martedì 30 agosto 2016
Caro Ennio
Diario Notturno di Ennio Flaiano è il libro che mi porto spesso dietro. Non l'ho letto una sola volta sottolineando, come faccio spesso, le frasi o i passaggi che più mi colpiscono. Diario Notturno l'ho consumato, giorno dopo giorno. Mi ha accompagnato in momenti in cui mi sono sentita persa, in cui ho cercato risposte, disperatamente. Momenti in cui nessuno e niente mi era di conforto. Perché, Diario Notturno, a differenza di qualsiasi saggio filosofico o opera omnia, o trattato sociologico e psicologico, arriva sempre al punto senza inutili circumnavigazioni linguistiche; senza perdersi nel mare delle digressioni o delle descrizioni, facendomi perdere il focus. Diario Notturno è anche la scrittura delle sensazioni, dei pensieri, normali, quotidiani, che è la cosa che più mi piace leggere. Quanto romanticismo e quanta intensità ed amore per la vita si celano dietro alla poesia dell'osservazione del quotidiano! Diario Notturno è una sorta di piccolo astro puro e luminosissimo, che osservi per assicurarti di essere sempre sotto lo stesso cielo nonostante la terra che calpesti ti sia estranea. Un appiglio, un conforto, una casa, un condensato. Non perché ci trovi scritte le risposte, ma perché calpesti strade da percorrere col pensiero la cui destinazione è sempre ignota, ma sai che comunque, in un modo o nell'altro ti stupirà. Perché niente ci sorprende più di quanto possano fare i nostri stessi pensieri.
Stanotte, mi sono soffermata sulle sue considerazioni circa il film My Fair Lady. Tutti conosciamo la storia del pigmalione che per introdurre in società la fioraia ignorante, le insegna ad esprimersi "come una signora". Ennio Flaiano si chiede a cosa servirebbe, oggi (era il 1956, ma l'attualità dei suoi pensieri è incredibile) imparare ad esprimersi correttamente. A cosa serve imparare a parlare bene se "le attrici" stesse, per sentirsi più vicine al loro pubblico, scadono con il linguaggio. È ancora necessario, si chiede Flaiano, parlare correttamente per ottenere il successo nella buona società? Non viviamo, forse, in un'epoca in cui è necessario esprimersi male per dimostrare la propria spregiudicatezza? E, incredibilmente, aggiunge: gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Cavolo! (tanto per rimanere in tema di linguaggio scurrile) Ma lo scriveva Flaiano nel 1956! Ecco spiegato, perché un tale perde consensi non appena comincia ad esprimersi decorosamente. My Fair Lady è, quindi, il simbolo di un'Europa che si sta avviando verso un processo di volgarizzazione irreversibile? Rappresenta ciò che non importa più essere, "una signora che sa parlare e che si sa comportare" perché quello che vale, che "spacca" è l'esatto contrario. Nel 1956? Non lo so, non c'ero. Oggi, sì. Qualcuno potrebbe storcere il naso, sostenendo che i costumi cambiano, come sempre; che fare i nostalgici non porti a niente, che desiderare un mondo diverso, arcaico, sarebbe come tornare indietro. Che la libertà di espressione, di stampa, di comportamento, come conseguenza diretta ha anche quella dell'uso sregolato del linguaggio. E che quindi, quello che può apparire a Flaiano "volgare", non è altro che una bandiera del processo evolutivo europeo, del processo democratico. Flaiano scrive: la lingua corretta è oggi il malinconico distintivo della borghesia intellettuale, rovinata dalle buone letture e dalla buona educazione.
Sorrido, caro Ennio, perché tu non ci sei più, ma se ci fossi e se leggessi quello che viene scritto in rete, capiresti che i tuoi pensieri circa l'imbarbarimento del linguaggio, sono più moderni dei vari neologismi (che poi, neologismi non sono perché neanche si sa cosa vuol dire la parola "neologismo") o dei vari formati precostituiti. Non si scrive più, caro Ennio. Non si parla più. Si compilano moduli. La forma è già scritta, basta inserire parole diverse negli spazi vuoti. Difficilmente, però, trovi qualcuno che crei di sana pianta uno schema, inserendoci, poi, le parole. Tutto è copiato, incollato, citato. Aaah le citazioni, sapessi quanto le odio! La rielaborazione sulla citazione, quella sì che sarebbe interessante, ma, vedi, caro Ennio, è troppo difficile essere liberi. Perché non basta poter circolare, viaggiare, comunicare, copiare, incollare. Bisogna essere liberi di lasciare che i pensieri formulino delle ipotesi, e che queste ipotesi poi formulino altri pensieri, come una catena, anzi, come un'eterna ghirlanda luminosa.
