesto le metropoli, agglomerati di solitudini, nelle quali perdere prima di tutto se stessi. Le attraverso velocemente, per lavoro, il più delle volte. Lo scopo: il lavoro. Che è anche una passione, una realizzazione personale, una conquista, la strada trovata e a lungo anelata. Il vero viaggio, quello che ho intrapreso per capire cosa voglio, chi sono. L'unico significativo, esclusivo, igienico e puntuale. Capita a tutti. Non esistono documenti, biglietti o applicazioni. Il viaggio con se stessi, dentro la profondità di ciò che siamo, per arrivare a destinazione. Incontreremo, lungo la strada, tanti personaggi, anche individui loschi, poco rassicuranti, ai quali daremo, per sbaglio, fiducia. Impareremo che i nostri sentimenti, per quanto puri ed unici, possono essere anche calpestati, ignorati, strumentalizzati. Per questo dobbiamo averne cura. Capiremo, quindi, ed impareremo, quindi. Anime notturne, care amiche, nel buio della nostra inquietudine, abbiamo dialogato a lungo. Ci siamo spostate da un luogo all'altro, ritrovate e poi perdute, per poi ritrovarci ancora una volta. Fantasmi della notte, ululati alla luna, creature mitologiche. Lo studio, approfondito, delle nostre passioni. La lettura forsennata, i libri lasciati ovunque; i capolavori custoditi ed i mediocri, dimenticati freudianamente sui sedili del treno o nelle stanze degli alberghi. Leggo per capire chi sono, ascolto musica, ne studio il componimento: l'armonia, una delle ragioni di vita. L'amore e la passione che mi spingono e, come Adorno mi ha insegnato, cerco sempre il simile nel dissimile.

Cara casa, quindi, sono io. Ed alla fine di quest'anno, tribolato, mi sono finalmente fermata. Il viaggio, quello vero, non è ancora terminato, lo so, sono pronta a rifare i bagagli e a salire, ancora una volta, in carrozza.

Ma per il momento, un lungo, lunghissimo momento, rimango a casa, Amore Mio.

"Il sentimento di aver messo la sua vita tra parentesi, d’averla appesa a un filo a sgocciolare, non gli era poi così sgradito. Non voleva far altro che acquattarsi sul fondo, questo viaggio era solo un pretesto per fuggire, un modo per rendersi conto che non aveva legami da nessuna parte. Gli uomini di questo posto erano stati risucchiati in un buco nero. Ne approfittavano per fare pulizia, uccidere gli antichi demoni, cacciare i fantasmi dal loro piedistallo e chiudere le ferite aperte. Ma lui? Non aveva nulla di particolare da dimenticare, non aveva niente di suo, a parte un nome e un cognome"

Sono il Guardiano Del Faro - Éic Faye

venerdì 25 agosto 2017

Un pensiero, prima della morte che non avvenne


(foto scattata a Parigi, Novembre 2016  qui)




Premessa:
non riuscirò mai a descrivere a parole quello che si prova in certe circostanze, è un limite mio, non sono una scrittrice. Però posso, grossolanamente e a distanza di mesi, descrivere quello che ho pensato durante una delle tante attese, in una stanza di ospedale, della durata di una decina di minuti. Il mio Dio delle piccole cose, quello al quale mi rivolgo per esaltare ed imprimere nelle cellule della mia epidermide, istanti che sono per me formativi, indelebili, essenziali alla mia sopravvivenza.
Siamo tutti composti da piccole cose.


L'infermiera mi guarda distrattamente il collo mentre alzo le bracca e mi sfila il maglione dalla testa, come faceva mutter quando ero piccolissima.
"Sgnora Leblanc, adesso arriva il dottore, si sdrai e cerchi di riposare".
Riposare dall'idea che, forse, da un momento all'altro mi potrebbe esplodere il cervello.
Fisso il soffitto verde per pochi secondi, poi prendo il telefono. Cerco su google la parola aneurisma. Ecco, com'era prevedibile, deriva dal greco antico. Ho sempre preferito le parole latine, sarà perché nonna L era una latinista che parlava in latino con i suoi colleghi insegnanti, ed io da bambina mi incantavo nel salotto di casa sua, seduta sulla poltrona verde, quella di velluto pesante con ghirigori fiorati, ad ascoltare adulti che discorrevano un po' in francese e un po' in latino. Parlavano di argomenti che non capivo, però ne intuivo lo spessore, l'importanza; come se tutto il fondamentale dell'universo avvenisse dentro le quattro mura di quello studio, pieno zeppo di libri, tappeti e odore di sigarette spente. Mi sedevo composta, senza fiatare, per paura di disturbare o di attirare l'attenzione.
Vuoi vedere che anche la parola neoplasia deriva dal greco antico? Ovvio,  c'è neus. Mentre aspetto il dottore, per distrarmi, cerco di pensare a qualche patologia grave, degenerante o mortale, il cui termine derivi dal latino. Invece finisco per approfondire le mie ricerche sull'aneurisma cerebrale e trovo scritte cose orrende. Sarà quello il mio destino, fredda, nel fiore maturo degli anni, esposta in una camera mortuaria, con parenti e amici che mi guardano la faccia di cera mentre si soffiano il naso. Penso ai miei bambini e caccio via l'idea della morte, digito aneurisma cerebrale guarire. E un po' mi incazzo; non posso morire, non me lo posso permettere. Ho deciso di non morire il giorno che ho saputo di essere incinta, la prima volta. Crescere da sempre con l'idea che la propria vita termini, prima o poi, è una mia peculiarità da allegrona; da cuor contento in corpore vacillante. Sono andata vicino, ma non sono mai morta. Mi sono sempre chiesta il perché; perché sono come dicono tutti "fortunata". Le probabilità che uno muoia facendo un incidente in autostrada o cadendo da un cavallo al galoppo, sono elevatissime. Io invece no, non sono mai morta. Sono rimasta deturpata dentro, sono cambiata, se possibile peggiorata. Sono diventata un'altra, una persona diversa, suscettibile e irascibile, impulsiva da quando ho capito che se non si dimostra tutto e subito, si perdono attimi di vita. E indecisa. Incerta, è il termine adatto. Talmente convinta della mie incertezze, da essere refrattaria nei confronti dei punti fermi. Ma essere sicuri delle incertezze, non è a sua volta una certezza?
Il risultato delle ricerche su google dà ragione a quello che hanno detto i medici. Il genio neurologo occhialuto libanese, che si muove all'interno del reparto come mia madre tra i suoi gatti, con dedizione, affetto e familiarità, me l'ha appena detto che non morirò perché lui annienterà questa patologia greca. Ho deciso che qualsiasi termine medico di origine greca esiste perché l'hanno inventato i greci antichi. Immagino Cinisca e Elpinice che disquisiscono sul perché esiste l'aneurisma nei cervelli degli ateniesi e degli spartani. Chi ce l'avrà più grosso? Sicuramente gli ateniesi! Asserisce convinta Elpinice. Provare ad annientarlo praticando un piccolo foro nel cranio e poi inserire una cannula di bambù, è la teoria di Cinisca. Per fortuna Elpinice ha un'altra geniale idea, che sottolinea, ancora una volta, la superiorità degli ateniesi. La stessa idea del genio libanese che mi vuole salvare la vita. Funzionerà? Cerco su google.
Se non dovesse funzionare, raggiungerò mia nonna. Mi manca tanto e non lo dico mai, lo penso sempre, però, continuamente. Ogni luogo che sfioro, ogni scarpa che indosso, ogni parola che leggo, ogni sorso di tè che bevo. Mia nonna è in ogni nota suonata la piano, in ogni croma e semicroma; in ogni pausa relativa. Il suo sguardo fiero, le sue piccole gomitate a cena, quando a causa della mia quasi totale assenza di diplomazia, guardavo e dicevo cose irritanti. La sua cultura, che mi ha accompagnata per 34 anni, senza mai lasciarmi un solo istante. Mi diceva che la nostra fortuna, mia e sua, è di essere donne curiose nei confronti dell'erudizione come le scimmie di Francis Bacon. Me lo diceva quando ero troppo giovane per capire che era un complimento, una forma di stima sconfinata verso di sé e verso di me, dove vedeva parte di quello che era. Ho avuto un'educatrice, la migliore potessi avere. La fortuna della mia vita. Che, volendo, potrebbe anche finire a causa di questa patologia greca che si annida spavalda ed inopportuna nel mio cervello, senza che nessuno l'abbia invitata.
Butto il telefono sulla poltroncina accanto al letto, con gesto di stizza, odio nei confronti di quest'universo delle risposte. Tutto contenuto in un apparecchietto fatto in Cina. Avete fatto caso che quando qualcuno vuole sapere qualcosa su qualcun altro lo cerca subito su google? A me non interessa scoprire prima del tempo chi siano le persone, a cosa serve saperlo? Sono talmente tante le risposte a nostra disposizione, che spesso ci facciamo domande superflue. L'obesità mentale dovuta alle troppe risposte, che corrisponde al sovrappeso del mondo cosiddetto civilizzato. Cibo, cibo ovunque, in ogni circostanza, persino nelle presentazioni dei libri, che basterebbe nutrire la mente. Cibo sui mezzi di trasporto, cibo in bagno (ho visto ciotoline con le caramelle vicino ai lavandini), cibo durante le riunioni di lavoro e durante le pause; cibo per le strade, nei vicoli più impensabili. Cibo surreale, innovativo; cibo infilato dentro le macchinette negli ospedali, nelle sale d'attesa, nelle università, nei sottopassaggi. Cibo inscatolato, surgelato, sottovuoto, liofilizzato, modificato, veganato, vitaminizzato, spremuto.
Le riposte sono diventate come il cibo. Ce ne sono troppe, ovunque, sempre a disposizione. E noi ci muoviamo grassi e flaccidi, apatici, viziati, in questo mondo pieno zeppo di responsi.
Non mi importa niente di quello che dice il web, la realtà dei fatti è che esiste un rimedio per quello che ho, ma che non si sa come andrà a finire, con certezza. D'altronde le certezze annientano l'evoluzione del pensiero. La mancanza di punti fermi ha favorito tutti i movimenti culturali e filosofici. Persino la scienza si è evoluta grazie al dubbio, che stimola la ricerca e l'approfondimento.