Il Professor Higgins, dice alla fioraia appoggiata alla colonna "sei un insulto all'eleganza architettonica di queste colonne" e, poi, per amore soprattutto di se stesso, scommette che la trasformerà in una signora semplicemente insegnandole a parlare. Mancano i professori, perché di fioraie ne abbiamo quante vogliamo, con la differenza che sono già tutte perfettamente inserite in società.
Due vecchi gentiluomini, resi compagni dall'età delle idee, vanno a spasso e li vedo avanzare dal fondo di via Po, sotto il sole, conversando pacatamente. La via è deserta: i due poveri vecchi, con la loro precaria presenza la rendono più ammonitrice. Che cosa si diranno, con quali argomenti consoleranno l'attesa di una partenza ormai inderogabile? Quando mi sono vicino sento che uno di essi, commentando una descrizione dell'altro, conclude: << Insomma, se ho ben capito, sarebbe una specie di pancera >>
Ennio Flaiano, Diario Notturno
lunedì 13 giugno 2016
Impromptu
La casa sul mare sarebbe stato il luogo adatto, pensò. Un posto splendido, con una vista abbacinante sull'arcipelago. Era giugno, il mese dedicato alla bellezza bucolica, e anche lei era bellissima; la pelle appena baciata dal sole limpido delle passeggiate, tipico di questo periodo, le conferiva un aspetto fresco, dorato, pieno di vita, di passioni ancora da consumare, di attese tra battiti di ciglia e profumo di cipria. Riempì la piccola ventiquattrore di tutto il possibile, stipandola e strizzandola come i panini imbottiti al prosciutto di Praga che le preparava sua mamma anni prima, prima delle consuete gite in campagna. Si guardò allo specchio dell'ingresso, sorrise nel vedere quanto fosse in forma e pronta per partire, per raggiungere, la pace, l'amore. I capelli a caschetto cadevano dritti e lucidi lungo le tempie, le incorniciavano il volto in modo grazioso, naturale. Erano particolarmente splendenti in quel periodo, neri come la piccola cassettiera di ebano sotto lo specchio. Si sfiorò il collo, nudo, fresco, libero dalle sciarpe invernali o dai foulard primaverili. Pensò quanto fosse stato importante quel collo, per lui. Quante parole nate e morte lungo le curve che precedono la linea della mandibola, che raggiungono sinuose le labbra, gli zigomi, la fronte appena perlata dal bisogno di sentirsi solo desiderata.
Il viaggio per raggiungere la casa sul mare fu letto in un libro tenuto sul grembo, appoggiato sopra al leggero vestito bianco. Lungo la stanza la corriera procedeva veloce, creando magici giochi di luce lungo le pareti, un teatro d'ombra indonesiano, tra Bali e la riga dell'oceano; per lei tutto era magnifico, appagante come un volo pindarico, emozionante come una persona cara appena incontrata. Il finestrino si apriva come lo schermo di un cinematografo e mostrava campagne e strade assolate interrotte solo da qualche macchina cabriolè o da qualche motocicletta. Le immagini schizzavano sulla tela dello schermo con la cadenza del rullo di un proiettore, I campi stavano germogliando sotto nuvole e sole, vento caldo carico di promesse e speranze inondava le pianure, accarezzava le colline verdeggianti, dolce ostacolo a paesaggi lontani da raggiungere, a ideali da afferrare e non lasciare mai più. Il viaggio sarebbe durato solo qualche ora, il tempo di riposarsi per apparire ancora più bella, sempre più pronta per quell'incontro. Appoggiò la testa ai lati della spalliera del sedile, chiuse gli occhi e pensò alla musica di Schubert, all'armonico fluire delle note dell'Impromptu, alla velocità con cui le melodie accarezzano strade, ponti e città lungo un viaggio; alla grazia con cui trafiggono cuori e circumnavigano amori impossibili da penetrare. E godé della magnifica conclusione, dell'ultima nota suonata ed udita, la fine della bellezza armonica, dei toni ora drammatici, ora leggeri e spensierati, ora appassionati di quella bellissima sonata. Pensò a tutte le volte che l'aveva suonata, davanti ai suoi genitori o ai parenti più cari, e ancora una volta al collo, quello baciato, desiderato e voluto, durante l'esecuzione al piano, vicino al suo amore. Riuscì ad assopirsi, infine.