Il genio libanese salvatore di vite, entra nella stanza, mi accarezza la testa, e il suo sguardo dietro gli occhiali tondeggianti è rassicurante, sembra dirmi "non ti preoccupare, anche se muori sarà bellissimo".


Although the whole of this life were said to be nothing but a dream and the physical world nothing but a phantasm, I should call this dream or phantasm real enough, if, using reason well, we were never deceived by it.

Gottfried Wilhelm von Leibniz

domenica 25 giugno 2017

Be a human being with wings tra J.S. Bach e David Lynch, prima puntata.

(L'immagine sopra è presa da questa fonte e rappresenta lo schema strutturale di Inland Empire)

Tra le tante cose che J.S. Bach e la sua musica mi hanno insegnato, c'è il fatto incontrovertibile che l'incomprensibile vada affrontato con tutti i mezzi di cui disponiamo. Non per capire, non è detto che il risultato finale sia una vittoriosa quadratura del cerchio; ma per spingere, attraverso la forza propulsiva della sete di conoscenza, la nostra mente ad un approfondimento duro e faticoso, ma estasiante.
Spiegare in questa sede, come J.S. Bach abbia spinto l'essere umano assetato di sapere, verso la tortuosa e faticosa strada della conoscenza, è complicato e al tempo stesso riduttivo, ma doveroso nei confronti di tutti quei pensieri che affollano la mia mente e che chiedono estrema chiarezza, pragmatismo e fiducia nel mezzo (internet, un blog del nulla, quei pochi sventurati che mi leggeranno ecc.).
Mi limiterò, quindi, a citare solo una delle opere di Bach usate come strumento artistico atto allo sviluppo della curiosità e della ricerca (essendo io, fermamente convinta, che l'opera omnia di Bach sia essa stessa strumento). La massima opera è, senza ombra di dubbio, L'Arte Della Fuga. Cos'è? Musica, è la risposta. Non musica qualunque, ma musica colta. Non musica colta qualunque, ma musica colta complessa. Non musica colta complessa qualunque, ma musica colta complessa enigmatica. Non musica colta complessa enigmatica qualunque, ma musica colta complessa enigmatica pitagorica. E direi di finirla qui, anche se potrei proseguire. Nella costruzione del periodo appena scritto ho usato una forma geometrica frattale? Io credo di sì. 
Tornando a Bach e all'Arte Della Fuga, perché mai, J.Sebastian avrebbe dovuto renderci la vita così complicata? Perché mai, nel suo testamento compositivo, con il quale intendeva lasciare agli studenti di musica un'eredità didattica, è così enigmatico, chiuso, catalizzatore di domande, enzima per processi logici che portano ad altri processi logici che portano verso altri e poi verso altri ecc? Perché.
L'Arte della Fuga è un puzzle enigmatico, che possiede al suo interno tre strutture filosofiche e matematiche portanti. Tre colonne: il Tetraktis, il Contrappunto e la Musica Delle Sfere. Non credo sia questo il luogo, né è mio ruolo o compito, spiegare in cosa consistano le tre colonne portanti su cui si struttura tutta l'architettura dell'Arte Della Fuga. Ma è utile ricordare che l'accesso all'enigma di Bach, è possibile solo ed esclusivamente dopo aver acquisito la conoscenza delle tre colonne. Altri passi sono da fare una volta entrati nell'enigma. Occorrono logica, perseveranza, approfondimento, studio. Occorre essere human being with wings, dove le ali sono le curiosità e la sete di sapere, di conoscere. Ecco perché la musica di Bach è formativa; ecco perché la musica di Bach si eleva rispetto a tutta la musica; ecco perché l'Arte Della Fuga è considerata l'opera compositiva più complessa che l'essere umano abbia mai composto.

Ma veniamo al passo successivo, e cioè, perché David Lynch è così vicino intellettualmente a J.S. Bach? (secondo chi sta scrivendo, beninteso)
Chiunque detesti il cinema di David Lynch vede l'autore come un appassionato di farneticazioni, fuffa senza una precisa logica, disturbante senza un perché. Però, sia che lo si detesti o che lo si ami, per tutti, il cinema di Lynch è un enigma. Il fascino dell'enigma è antropologico, e nasce con l'evoluzione del pensiero umano, con la filosofia greca, con i miti. Quindi possiamo dedurre che chiunque non si interessi agli enigmi sia un essere umano non evoluto intellettualmente? Io credo di sì.
L'enigma è metafora, in questo caso. Non c'è un premio, non si rischia di venire strangolati se non lo si risolve (come davanti alla sfinge); molto probabilmente non esiste neanche una soluzione. Il punto interrogativo, l'ignoto, la consapevolezza o il dubbio che dietro al non-comprensibile si celi la logica, tutto questo rappresenta il fascino dell'enigma.
Come ho fatto con Bach, anche nel caso di David Lynch prenderò ad esempio una sola opera: Inland Empire. Il suo 'testamento', esattamente come l'Arte della Fuga per Bach (Lynch ancora è fra noi e ci rimarrà un altro centinaio di anni, ma considero Inland Empire la chiusura di un cerchio).
Un neofita che si avvicina a Lynch e che decide di partire da Inland Empire, molto probabilmente non reggerà il colpo. C'è chi parla di 'cinema che va vissuto senza farsi domande', ma è possibile? Può, un human being with wings non farsi domande? Solo gli innamorati si impongono di non farsi domande (che è un po' come guidare a fari spenti nelle notte). Quindi, diamo per assodato che quando ci avviciniamo ad un'opera d'arte, le domande sbocciano come margherite sotto al primo sole di maggio, e che non farsele rappresenta ottusità e autodisciplina dannosa per la nostra mente.
Inland Empire che a prima vista può sembrare un'opera cinematografica senza senso, un delirio continuo, è, a tutti gli effetti, una gigantesca opera geometrica e filosofica. Una delle più grandi viste al cinema, è, a tutti gli effetti, un capolavoro.
La struttura del film sfrutta il concetto di geometria assiale, tanto caro a Bach. Cioè mette in fila mondi paralleli, e lo fa attraverso l'ipotassi, cioè subordinando un mondo all'altro attraverso un filo logico consequenziale. I vari mondi sono in connessione tra loro anche attraverso una linea che mescola, usando ragionati e repentini cambi di mondo (come quando si cambia una stazione radio, cambia la musica, cambia la frequenza, cambia il momento, repentinamente) diversi piani temporali. Quindi l'operazione che viene fatta all'interno della struttura narrativa del film, è quella dello schema parallelo tra mondi (contrapposto all'incassonatura, che Lynch usa spesso nei suoi schemi) e la trasformazione dei confini tra mondi in soglie attraversabili (ipotassi). Nikki Grace, la protagonista del film, è l'essere umano che utilizza le soglie per passare da un parallelo all'altro. La struttura della linea del tempo, nella poetica lynchiana, può essere lineare ma solo all'interno di un mondo, non lo è quasi mai nel complesso della sceneggiatura. E, come abbiamo visto anche nelle prime puntate della nuova stagione di Twin Peaks (da analizzare, da studiare, ancora non l'ho fatto) arriva a non esserlo neanche all'interno di un mondo. 
Inland Empire è chiaramente l'esperimento finale nel quale si dimostra che gli schemi narrativi possono essere destrutturati, ma nella loro destrutturazione, obbedire a schemi nuovi, complessi. In questo senso Inland Empire è sperimentale. Probabilmente un esperimento destinato a non avere un seguito (come l'Arte della Fuga), ma decisamente legato ad una espansione del pensiero. La teoria della relatività del tempo ci ha insegnato, soprattutto, che i fenomeni variano cambiando la prospettiva. Lynch ha creato un cinema in cui la nostra prospettiva 'tradizionale' non è più adatta. Lynch ci costringe a metterci in discussione, ci fa cambiare posizione, ci spinge, attraverso l'escamotage dell'enigma, dell'incomprensibile, ad uscire dai nostri schemi. In sintesi, ci fa crescere, ci fa diventare human being with wings. 

Ecco perché il cinema di Lynch (per chi volesse approfondire gli schemi matematici, geometrici e filosofici, consiglio la lettura di Interpretazione tra mondi di Pierluigi B. Fossali), così come la musica di Bach, non possono essere semplicemente vissuti passivamente, ascoltati o visti senza studiare. Pur rimanendo incontestabile la bellezza assoluta delle immagini e della musica; fermo restando il concetto che l'arte e la bellezza debbano essere accessibili anche a chi non possiede strumenti di analisi; sarebbe auspicabile un mondo in cui ogni essere umano decidesse di mettere le ali. Non importa quando, non importa come, ma l'arte è cibo: nutriamocene ed evolviamo, fino a prendere il volo.


mercoledì 22 marzo 2017

Piccolo pensiero impressionista




Nel tavolo accanto al mio, al caffè, in una mattinata soleggiata di metà marzo, siede una signora. L'età è quella di mia nonna quando mi lasciò, così, senza dire niente, senza avvertimento, nel pieno delle sue aggraziate e ingombranti facoltà mentali. Ha un cappellino di feltro, una sciarpa rosa pallido tenuta ferma da una spilla di turchesi, ed i capelli bianchi vaporosi che sbucano da sotto il cappellino lasciando immaginare una capigliatura simile a quella di una Medusa di Ovidio, prima delle mutazioni di Atena. Io continuo a scrivere la mia relazione per il lavoro, ma la concentrazione svanisce ogni volta che alzo lo sguardo dal monitor per ammirarla come fosse una donna di Monet sotto al suo parasole.
La luce è quella tenue e tersa di tutti gli inizi di primavera, quando le giornate grigioperla a sprazzi, lasciano spazio a momenti di azzurra luce ultravioletta che irrompe in ogni petalo appena sbocciato e in ogni piccola nuova fogliolina verde.
Potrei decantare le virtù della mia terra in primavera, ma il mio canto flautato sarebbe lo stesso di chi la vive in un altro angolino di pianeta, risultando noiosa, trita e retorica.
La signora si accorge di me, e mi sorride dietro alla tazza arricciando gli occhi e rendendoli piccoli e brillanti come punte di diamante. Ci salutiamo con un bonjour e continuiamo le nostre attività. La mia richiede un wifi, la sua un paio di occhiali che leva e mette con estrema lentezza ed infinita grazia, persa, oggi, in chissà quale dimensione dello spazio. Invidio la pacatezza di chi conosce la vita e ne assapora ogni minuscolo istante con la consapevolezza che gli attimi non vanno per forza riempiti di qualcosa o con qualcuno. Il tè o il caffè che beve, ha la stessa composizione chimica del mio, ma il suo è sicuramente più buono, ed ha raggiunto la temperatura ideale perché ha saputo aspettare prima di berlo, invece di infliggersi ustioni pur di prendere, eseguire, finire, per poi alzarsi, chiudere e ripartire per un altro luogo dove di nuovo prendere, eseguire, finire e alzarsi.
Impressionismo, la corrente che formalizza i colori vividi, che rende l'aria fresca e satura di profumi, en plain air, dove gli alberi sono blu e i laghi tinti di giallo

E dove le donne con l'ombrellino non hanno nessuna fretta.



<<Il serait curieux d'étudier les changements qui se produisent parfois dans certains organismes, à la suite de circonstances déterminées. Ces changements, qui partent de la chair, ne tardent pas à se communiquer au cerveau, à tout l'individu.>>

Emilie Zola

giovedì 23 febbraio 2017

La la land, non è una recensione ma un diario di una appassionata qualsiasi che si giustifica del fatto che non riesce più a scrivere per il titolo ho chiesto consulenza alla Wertmüller



Nella vita di ognuno di noi capitano periodi nei quali quello che ci piace fare deve essere messo da parte.

Amemipiace scrivere.

È inconfutabilmente vero che non mi piace solo scrivere, ma che esistono tantissime altre fantastiche e mirabolanti attività che mi piace svolgere, tipo fare la pasta degli choux per poi lamentarmi della cottura e uscire sotto casa a mangiare un éclair cotto come nostro Signore della pasticceria comanda.
Molti che sono diventati da poco (e per poco intendo quel periodo che si aggira intorno ai tre/quattro anni) genitori, penseranno di essere nel periodo peggiore, quello che assorbe più tempo possibile. E invece no, sappiate che il peggio deve ancora arrivare. Perché se credete che pannolini sporchi, pappe e nottate in bianco annientino al massimo la vostra vita sociale e ricreativa, è perché ancora non vi siete immersi nelle attività scolastiche, parascolastiche, sportive, parasportive e nella scelta della scarpe che devono essere quelle e non altre, quelle che non si trovano mai, proprio loro.
Quindi, tra lavoro, bambini gravati da innumerevoli impegni che richiedono la vostra presenza o quella di Uber (le famose ubermamme), attività solo vostre, tipo cenare con alimenti che non provengano da un sottovuoto o da un cartone cinese, lavarsi, tagliasi le unghie, vestirsi con indumenti non dico stirati, ma almeno non abbandonati per terra la sera prima a causa di un collasso cardiomentale; il tempo per prendere la tastiera e scrivere è veramente quasi inesistente.
Amemipiace il cinema.
Quindi come la mettiamo? La mettiamo che possono morire tutte le feste doposcuola per san valentino, san crispino, festa del coriandolo, festa dei gatti che miagolano sotto i tetti la notte, festa del cerchietto e del fiocchetto, festa del balletto classico con cena multietnica ma vegana e frutta infilzata nei bastoncini, festa della mamma più fregna del mondo e del papà meno assente con ricchi premi e cojons; ma al cinema ci si deve andare.
Amemipiace il metacinema.
Ma attenzione, perché con La la land il metacinema è un mezzo, non il fine. In questi giorni di mattanza socialmediatica, nei quali questo film di proporzioni colossali è stato giustiziato con commentini veramente risicati ed al limite della decenza, sembrerebbe che con "è un atto d'amore nei confronti del musical/cinema classico/jazz" si risolva tutto, se ne esca puliti. Anche un po' impettiti e dignitosi, come le camice stirate di Neil Simoniana memoria.
Mi spiace prendere sempre le parti di colei che delude le masse, ma La la land non è un atto d'amore nei confronti di bla bla bla. Non è neanche un film pulito, non è impettito né dignitoso. La la land è (come tutti i film incompresi dalla masse mediatiche critiche, ma che rimarrà nella storia del cinema per sempre) un prorompente capolavoro che rompe gli argini dei tempi in cui è generato e spazia in ogni forma artistica conosciuta sulla faccia della terra.
Il Gigante di Damien Chazelle dimostra che il fine ultimo dell'arte è l'amore/odio per la vita stessa, perché la città delle stelle non è Hollywood, ma quel punto irraggiungibile nell'iperspazio dove esiste il sogno che mai si avvererà. La vita che viviamo è in funzione di esso e la sacrifichiamo, rinunciando, a volte, a quasi tutto, compreso all'uomo di cui siamo innamorate. Non hanno capito coloro che identificano e tracciano le linee di una storia d'amore ritenuta banale, che il sogno di Chazelle è sempre e comunque irraggiungibile. Che la vita non è stretta nell'avversarsi di un sogno felice, ma è la responsabile principale dei nostri tentativi falliti di ottenere il massimo da esso: City of stars There's so much that I can't see.
Quando chiesero a Andy Warhol perché non si fosse inventato qualcosa di nuovo nella sua arte invece di copiare oggetti già esistenti (sembrano le domande che puntualmente vengono poste a Chazelle o a Tarantino) lui rispose: because making something new it's easier to do. Creare qualcosa di nuovo non-creando qualcosa di nuovo.
Prendiamo un regista trentenne qualsiasi, e chiediamogli di girare un film, quello che gli pare con la sceneggiatura che gli pare. Quale potrebbe essere la strada più difficile da percorrere nel 2017 se non un musical con una storia d'amore? Il linguaggio cinematografico, la forma scelta, era un rischio. Lo so che probabilmente valutare un film in base alla scelta della forma, è un qualcosa che non appartiene al fruitore generalista, ma probabilmente neanche a quello secondo il quale ciò che conta è il risultato e non come ci si arriva. Il punto focale è come si guardano i film, cosa ci si aspetta da un lavoro artistico, e le successive analisi. Non basta l'estasi del momento, al cinema. Nella settima arte occorrono mente e cuore, profondità di campo e piano sequenza. Le palpitazioni si uniscono all'esame del lavoro svolto, a tutti i particolari in esso contenuti. Quanto conta la sceneggiatura in un musical? Quanto la musica? Perché notiamo la storia d'amore, ma non il fatto che si passi dal jazz al valzer con una disinvoltura tale da rendere il contesto armonico assolutamente impeccabile e fluido rispetto a quello visivo o narrativo? La risposta sta tutta nel nostro modo di guardare un film. La musica è il cinema, in questo caso. Ma potrei citare tantissimi film nei quali diventa fattore imprescindibile, basti pensare a film come Il Padrino o C'era una volta il west, e non sono neanche musical. Nel nostro caso specifico lo è di più, è il fine ultimo. Quello che molti scambiano con 'amore per la musica'.
Il concetto di musica esteso a forma artistica che va oltre qualsiasi altra, fagocitando o inglobando tutto intorno a sé. Le arte visive si incastrano perfettamente in un pentagramma. Il pentagramma è lo scheletro, tutto il resto è corpo intorno all'anima della musica.
Nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson (citato più volte nel film di Chazelle) la musica c'è pur non essendoci. C'è attraverso le immagini delle scale, attraverso gli elementi di leggerezza dei voli degli uccelli o delle persone sospese in salti quasi surreali. La leggerezza, è, a pensarci bene, a tutti gli effetti musica. L'espressione della danza, le movenze che devono ricordare l'aspetto etereo e impalpabile delle note, deve essere soprattutto leggera. Lo stesso concetto formale utilizzato da Chazelle, secondo il quale leggerezza espressiva è tutto ciò che si allontana dalla banalità.
Whiplash ci aveva fatto conoscere un autore. Ma la poetica portata nel film nel quale il sangue del sacrificio, personale e sociale, è necessario per raggiungere i risultati superando i propri limiti, in La la land prende il volo, si espande come un Big Bang di arte pop, ci porta non nella città delle stelle, ma fino alle stelle, attraverso quella sequenza meravigliosa del valzer fuori dall'osservatorio. L'autore cresce, dimostra di non avere preconcetti, né limiti, né remore.
Come Arte comanda, e come Arte vuole.