L'arrivo al mare fu segnato da sudori lungo la schiena e chiacchiericci di persone mai viste fino a quel momento sulla corriera; volti inquadrati solo all'arrivo, quando scendi dal mezzo di trasporto e li osservi come se fosse la prima volta. Noti con curioso stupore le facce stropicciate dal viaggio, il senso dell'arrivo a destinazione per raggiungere altri luoghi, altre destinazioni ancora, in un gioco infinito di case da raggiungere, posti dove stare per poi ripartire, ancora, senza farne mai uno tutto tuo, senza concedere veramente mai a nessun luogo di averti possedendoti, e senza che nessun luogo abbia te. O sappia tutto di te. Ti concedi a pezzetti, scegliendo accuratamente cosa dare e a cosa o a chi darlo. Ti ritieni tu stessa un privilegio, in fondo, non per tutti.
La casa sul mare si ergeva dritta e fiera sulla scogliera. Schiaffeggiata dal salmastro e dalle violente mareggiate durante tutto l'inverno, mostrava tutte le sue rughe durante l'estate. Come le signore di una certa età, un tempo bellissime e giovani, e oggi terribilmente e unicamente affascinanti. Il fascino di ciò che è stato vissuto dal tempo, maltrattato dagli eventi, dalle burrasche, o accarezzato piano dal vento caldo di scirocco. Il fascino eroso dalla potenza del maestrale, il vento che piega i pini lungo le scogliere.
Osservò le persiane, l'imperfezione geometriche delle stecche ricoperte di polvere, sabbia e sale. Pensò a tutte le ore che sarebbero servite per rimettere a posto quella casa e sorrise beffarda. Le ore, il tempo, non l'avrebbero mai avuta.
Aprì la porta, l'odore di chiuso, di muffa e legno umido, la travolse senza pudore. Spalancò tutte le finestre, controllò tutte le stanze.
La finestra grande del soggiorno cadeva sugli scogli del mare. Un precipitare di decine di metri.
Era pronta, per l'incontro, lei, capelli di ebano e pelle dorata. Piegò e offrì il collo per l'ultima volta al suo amore, e così, all'improvviso, volò. Verso la sua ultima destinazione.
(Impromptu)
domenica 8 maggio 2016
Dilige et quod vis fac.
"Cosa ti piace fare?" mi chiese con gli occhi abbassati su quello che a me sembrò un blocco di carta rosa. Recitare, cantare, andare a cavallo, risposi. Il blocco si aprì come una farfalla pronta a volare: era una copertina di lana. La dottoressa la alzò dalla scrivania, la girò tra le mani, la manipolò con gesti quasi ipnotici come per farne intuire la morbidezza. "Questa te la ricordi?". No, non me la ricordo, è mia?
Non mi ricordavo di quella copertina, non mi ricordo più niente di quella fase della mia infanzia in cui a cadenza quindicinale andavamo a trovare la dottoressa. La copertina di lana rosa è l'unico elemento che ricordo di quel periodo.
"Dimmi, cos'è che ti rilassa completamente?". Scrivere, leggere, ascoltare musica. Studiare. Baciare i miei bambini, annusare il profumo dei loro capelli, ridere con loro. Mia nonna, parlarle di me, uscire con lei, accompagnarla a trovare le sue amiche, a teatro, ai concerti, al cinema. Poi ci sarebbe il ricordo di una copertina rosa...
"La copertina di Linus" sorrise bonariamente.
No, non è la copertina di Linus, è il ricordo, l'unico che ho, di una detestabile fase della mia infanzia in cui i miei genitori si erano convinti avessi bisogno di una psicologa solo perché ero leggermente perfezionista con me stessa.