Amemipiace la musica

There's a starman waiting in the sky.
David Bowie

Le scale, la musica.



Le stelle, la leggerezza, la musica


Pop art

Il metacinema















domenica 16 ottobre 2016

Be Here Now



Il taxi procede lento lungo la carreggiata di sinistra. "Non possiamo accelerare un po'? Perderò l'aereo". Il silenzio, lo sguardo nero dallo specchietto, poi di nuovo il silenzio, gli occhi si spostano, io vedo solo le sopracciglia, nere; l'ebano, l'India, il cumino. "Farò del mio meglio. Dove è diretta?" Lo sguardo dallo specchietto si sposta di nuovo su di me, faccio finta di non aver sentito, guardo fuori, piove, la metropoli illuminata lascia scie argentate sui finestrini, bagliori colorati, pennellate, a tratti violente, decise, a momenti confuse, incerte. Rispondo dopo più di un minuto, forse due, guardo di nuovo verso lo specchietto, ritrovo quegli occhi e dico "Per ora ad Orly, come le ho chiesto". Il dopo non può interessargli, sarà un addio, il nostro. Migliaia di taxi, non mi ritroverà più. Milioni di persone, ombrelli, corse ai semafori per non perdere la priorità, per non stare ad aspettare dall'altro lato della strada che arrivi il verde. C'è una città in Germania, Düsserdolf, nella quale qualcuno si è divertito ad attaccare un po' ovunque, fantasmini, esserini simili a quelli di Pacman. Sono proprio loro, con gli occhioni e senza bocca. Si trovano soprattutto vicino ai semafori, lungo i percorsi pedonali urbani di una città in cui tutti alzano il bavero presto, perché fa buio il primo pomeriggio, d'inverno, e bisogna correre sempre verso casa, per staccare, in attesa di un altro giorno in cui attraversare strade e ritrovare i fantasmini. Ci sono stata da bambina, ci sono tornata da studente, ci ho vissuto due mesi per un cambio di scuola, a Düsserdolf. Tu, occhi neri che mi osservi ogni tanto dallo specchietto, non lo sai, questo. Cosa te ne dovrebbe importare? Però, non so perché, te lo dico.
"Lo sa che in Germania, e precisamente a Düsserdolf, ci sono dei piccoli fantasmi sui muri, sui semafori o sui pali della luce?". Mentre lo dico indico fuori dal finestrino, cosa non so, vedo poco, ci sono le gocce di pioggia iridescenti che mi impediscono di mettere a fuoco, che modificano la realtà, che allungano curiosamente le traiettorie, gli alberi, i pali.
"Come, scusi?", mi risponde. Il telefono vibra nella borsa, ma a me preme più che occhi neri capisca che in quel momento io sto pensando a quei tre mesi in cui ho fatto un cambio di scuola, per imparare il tedesco. Che non ho mai veramente imparato. E lo sai perché no? Perché lo amavo troppo, io, il tedesco. Quindi mi intimidiva tutta quella bellezza linguistica, tutta quella coerenza, precisione e logica. Riuscivo a studiarlo, ma non a parlarlo, come le cose preziose che osservi, ma che non usi.
"Io preferisco l'inglese" risponde subito occhi neri "è malleabile, è nella musica, lo capiscono tutti...il tedesco, per carità, a cosa serve?".
Il taxi si ferma, guardo l'orologio, è tardissimo. Scendo senza aprire l'ombrello, mi sembra che manchi il tempo anche per un solo movimento in più. Occhi neri mi aiuta a prendere il trolley, poi mi porge la mano. Lo guardo incuriosita "baciarti non mi sembra il caso, quindi mi piacerebbe stringerti la mano" mi dice. Mi aggiusto la gonna, mi stringo la cintura dell'impermeabile, afferro il trolley, e me ne vado indispettita. Solo perché mi sono confessata un po' con la storia dei fantasmini tedeschi, cosa credeva? Che potevamo...ma pensa te. Che sfacciato, ma poi può essere mio figlio...no, forse figlio no, ma fratello minore, cugino, cuginetto, che ragazzino stupido. Però in fondo voleva solo stringermi la mano. Torno indietro, lungo il marciapiede, accelero il passo, faccio cenno al taxi che sta per andare via. Si ferma, gli busso sul vetro del finestrino e alzando la voce, dico "va bene, diamoci la mano!". Occhi neri mi guarda senza abbassare il finestrino, intanto mi bagno, i capelli, sicuramente mi cola il mascara, sarò un disastro, sono anche in ritardo, diamoci la mano, abbassa questo finestrino, non ho bisogno di altri sensi di colpa, ne sono già fornita, capiscimi occhi neri, non farmi sentire una stronza, non sono peggio di te, non sono neanche meglio e pazienza se ti piace più l'inglese, ma abbassalo e dammi questa mano.
"Allora che facciamo, me la dai la mano?" Lo vedo parlare, mi dice qualcosa che non capisco "non ti sento! va bene, ciao!". Scende dalla macchina e mi dice "Stavo dicendo che non ti dovevi disturbare, ti piacciono gli Oasis?" Si abbassa verso il sedile e tira fuori un cd "No no, grazie, non voglio regali, diamoci la mano che sto per perdere l'aereo, seriamente, sei gentile, ma non mi regalare niente, salutiamoci." Mi chiede quando torno a Parigi, niente strette di mano, vado via, avevo solo bisogno di non sentirmi in colpa.
In volo mi guardo nello specchietto che tengo in borsa: un disastro, appunto, come sospettavo. Mi rilasso, la stanchezza e la tachicardia scivolano lungo il sedile. Nel rimettere lo specchietto in borsa vedo il cd. Be Here Now. Pazienza, non è neanche il migliore, ma poteva andare peggio. Poteva essere Standing On The Shoulder of Giant.

martedì 30 agosto 2016

Caro Ennio



Diario Notturno di Ennio Flaiano è il libro che mi porto spesso dietro. Non l'ho letto una sola volta sottolineando, come faccio spesso, le frasi o i passaggi che più mi colpiscono. Diario Notturno l'ho consumato, giorno dopo giorno. Mi ha accompagnato in momenti in cui mi sono sentita persa, in cui ho cercato risposte, disperatamente. Momenti in cui nessuno e niente mi era di conforto. Perché, Diario Notturno, a differenza di qualsiasi saggio filosofico o opera omnia, o trattato sociologico e psicologico, arriva sempre al punto senza inutili circumnavigazioni linguistiche; senza perdersi nel mare delle digressioni o delle descrizioni, facendomi perdere il focus. Diario Notturno è anche la scrittura delle sensazioni, dei pensieri, normali, quotidiani, che è la cosa che più mi piace leggere. Quanto romanticismo e quanta intensità ed amore per la vita si celano dietro alla poesia dell'osservazione del quotidiano! Diario Notturno è una sorta di piccolo astro puro e luminosissimo, che osservi per assicurarti di essere sempre sotto lo stesso cielo nonostante la terra che calpesti ti sia estranea. Un appiglio, un conforto, una casa, un condensato. Non perché ci trovi scritte le risposte, ma perché calpesti strade da percorrere col pensiero la cui destinazione è sempre ignota, ma sai che comunque, in un modo o nell'altro ti stupirà. Perché niente ci sorprende più di quanto possano fare i nostri stessi pensieri.
Stanotte, mi sono soffermata sulle sue considerazioni circa il film My Fair Lady. Tutti conosciamo la storia del pigmalione che per introdurre in società la fioraia ignorante, le insegna ad esprimersi "come una signora". Ennio Flaiano si chiede a cosa servirebbe, oggi (era il 1956, ma l'attualità dei suoi pensieri è incredibile) imparare ad esprimersi correttamente. A cosa serve imparare a parlare bene se "le attrici" stesse, per sentirsi più vicine al loro pubblico, scadono con il linguaggio. È ancora necessario, si chiede Flaiano, parlare correttamente per ottenere il successo nella buona società? Non viviamo, forse, in un'epoca in cui è necessario esprimersi male per dimostrare la propria spregiudicatezza? E, incredibilmente, aggiunge: gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Cavolo! (tanto per rimanere in tema di linguaggio scurrile) Ma lo scriveva Flaiano nel 1956! Ecco spiegato, perché un tale perde consensi non appena comincia ad esprimersi decorosamente. My Fair Lady è, quindi, il simbolo di un'Europa che si sta avviando verso un processo di volgarizzazione irreversibile? Rappresenta ciò che non importa più essere, "una signora che sa parlare e che si sa comportare" perché quello che vale, che "spacca" è l'esatto contrario. Nel 1956? Non lo so, non c'ero. Oggi, sì. Qualcuno potrebbe storcere il naso, sostenendo che i costumi cambiano, come sempre; che fare i nostalgici non porti a niente, che desiderare un mondo diverso, arcaico, sarebbe come tornare indietro. Che la libertà di espressione, di stampa, di comportamento, come conseguenza diretta ha anche quella dell'uso sregolato del linguaggio. E che quindi, quello che può apparire a Flaiano "volgare", non è altro che una bandiera del processo evolutivo europeo, del processo democratico. Flaiano scrive: la lingua corretta è oggi il malinconico distintivo della borghesia intellettuale, rovinata dalle buone letture e dalla buona educazione.
Sorrido, caro Ennio, perché tu non ci sei più, ma se ci fossi e se leggessi quello che viene scritto in rete, capiresti che i tuoi pensieri circa l'imbarbarimento del linguaggio, sono più moderni dei vari neologismi (che poi, neologismi non sono perché neanche si sa cosa vuol dire la parola "neologismo") o dei vari formati precostituiti. Non si scrive più, caro Ennio. Non si parla più. Si compilano moduli. La forma è già scritta, basta inserire parole diverse negli spazi vuoti. Difficilmente, però, trovi qualcuno che crei di sana pianta uno schema, inserendoci, poi, le parole. Tutto è copiato, incollato, citato. Aaah le citazioni, sapessi quanto le odio! La rielaborazione sulla citazione, quella sì che sarebbe interessante, ma, vedi, caro Ennio, è troppo difficile essere liberi. Perché non basta poter circolare, viaggiare, comunicare, copiare, incollare. Bisogna essere liberi di lasciare che i pensieri formulino delle ipotesi, e che queste ipotesi poi formulino altri pensieri, come una catena, anzi, come un'eterna ghirlanda luminosa.
Il Professor Higgins, dice alla fioraia appoggiata alla colonna "sei un insulto all'eleganza architettonica di queste colonne" e, poi, per amore soprattutto di se stesso, scommette che la trasformerà in una signora semplicemente insegnandole a parlare. Mancano i professori, perché di fioraie ne abbiamo quante vogliamo, con la differenza che sono già tutte perfettamente inserite in società.

Due vecchi gentiluomini, resi compagni dall'età delle idee, vanno a spasso e li vedo avanzare dal fondo di via Po, sotto il sole, conversando pacatamente. La via è deserta: i due poveri vecchi, con la loro precaria presenza la rendono più ammonitrice. Che cosa si diranno, con quali argomenti consoleranno l'attesa di una partenza ormai inderogabile? Quando mi sono vicino sento che uno di essi, commentando una descrizione dell'altro, conclude: << Insomma, se ho ben capito, sarebbe una specie di pancera >>
Ennio Flaiano, Diario Notturno

lunedì 13 giugno 2016

Impromptu



La casa sul mare sarebbe stato il luogo adatto, pensò. Un posto splendido, con una vista abbacinante sull'arcipelago. Era giugno, il mese dedicato alla bellezza bucolica, e anche lei era bellissima; la pelle appena baciata dal sole limpido delle passeggiate, tipico di questo periodo, le conferiva un aspetto fresco, dorato, pieno di vita, di passioni ancora da consumare, di attese tra battiti di ciglia e profumo di cipria. Riempì la piccola ventiquattrore di tutto il possibile, stipandola e strizzandola come i panini imbottiti al prosciutto di Praga che le preparava sua mamma anni prima, prima delle consuete gite in campagna. Si guardò allo specchio dell'ingresso, sorrise nel vedere quanto fosse in forma e pronta per partire, per raggiungere, la pace, l'amore. I capelli a caschetto cadevano dritti e lucidi lungo le tempie, le incorniciavano il volto in modo grazioso, naturale. Erano particolarmente splendenti in quel periodo, neri come la piccola cassettiera di ebano sotto lo specchio. Si sfiorò il collo, nudo, fresco, libero dalle sciarpe invernali o dai foulard primaverili. Pensò quanto fosse stato importante quel collo, per lui. Quante parole nate e morte lungo le curve che precedono la linea della mandibola, che raggiungono sinuose le labbra, gli zigomi, la fronte appena perlata dal bisogno di sentirsi solo desiderata.
Il viaggio per raggiungere la casa sul mare fu letto in un libro tenuto sul grembo, appoggiato sopra al leggero vestito bianco. Lungo la stanza la corriera procedeva veloce, creando magici giochi di luce lungo le pareti, un teatro d'ombra indonesiano, tra Bali e la riga dell'oceano; per lei tutto era magnifico, appagante come un volo pindarico, emozionante come una persona cara appena incontrata. Il finestrino si apriva come lo schermo di un cinematografo e mostrava campagne e strade assolate interrotte solo da qualche macchina cabriolè o da qualche motocicletta. Le immagini schizzavano sulla tela dello schermo con la cadenza del rullo di un proiettore, I campi stavano germogliando sotto nuvole e sole, vento caldo carico di promesse e speranze inondava le pianure, accarezzava le colline verdeggianti, dolce ostacolo a paesaggi lontani da raggiungere, a ideali da afferrare e non lasciare mai più. Il viaggio sarebbe durato solo qualche ora, il tempo di riposarsi per apparire ancora più bella, sempre più pronta per quell'incontro. Appoggiò la testa ai lati della spalliera del sedile, chiuse gli occhi e pensò alla musica di Schubert, all'armonico fluire delle note dell'Impromptu, alla velocità con cui le melodie accarezzano strade, ponti e città lungo un viaggio; alla grazia con cui trafiggono cuori e circumnavigano amori impossibili da penetrare. E godé della magnifica conclusione, dell'ultima nota suonata ed udita, la fine della bellezza armonica, dei toni ora drammatici, ora leggeri e spensierati, ora appassionati di quella bellissima sonata. Pensò a tutte le volte che l'aveva suonata, davanti ai suoi genitori o ai parenti più cari, e ancora una volta al collo, quello baciato, desiderato e voluto, durante l'esecuzione al piano, vicino al suo amore. Riuscì ad assopirsi, infine.
L'arrivo al mare fu segnato da sudori lungo la schiena e chiacchiericci di persone mai viste fino a quel momento sulla corriera; volti inquadrati solo all'arrivo, quando scendi dal mezzo di trasporto e li osservi come se fosse la prima volta. Noti con curioso stupore le facce stropicciate dal viaggio, il senso dell'arrivo a destinazione per raggiungere altri luoghi, altre destinazioni ancora, in un gioco infinito di case da raggiungere, posti dove stare per poi ripartire, ancora, senza farne mai uno tutto tuo, senza concedere veramente mai a nessun luogo di averti possedendoti, e senza che nessun luogo abbia te. O sappia tutto di te. Ti concedi a pezzetti, scegliendo accuratamente cosa dare e a cosa o a chi darlo. Ti ritieni tu stessa un privilegio, in fondo, non per tutti.
La casa sul mare si ergeva dritta e fiera sulla scogliera. Schiaffeggiata dal salmastro e dalle violente mareggiate durante tutto l'inverno, mostrava tutte le sue rughe durante l'estate. Come le signore di una certa età, un tempo bellissime e giovani, e oggi terribilmente e unicamente affascinanti. Il fascino di ciò che è stato vissuto dal tempo, maltrattato dagli eventi, dalle burrasche, o accarezzato piano dal vento caldo di scirocco. Il fascino eroso dalla potenza del maestrale, il vento che piega i pini lungo le scogliere.
Osservò le persiane, l'imperfezione geometriche delle stecche ricoperte di polvere, sabbia e sale. Pensò a tutte le ore che sarebbero servite per rimettere a posto quella casa e sorrise beffarda. Le ore, il tempo, non l'avrebbero mai avuta.
Aprì la porta, l'odore di chiuso, di muffa e legno umido, la travolse senza pudore. Spalancò tutte le finestre, controllò tutte le stanze.
La finestra grande del soggiorno cadeva sugli scogli del mare. Un precipitare di decine di metri.
Era pronta, per l'incontro, lei, capelli di ebano e pelle dorata. Piegò e offrì il collo per l'ultima volta al suo amore, e così, all'improvviso, volò. Verso la sua ultima destinazione.

(Impromptu)


domenica 8 maggio 2016

Dilige et quod vis fac.