"Cosa intendi per leggermente?" Sorrido. Non leggermente, maniacalmente, dai, è vero. Però non mi guardare con gli occhi scrutatori, già ci sono quelli delle persone che tentano di affondarmi, che cercano punti deboli sui quali infilare piccole forchettine da antipasto e zac zac zac punzecchiarmi fino a farmi scappare.
"Perché ti rilassa un elemento come quello della copertina di lana se è legato al ricordo di un periodo delle tua infanzia non piacevole?" Questo me lo dovresti dire tu, cioè, ti pago per avere delle risposte, che diamine! Non lo so perché. Forse perché sono una maledetta autolesionista? Perché sono una squinternata che si rende conto solo adesso che mandarmi a dieci anni da una psicologa fu un gesto d'amore? E comunque non sono venuta qui per darmi le risposte da sola.
"Dove si trova, adesso, questa copertina?" Non lo so. Non l'ho più vista. Forse a casa dei miei a Ginevra, a casa di mia nonna a Strasburgo, o in qualche scatolone negli scantinati di qualche casa, chissà dove. Non mi interessa vederla, toccarla. Sta là, da qualche parte nel mio cervello, sonnecchia, ogni tanto si sveglia per dirmi Oh, guarda che ci sono io le rispondo, mimportauncazzo, e lei si ritira in buon ordine.
A Strasburgo il silenzio della domenica mattina pervaso dal sentore di pane e brioche, di caffè e fiori maggiolini, è rotto solo dal dolore che mi vela gli occhi. È un dolore rumoroso, molesto. "Sai, Nicole, la vita prosegue". Lo so. "Sai, Nicole, ha avuto una vita piena, felice, lunga" Lo so. Però chiudi la bocca, taci, ascolta il silenzio della domenica mattina, tu che ci riesci. Io non ce la faccio, ho la testa piena di frastuoni, martelli, incudini; io in mezzo, sdraiata, schiacciata come una sottiletta, oppressa. Non sono capace di accogliere tesi ragionevoli, non sono disposta a dare un senso, non ho bisogno di nessuno che mi aiuti a mettermi in pace con me stessa. La verità è che ho perso un'interlocutrice intelligente. La verità è che penso a me, e non a lei che non c'è più. Penso a me che sono rimasta senza un tesoro, povera e con le pezze al culo. Bene, mi sto autocommiserando.
Apro l'anta del pesante armadio in camera di mia nonna. Il profumo di lavanda, i suoi bellissimi vestiti appesi in maniera ordinata, perfettamente stirati, coperti di semplice classe, quella innata delle donne eleganti, che non si sono mai tinte i capelli e che anche quando l'argento li colora indicando chiaramente un'età che è fuori dal cerchio della giovinezza, loro preferiscono lasciarli così. Morbidi ed argentei, pettinati con una spazzola infinite volte per renderli più lucidi. Tenuti bene, con cura. Io non sarò mai capace di farlo. Mi tingerò i capelli non appena ne vedrò mezzo bianco. Sarò e sono una donna ordinaria, codarda, che sarà incapace di mostrare la vecchiaia con classe. E penso che sia un dono da meritare, invecchiare. Lo penso perché me l'hai insegnato tu, nonna. Quando mi dicesti che una vera donna fiorisce a quarant'anni, era il giorno del mio trentesimo compleanno.
Scorro con un dito i vestiti, cerco quello più adatto a te. Tu avresti ironizzato, ne sono sicura. Come quella volta che andammo a trovare la tua migliore amica appena morta e nel vederla infilata in un rigoroso completo blu notte, tu dicesti "Povera, non solo è morta, ma dovrà riposare nell'eternità vestita come il suo becchino".
Trovo il vestito. Deve essere lui, leggero, in seta, con un tenue motivo floreale, chiuso da un colletto alla coreana, con piccoli bottonicini trapuntati dello stesso tessuto. Mi ricordo come ti stava bene, e come cadeva morbido e vaporoso sulle tue ginocchia esaltando le gambe affusolate.
"Quando muoio fai tutto tu, Nicole, mi fido dei tuoi gusti perché ti ho insegnato tutto io. Avete sentito tutti?" Era Natale, eravamo a tavola. C'erano tutti. Sono partiti i cori del noooo, ma cosa dici, tu morire? dai, nonna, dai zia, dai mamma, ma cosa dici.