"Cosa ti piace fare?" mi chiese con gli occhi abbassati su quello che a me sembrò un blocco di carta rosa. Recitare, cantare, andare a cavallo, risposi. Il blocco si aprì come una farfalla pronta a volare: era una copertina di lana. La dottoressa la alzò dalla scrivania, la girò tra le mani, la manipolò con gesti quasi ipnotici come per farne intuire la morbidezza. "Questa te la ricordi?". No, non me la ricordo, è mia?
Non mi ricordavo di quella copertina, non mi ricordo più niente di quella fase della mia infanzia in cui a cadenza quindicinale andavamo a trovare la dottoressa. La copertina di lana rosa è l'unico elemento che ricordo di quel periodo.

"Dimmi, cos'è che ti rilassa completamente?". Scrivere, leggere, ascoltare musica. Studiare. Baciare i miei bambini, annusare il profumo dei loro capelli, ridere con loro. Mia nonna, parlarle di me, uscire con lei, accompagnarla a trovare le sue amiche, a teatro, ai concerti, al cinema. Poi ci sarebbe il ricordo di una copertina rosa...
"La copertina di Linus" sorrise bonariamente.
No, non è la copertina di Linus, è il ricordo, l'unico che ho, di una detestabile fase della mia infanzia in cui i miei genitori si erano convinti avessi bisogno di una psicologa solo perché ero leggermente perfezionista con me stessa.
"Cosa intendi per leggermente?" Sorrido. Non leggermente, maniacalmente, dai, è vero. Però non mi guardare con gli occhi scrutatori, già ci sono quelli delle persone che tentano di affondarmi, che cercano punti deboli sui quali infilare piccole forchettine da antipasto e zac zac zac punzecchiarmi fino a farmi scappare.
"Perché ti rilassa un elemento come quello della copertina di lana se è legato al ricordo di un periodo delle tua infanzia non piacevole?" Questo me lo dovresti dire tu, cioè, ti pago per avere delle risposte, che diamine! Non lo so perché. Forse perché sono una maledetta autolesionista? Perché sono una squinternata che si rende conto solo adesso che mandarmi a dieci anni da una psicologa fu un gesto d'amore? E comunque non sono venuta qui per darmi le risposte da sola.
"Dove si trova, adesso, questa copertina?" Non lo so. Non l'ho più vista. Forse a casa dei miei a Ginevra, a casa di mia nonna a Strasburgo, o in qualche scatolone negli scantinati di qualche casa, chissà dove. Non mi interessa vederla, toccarla. Sta là, da qualche parte nel mio cervello, sonnecchia, ogni tanto si sveglia per dirmi Oh, guarda che ci sono io le rispondo, mimportauncazzo, e lei si ritira in buon ordine.

A Strasburgo il silenzio della domenica mattina pervaso dal sentore di pane e brioche, di caffè e fiori maggiolini, è rotto solo dal dolore che mi vela gli occhi. È un dolore rumoroso, molesto. "Sai, Nicole, la vita prosegue". Lo so. "Sai, Nicole, ha avuto una vita piena, felice, lunga" Lo so. Però chiudi la bocca, taci, ascolta il silenzio della domenica mattina, tu che ci riesci. Io non ce la faccio, ho la testa piena di frastuoni, martelli, incudini; io in mezzo, sdraiata, schiacciata come una sottiletta, oppressa. Non sono capace di accogliere tesi ragionevoli, non sono disposta a dare un senso, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a mettermi in pace con me stessa. La verità è che ho perso un'interlocutrice intelligente. La verità è che penso a me, e non a lei che non c'è più. Penso a me che sono rimasta senza un tesoro, povera e con le pezze al culo. Bene, mi sto autocommiserando.

Apro l'anta del pesante armadio in camera di mia nonna. Il profumo di lavanda, i suoi bellissimi vestiti appesi in maniera ordinata, perfettamente stirati, coperti di semplice classe, quella innata delle donne eleganti, che non si sono mai tinte i capelli e che anche quando l'argento li colora indicando chiaramente un'età che è fuori dal cerchio della giovinezza, loro preferiscono lasciarli così. Morbidi ed argentei, pettinati con una spazzola infinite volte per renderli più lucidi. Tenuti bene, con cura. Io non sarò mai capace di farlo. Mi tingerò i capelli non appena ne vedrò mezzo bianco. Sarò e sono una donna ordinaria, codarda, che sarà incapace di mostrare la vecchiaia con classe. E penso che sia un dono da meritare, invecchiare. Lo penso perché me l'hai insegnato tu, nonna. Quando mi dicesti che una vera donna fiorisce a quarant'anni, era il giorno del mio trentesimo compleanno.
Scorro con un dito i vestiti, cerco quello più adatto a te. Tu avresti ironizzato, ne sono sicura. Come quella volta che andammo a trovare la tua migliore amica appena morta e nel vederla infilata in un rigoroso completo blu notte, tu dicesti "Povera, non solo è morta, ma dovrà riposare nell'eternità vestita come il suo becchino".
Trovo il vestito. Deve essere lui, leggero, in seta, con un tenue motivo floreale, chiuso da un colletto alla coreana, con piccoli bottonicini trapuntati dello stesso tessuto. Mi ricordo come ti stava bene, e come cadeva morbido e vaporoso sulle tue ginocchia esaltando le gambe affusolate.
"Quando muoio fai tutto tu, Nicole, mi fido dei tuoi gusti perché ti ho insegnato tutto io. Avete sentito tutti?" Era Natale, eravamo a tavola. C'erano tutti. Sono partiti i cori del noooo, ma cosa dici, tu morire? dai, nonna, dai zia, dai mamma, ma cosa dici.
"Dico quello che direbbe qualsiasi mente lucida a 86 anni, ed aggiungo che in questo brodo c'è troppo sale".

Appoggio il vestito sul letto. Ritorno a guardare nell'armadio, nel ripiano superiore le borse, tutte chiuse nella loro scatola, ma l'ultima è diversa, stona con il resto e c'è attaccata un'etichetta con su scritto Nicole. Ne ho quasi paura. Che ci fa una scatola col mio nome, qui? Questo è l'armadio di uso quotidiano, non è quello in cui lei tiene i ricordi o i vestiti che non mette più. Mi siedo sul letto con il fiato corto, capisco subito. Mi tremano i polsi, ho i brividi, mi chiudo il viso tra le mani, non ho molto tempo, non posso permettermi di rigirarmi nel mio stesso sudore freddo.
Trovo il coraggio di prendere la scatola. È di latta, una bellissima scatola di biscotti della pasticceria sotto casa. Quando la apro l'aroma di vaniglia e di fornaio si sente ancora. C'è una busta, e sotto, lei. La copertina rosa. Non la vedevo da quel giorno di 25 anni fa dalla psicologa. La prendo tra le mani, è morbida così come l'ho sempre immaginata. Fa male vederla, fa malissimo sentirla, è come incontrare una persona che pensavamo non contasse più niente, e invece, eccola. Ancora conta, ancora brucia, ancora porta con sé domande, crucci, ricordi, idee e pensieri. Apro la busta con delicatezza: quattro pagine di una lettera scritta a mano, datata 25 Dicembre 2015, il giorno del brodo troppo salato. La divoro con gli occhi carichi di lacrime, la leggo appannata, è la cosa più bella mi sia successa in tutti questi anni. Un tumulto di emozioni, di alti e di bassi, un canone musicale: una rinascita, non solo mia, nonna. Nostra. Siamo rinate, ancora.

La copertina rosa, non è mai stata mia. Era un escamotage della psicologa per farmi parlare, dire cose. Mia nonna sapeva quanto mi avesse colpito, prese un treno e andò dalla dottoressa per farsela dare.
Esistono persone che ci vogliono bene, oltre il limite dell'immaginazione.



Ama e fa ciò che vuoi.
Sant'Agostino



domenica 21 febbraio 2016

Il Ballo di Irène Nemirovsky


Lo lessi in francese, in quarta elementare, ascoltata con attenzione da S.
Ero isolata dal resto della classe per due fondamentali ragioni:
- Venivo dalla Svizzera
- Ero stronza

Parlavo male, mi inceppavo come una balbuziente su parole che ritenevo difficilissime; "calpestare" o "raccogliere". Ero vista dalle mie compagne così come il popolo dei Minimei vede un essere umano strano. O forse ero io la Minimea e loro gli umani, questo ancora lo devo capire.
A metà anno scolastico la Preside chiamò mio padre, era martedì mattina, l'ora della ricreazione. Avevo strattonato uno dei tanti Minimei: C.
L'avevo preso per il colletto del grembiule e l'avevo scaraventato per terra. Poi con i miei stivali di gomma bianchi, l'avevo preso a calci  e calpestato.
Non senza motivo: volevo sedermi al posto suo, vicino a S.
S. era un bambino strano e intelligente, doveva diventare il mio compagna di banco. Era taciturno e non portava mai la merenda.
Io sapevo che avrebbe capito la Nemirovsky.
Dopo il colloquio con la Preside successero alcune cose che ancora non ho ben chiare. Ricordo che i miei mi tennero a casa un giorno, che mio padre non andò a lavorare e che passò tutta la mattina seduto sul mio letto come quando avevo la febbre. Mi fece discorsi sulle guerre civili in Africa, sull'amore fraterno, sull'importanza del dialogo tra i popoli di cultura diversa.
Quando tornai a scuola, il giorno dopo, il posto vicino a S. era libero e la maestra mi disse di sedermi là. Mi diede una carezza, mi rivolse un sorriso, ed io provai per la prima volta vergogna vera. Di quella che ti mangia le budella e che ti fa digrignare i denti. Mi sentivo in colpa come non mai. Non meritavo quel posto, né S., né la gentilezza dell'insegnante.
S. diventò il mio amico e a me un  giorno, a carnevale, vestita da Rossella di Via Col Vento, venne voglia di baciarlo.
Provai prima chiedendogli la gomma da cancellare, poi facendogli assaggiare un po' del mio panino con la Nutella. Ma Rossella era Rossella, io ero io e non sarei mai riuscita a prendermi ciò che volevo provando a raggirarlo con scuse che risultavano inefficaci.
Passarono mesi, le vacanze estive, ma la mia voglia del bacio non si esaurì. A settembre, quando riprese la scuola, S. era più alto ma ancora introverso e senza merenda. Il mio odio nei confronti di tutti gli altri compagni era cresciuto. La pausa estiva aveva indebolito la mia già approssimativa scioltezza linguistica, infilavo parole francesi là dove mi mancavano quelle in italiano. Mi vantavo comunque con tutti i miei compagni asserendo di esprimermi come una nobile russa ottocentesca. Questo fece di me una vera star, e il mio fascino agli occhi delle mie compagne di classe crebbe, insieme all'invidia del mio fisico e dei miei lunghi capelli biondi.
S., però, ne sembrava immune. A lui piacevano di me, elementi e fattori del tutto trascurabili, tipo la mia velocità nel risolvere le divisioni a due cifre o la punta dei miei pastelli.
S. voleva che temperassi le matite dentro al suo astuccio, per conservare i trucioli che gli piaceva annusare. Lo trovavo feticista, quindi sempre più interessante. La voglia del bacio era stata rimpiazzata da quella di uscire con lui in bicicletta. Un po' per mancanza di alternative, un po' per stratagemma.
Una domenica pomeriggio lo invitai a casa mia chiedendogli di portare la bici. Sua madte lo accompagnò puntuale alle quattro, e lui si presentò con un mazzo di carte e i quaderni per fare i compiti. Piansi tanto, quella notte.
L'anno scolastico giunse presto al termine, non avevo avuto il mio bacio e dovevamo tornare in Svizzera. Passammo gli ultimi giorni in Italia a fare giri turistici, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, e la casa di S. Era la prima volta che mi invitava. Era luglio, faceva caldo, ed io andai a casa sua in bicicletta, scortata dalla tata. Ci sedemmo sul suo letto piegando la testa, essendo il piano inferiore di un letto a castello. Mi fece vedere il suo libro sullo spazio; parlandomi dei buchi neri si confuse e annaspò avanti e indietro tra le pagine del libro in cerca del concetto che non era stato capace di spiegarmi. A me, a quei tempi, non fregava niente dei buchi neri. Neanche dello spazio. A me interessava capire come funzionava il bacio, ed S. per quanto goffo e taciturno, mi piaceva veramente tanto.
Ci salutammo in presenza dei nostri genitori, facendo gli indifferenti, come se l'addio fosse un onere che non doveva appartenerci.

- Io avrei voluto darti un bacio, quella volta dei buchi neri.
- Veramente io lo aspettavo da un anno, quel bacio.
- E se ce lo dessimo adesso?
- Troppo tardi, adesso i buchi neri mi interessano.
- Invece a me la Nemirovsky non mi ha mai interessato.


venerdì 16 ottobre 2015

Nudità.

Esistono notti diverse dalle altre, in cui la fatica a prendere sonno diventa gioia nel rimanere svegli. E ascolti, con ogni singolo frammento del tuo apparato uditivo, ogni vibrazione, ogni sussurro e flebile alito di vento. Come un segugio tendo le orecchie e le note annacquate dalla notte sono più forti di qualsiasi sinfonia abbia mai sentito. Apro la finestra per fare entrare il profumo del Kouglof che cuoce nel forno; il canto impastato dall'alcol di un uomo che passa in bicicletta suonando il campanello; l'aria pungente autunnale, ricca di conclusioni, di punti, di periodi da cominciate con la lettera maiuscola.
Mi sdraio sul divano di una casa a metà, mi vesto solo delle luci della strada. Il mio corpo leggero sussulta col freddo umido di foglie cadute; gialle, ocra, sospese a metà dalla pioggerellina fine di una notte uggiosa. Voci acute e melodiose di ragazzi e ragazze dopo il divertimento, risate che si mescolano, si sovrappongono, diventano musica, sottofondo dei miei pensieri, tela sulla quale disegnare a mano libera sensazioni, curve emotive, riflessi d'amore. Rimango sospesa tra il freddo ed il buio, con gli occhi chiusi sogno i boschi a pochi chilometri da me, una fanciulla in abiti medioevali, un cavallo ed un corvo. Un quadro preraffaellita. Sono solo dieci minuti di sonno, mi stringo nelle spalle, mi alzo scalza, lo scricchiolio del pavimento sotto al mio peso. Un corpo vissuto, che è servito, che è diventato spesso strumento, per me. Chiudo la finestra e il filo diretto col fuori si arresta in un istante. Rimango io, da sola con i miei brividi. Cerco una coperta, mi avvolgono e piango scrivendo un post su un blog che è un diario emotivo, con un cellulare che è la mia porta, senza rileggerlo, senza corredarlo di fotografie.
E rimango, finalmente, nuda.

lunedì 12 ottobre 2015

Love cannot be lost



Capita di scorrere le pagine del web a fine giornata, sullo smartphone, con la stessa noia e pigrizia di sempre. Un'azione meccanica compiuta in momenti di attesa, dove parole, immagini, fatti ed opinioni si mescolano e mi si presentano davanti senza che io, in fondo, li veda sul serio. La navigazione nel mare delle informazioni, sparse, disparate, spesso inutili. Notizie che trascinano verso altre notizie, e verso altre ancora, che forse mi porteranno ad acquistare un libro o ad entrare dentro un social network, con la totale apatia e indifferenza nell'assistere allo spettacolo globale della goliardia a tutti i costi.
Questo è il mio modo di vivere la navigazione. Imbarcarsi su di un peschereccio che tornerà in porto con le reti vuote, pronto per ripartire la volta successiva, nella speranza di pescare qualche pesce da vendere al mercato delle opinioni.
Mi burlo delle 'lucidi analisi', sbuffo nei confronti di chi vuole insegnarmi la morale, di chi si sente più sensibile della media verso i problemi del mondo. Sono allergica agli epitaffi, alle parole di solidarietà, alle auto promozioni, alle chat pubbliche tra amici che si capiscono solo tra loro. Mi snervano le gare di bravura, gli esercizi di stile, gli arabeschi che descrivono concetti banali, triti, noiosi, vuoti, ipocriti. Non nutro interesse nei confronti di chi promuove iniziative, o di chi sponsorizza terze persone degne di nota. Non credo mai a chi dice è una bella penna/persona, né a chi scrive poesie sotto alle fotografie. Non credo a chi condivide la felicità.
In questo mare a me ostile, dentro al quale sono più le volte nelle quali mi creo aspettative fallaci rispetto a quelle in cui trovo conferme, mi soffermo, più del dovuto, su un'immagine. Una fotografia, quella di Jim Carrey.
Jim è un attore diverso dagli altri. Sia per talento che per canale espressivo. Jim Carrey è, quello che io definisco, un attore speciale. Ha uno sguardo da folle artista di strada, di quelli che ti fermano nel parco di una metropoli e ti salutano levandosi il cappello. Sguardi spesso incontrati per caso, un giorno nel quale cammini di fretta stringendoti nel cappotto. Sguardi incrociati per pochi istanti e mai più dimenticati. Jim ha esattamente l'aspetto che ti aspetti abbia un uomo canadese, quella mescolanza di tratti somatici che partono dalla Francia ed arrivano fino alla Scozia. Un dna ben delineato dalla fisionomia, dall'altezza, dalla mascella e dal sorriso che si stampa e si squarcia sul volto declinandosi in infinite sfumature. Un sorriso maligno, da burla, da bugiardo, mai completamente autentico, mai totalmente fine a se stesso.
Jim Carrey nasce attore. Non lo diventa, lo è sempre stato. Non avrebbe potuto fare altro, non sarebbe potuto diventare altro. Nonostante nasca come attore comico, riesce a dare vita a personaggi drammatici uscendo completamente da qualsiasi schema auto imposto. Carrey non interpreta il dramma, lui è il dramma. Il dramma esistenziale, quello che non ha via di uscita né soluzioni.
È entrato sotto la mia pelle.
Mi soffermo sulla foto che mi appare sullo smartphone, insieme ad altre notizie, più o meno importanti. La foto di Jim che sorregge una bara. Leggo la notizia, senza mai soffermarmi sui contorni, ma sull'essenza, il fulcro, l'esigenza di conoscere le ragioni del dolore, non spinta da chissà quale morbosa curiosità, ma da sincero interesse. Partecipazione, rarissima in me, saltuaria come l'aurora. Non sapevo che la fidanzata di Carrey si fosse tolta la vita, non si parla mai sul web di lui. D'altronde non possiede né ha mai posseduto una villa sul lago di Como, non si è mai fidanzato con una velina, non fa pubblicità a caffè globali in ottomila capsule di colore diverso ma contenenti tutte l'illusione del vero espresso. Non vende né fabbrica illusioni. Lui è l'illusione. Lui è il dramma. Lui è l'attore.
Passo velocemente sopra parole sparse a caso, buttate là con fare da giornalista lestofante qualsiasi. Accozzate tra loro in modo pedestre, senza alcuna grazia né coerenza, al solo scopo di sbarcare il lunario. L'essenza mi rimanda ad un profilo Instagram, quello di Cathriona, un nome bellissimo, una donna struggente. Sfoglio il profilo come facevo da bambina quando mi facevano vedere gli album di famiglia. Li aprivo piano, con delicatezza, temendo che le foto si scollassero dai loro supporti adesivi. Poi avvicinavo il viso verso le foto che mi interessavano di più, o per mettere a fuoco meglio i volti nelle foto di gruppo. Ogni fotografia una sensazione diversa, dal conforto al rammarico, dalla nostalgia alla curiosità. L'album di Cathriona parla solo dei suoi occhi. Un cerbiatto malinconico, esile e visibilmente fragile. Ritratto come farebbe qualsiasi ragazza che vive gli anni duemila, con i selfie allo specchio del bagno, le inquadrature dal basso o di tre quarti, la modifica verso il bianco e nero, nel suo ultimo scatto. Comprendo subito. Solo un uomo come Jim avrebbe potuto innamorarsi degli occhi malinconici. Perché la malinconia non si può solo osservare, né ci si può limitare ad amarla. La malinconia va assecondata. Va cullata. Le vanno raccontate la favole della buonanotte, e non importa se ci sono gli orchi ed i draghi. Perché la malinconia li sa gestire benissimo.
Cathriona non era fatta per questo mondo, così lascia scritto. Con assoluta coerenza, con l'estrema lucidità di chi decide che qui non ci vuole più stare.
Love cannot be lost recita il tweet dell'attore sul profilo ufficiale.
Perché chi è capace di assecondare e cullare la malinconia è anche ben consapevole che l'amore non si può cancellare.