"Dico quello che direbbe qualsiasi mente lucida a 86 anni, ed aggiungo che in questo brodo c'è troppo sale".
Appoggio il vestito sul letto. Ritorno a guardare nell'armadio, nel ripiano superiore le borse, tutte chiuse nella loro scatola, ma l'ultima è diversa, stona con il resto e c'è attaccata un'etichetta con su scritto Nicole. Ne ho quasi paura. Che ci fa una scatola col mio nome, qui? Questo è l'armadio di uso quotidiano, non è quello in cui lei tiene i ricordi o i vestiti che non mette più. Mi siedo sul letto con il fiato corto, capisco subito. Mi tremano i polsi, ho i brividi, mi chiudo il viso tra le mani, non ho molto tempo, non posso permettermi di rigirarmi nel mio stesso sudore freddo.
Trovo il coraggio di prendere la scatola. È di latta, una bellissima scatola di biscotti della pasticceria sotto casa. Quando la apro l'aroma di vaniglia e di fornaio si sente ancora. C'è una busta, e sotto, lei. La copertina rosa. Non la vedevo da quel giorno di 25 anni fa dalla psicologa. La prendo tra le mani, è morbida così come l'ho sempre immaginata. Fa male vederla, fa malissimo sentirla, è come incontrare una persona che pensavamo non contasse più niente, e invece, eccola. Ancora conta, ancora brucia, ancora porta con sé domande, crucci, ricordi, idee e pensieri. Apro la busta con delicatezza: quattro pagine di una lettera scritta a mano, datata 25 Dicembre 2015, il giorno del brodo troppo salato. La divoro con gli occhi carichi di lacrime, la leggo appannata, è la cosa più bella mi sia successa in tutti questi anni. Un tumulto di emozioni, di alti e di bassi, un canone musicale: una rinascita, non solo mia, nonna. Nostra. Siamo rinate, ancora.
La copertina rosa, non è mai stata mia. Era un escamotage della psicologa per farmi parlare, dire cose. Mia nonna sapeva quanto mi avesse colpito, prese un treno e andò dalla dottoressa per farsela dare.
Esistono persone che ci vogliono bene, oltre il limite dell'immaginazione.
Ama e fa ciò che vuoi.
Sant'Agostino
domenica 21 febbraio 2016
Il Ballo di Irène Nemirovsky
Lo lessi in francese, in quarta elementare, ascoltata con attenzione da S.
Ero isolata dal resto della classe per due fondamentali ragioni:
- Venivo dalla Svizzera
- Ero stronza
Parlavo male, mi inceppavo come una balbuziente su parole che ritenevo difficilissime; "calpestare" o "raccogliere". Ero vista dalle mie compagne così come il popolo dei Minimei vede un essere umano strano. O forse ero io la Minimea e loro gli umani, questo ancora lo devo capire.
A metà anno scolastico la Preside chiamò mio padre, era martedì mattina, l'ora della ricreazione. Avevo strattonato uno dei tanti Minimei: C.
L'avevo preso per il colletto del grembiule e l'avevo scaraventato per terra. Poi con i miei stivali di gomma bianchi, l'avevo preso a calci e calpestato.
Non senza motivo: volevo sedermi al posto suo, vicino a S.
S. era un bambino strano e intelligente, doveva diventare il mio compagna di banco. Era taciturno e non portava mai la merenda.
Io sapevo che avrebbe capito la Nemirovsky.
Dopo il colloquio con la Preside successero alcune cose che ancora non ho ben chiare. Ricordo che i miei mi tennero a casa un giorno, che mio padre non andò a lavorare e che passò tutta la mattina seduto sul mio letto come quando avevo la febbre. Mi fece discorsi sulle guerre civili in Africa, sull'amore fraterno, sull'importanza del dialogo tra i popoli di cultura diversa.
Quando tornai a scuola, il giorno dopo, il posto vicino a S. era libero e la maestra mi disse di sedermi là. Mi diede una carezza, mi rivolse un sorriso, ed io provai per la prima volta vergogna vera. Di quella che ti mangia le budella e che ti fa digrignare i denti. Mi sentivo in colpa come non mai. Non meritavo quel posto, né S., né la gentilezza dell'insegnante.