mercoledì 23 settembre 2015

La sala d'attesa. (a fugue)

(Fuga, Kandinsky)

Seduta con le mani in grembo. La gonna a pieghe troppo corta per coprire le ginocchia, mette a nudo parte delle mie cosce da bambina bionda, ricoperte di morbidi e radi peli che le fanno apparire vellutate e bianchissime. Gambe, pesche non ancora mature, dove i nei sembrano essere piccole stelle a contrasto, come in un negativo di una foto del cielo. Rimango ferma a fissare la costellazione, provo anche ad unire i puntini con il dito, nella speranza venga fuori il solito cavallo al galoppo, quello della Settimana Enigmistica, con la criniera al vento e le zampe spigolose risultato di segmenti uniti con imprecisione da una matita mal temperata. Come passa lento il tempo di attesa per una bambina. Lunghissimi secondi riempiti da infiniti pensieri e idee, sul cosa fare dopo, più tardi, quando si sentirà libera. L'interminabile attesa del momento di libertà, questa era la mia giornata.
Seduta con le mani in grembo, osservo i quadri di fronte a me. Nella sala di attesa i dipinti sono un perno attorno al quale far ruotare altri pensieri. Per cui, penso a cosa fare delle mie penne colorate nuove a inchiostro profumato, mentre guardo quella strana faccia dipinta su una tela circondata da una cornice rossa lucida. Il volto di una donna, con i capelli neri sciolti che le cascano sulle clavicole sporgenti. I tratti del volto appena accennati dalle pennellate di un acquerello nero, e le labbra sottili rosso porpora, sono gli unici punti che mettono in risalto il dipinto. Lo sfondo, l'abito e le linee del corpo che raffigura un mezzobusto, giocano sul verde acqua ed il rosa pallido. Quel che conta sono i capelli, l'ovale del volto, il naso, la bocca. Gli occhi non ci sono. Una scelta stilistica, che a me sembrò essere frutto di una cattiveria pura. Si può lasciare una persona senza bocca, senza naso o senza capelli, ma privarla degli occhi senza un perché, senza una giustificazione scritta, una didascalia, no. Non lo accetto. Sono sempre difficili da disegnare, ma bisogna almeno provarci.
"Ti piace il quadro, piccolina?" mi chiede l'infermiera. "Sì, è bello."
Seduta con le mani in grembo, ho mentito. Consapevolmente. Con coscienza e soddisfazione. E mentre l'ho fatto, ho sorriso conquistandomi la simpatia di quella signora rubiconda con il camice bianco. La portatrice di notizie, tipo "Vieni piccolina, tocca a te!". Detestavo le visite periodiche dall'otorino. Quell'indagare dentro le mie orecchie, dentro le narici, con quello strumento freddo con la luce. Lo speleologo che si addentra nelle grotte del mio volto, scoprendo chissà quali creature mostruose, chissà quali deformazioni, malattie o menomazioni. Con quella luce sulla fronte mi sembrava un pesce abissale, mi faceva ridere, era pieno di ricciolini biondi che cascavano intorno alla fascia che aveva in testa, come un tennista che gioca al buio. Aveva una bruttissima pelle, visto da vicino. Ogni poro era un cratere rosso, ogni lentiggine un piccolo vulcano. Una faccia di interesse geologico, dove fronte, naso e bocca, sembravano il risultato della tettonica a zolle prodotta dalla sua epidermide.
Seduta con le mani in grembo, oggi, poggiate sui pantaloni neri che coprono le gambe infreddolite dalla prima giornata di autunno, osservo, nella sala d'attesa, il quadro di fronte a me. Raffigura un paesaggio con le montagne sullo sfondo, un bosco sulla sinistra e una casetta con i muri di pietra, sulla destra. Un olio anonimo, ma con una firma in basso a destra che non riesco a decifrare. La firma che attesta l'originalità di opere non originali. La cornice è bianca, in legno leggermente anticato. Stona con il dipinto, non lo esalta e lo rende ancora più banale. Le mie gambe, sotto ai pantaloni, conservano ancora un po' di abbronzatura sarda. Sono diverse rispetto a quando avevo otto anni. Non sono più così divertenti, né così candide. Guardo fuori dalla finestra e ripenso a luglio, al caldo, al mare, al riposo pomeridiano sulla sdraio con il libro aperto sul petto, alle mani dei miei bambini sempre sporche; di gelato, di sabbia, di giochi. Ai baci roventi e umidicci della buonanotte, in quelle serate estive ardenti dei 34 gradi a mezzanotte, il cielo con le stelle più vicine. Le guance arrossate, il profumo lieve della crema doposole, i ceri gialli contro le zanzare, i pianti per il troppo mare, i capelli lunghi annodati dall'elastico della maschera, le punture delle vespe, i cavalloni e l'odore pungente della poseidonia ammucchiata sulla spiaggia.
Nicole, torna seduta con le mani in grembo.
"Ammazza che brutto il quadro che ho difronte", scrivo su whatsapp alla mia amica.
"Fai vedere, fai vedere" clic, mando foto. "Ma no, dai, sei la solita sofista. È carino."
Appunto, è carino. Fa schifo. Scusi lei, segretaria distratta dalla vita fashion e dal tipo con il quale sta facendo sciusciu, lo sa che questo quadro fa veramente schifo?
Il tempo passa velocemente. "Prego, tocca a lei, madame".
Di già?


<< So, you want to write a fugue? La domanda viene prima formulata dal basso, e la melodia su cui viene cantata, costituisce, in termini tecnici, il 'soggetto' della fuga. Via via che le altre voci 'rispondono', e cioè ripetono la melodia in successione scendente (tenore, contralto e soprano), nasce una discussione sulle qualità richieste da questo tipo di scrittura. Il basso comincia a dire che ci vuole una certa dose di coraggio You've got the nerve to write a fugue, so go ahead (se hai il fegato di scrivere una fuga, fai pure). Il tenore pensa all'impiego del prodotto finito: So go ahead and write a fugue that we can sing (fai pure, ma scrivi una fuga che noi possiamo cantare), mentre il contralto, pur tenendo un'eccepibile condotta contrappuntistica, caldeggia un metodo audacemente antiaccademico: pay no mind to what we have told you, give no heed to what we've told you, just forget all that we have told you and the theory that you've read (non badare a quello che ti abbiamo detto, non pensare a quello che ti abbiamo detto, scordati quello che ti abbiamo detto e le teorie che hai letto). Dello stesso parere è il soprano, pur mantenendosi altrettanto ligio, almeno in questo punto, alle norme della fuga. L'incoraggiamento Pay no mind, give no heed e via dicendo costituisce il controsoggetto del tema fondamentale: so you want to write a fugue? che si ripresenta ora in varie tonalità per sottolineare un altro consiglio: for the only way to write one is to plunge right in and write one, just ignore the rules and write one, have a try. 
L'unico modo di scriverla è saltare il fosso e scrivere: lascia perdere le regole e scrivi, forza, provaci. >>

Glenn Gould