S. diventò il mio amico e a me un giorno, a carnevale, vestita da Rossella di Via Col Vento, venne voglia di baciarlo.
Provai prima chiedendogli la gomma da cancellare, poi facendogli assaggiare un po' del mio panino con la Nutella. Ma Rossella era Rossella, io ero io e non sarei mai riuscita a prendermi ciò che volevo provando a raggirarlo con scuse che risultavano inefficaci.
Passarono mesi, le vacanze estive, ma la mia voglia del bacio non si esaurì. A settembre, quando riprese la scuola, S. era più alto ma ancora introverso e senza merenda. Il mio odio nei confronti di tutti gli altri compagni era cresciuto. La pausa estiva aveva indebolito la mia già approssimativa scioltezza linguistica, infilavo parole francesi là dove mi mancavano quelle in italiano. Mi vantavo comunque con tutti i miei compagni asserendo di esprimermi come una nobile russa ottocentesca. Questo fece di me una vera star, e il mio fascino agli occhi delle mie compagne di classe crebbe, insieme all'invidia del mio fisico e dei miei lunghi capelli biondi.
S., però, ne sembrava immune. A lui piacevano di me, elementi e fattori del tutto trascurabili, tipo la mia velocità nel risolvere le divisioni a due cifre o la punta dei miei pastelli.
S. voleva che temperassi le matite dentro al suo astuccio, per conservare i trucioli che gli piaceva annusare. Lo trovavo feticista, quindi sempre più interessante. La voglia del bacio era stata rimpiazzata da quella di uscire con lui in bicicletta. Un po' per mancanza di alternative, un po' per stratagemma.
Una domenica pomeriggio lo invitai a casa mia chiedendogli di portare la bici. Sua madte lo accompagnò puntuale alle quattro, e lui si presentò con un mazzo di carte e i quaderni per fare i compiti. Piansi tanto, quella notte.
L'anno scolastico giunse presto al termine, non avevo avuto il mio bacio e dovevamo tornare in Svizzera. Passammo gli ultimi giorni in Italia a fare giri turistici, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, e la casa di S. Era la prima volta che mi invitava. Era luglio, faceva caldo, ed io andai a casa sua in bicicletta, scortata dalla tata. Ci sedemmo sul suo letto piegando la testa, essendo il piano inferiore di un letto a castello. Mi fece vedere il suo libro sullo spazio; parlandomi dei buchi neri si confuse e annaspò avanti e indietro tra le pagine del libro in cerca del concetto che non era stato capace di spiegarmi. A me, a quei tempi, non fregava niente dei buchi neri. Neanche dello spazio. A me interessava capire come funzionava il bacio, ed S. per quanto goffo e taciturno, mi piaceva veramente tanto.
Ci salutammo in presenza dei nostri genitori, facendo gli indifferenti, come se l'addio fosse un onere che non doveva appartenerci.
- Io avrei voluto darti un bacio, quella volta dei buchi neri.
- Veramente io lo aspettavo da un anno, quel bacio.
- E se ce lo dessimo adesso?
- Troppo tardi, adesso i buchi neri mi interessano.
- Invece a me la Nemirovsky non mi ha mai interessato.
venerdì 16 ottobre 2015
Nudità.
Esistono notti diverse dalle altre, in cui la fatica a prendere sonno diventa gioia nel rimanere svegli. E ascolti, con ogni singolo frammento del tuo apparato uditivo, ogni vibrazione, ogni sussurro e flebile alito di vento. Come un segugio tendo le orecchie e le note annacquate dalla notte sono più forti di qualsiasi sinfonia abbia mai sentito. Apro la finestra per fare entrare il profumo del Kouglof che cuoce nel forno; il canto impastato dall'alcol di un uomo che passa in bicicletta suonando il campanello; l'aria pungente autunnale, ricca di conclusioni, di punti, di periodi da cominciate con la lettera maiuscola.
Mi sdraio sul divano di una casa a metà, mi vesto solo delle luci della strada. Il mio corpo leggero sussulta col freddo umido di foglie cadute; gialle, ocra, sospese a metà dalla pioggerellina fine di una notte uggiosa. Voci acute e melodiose di ragazzi e ragazze dopo il divertimento, risate che si mescolano, si sovrappongono, diventano musica, sottofondo dei miei pensieri, tela sulla quale disegnare a mano libera sensazioni, curve emotive, riflessi d'amore. Rimango sospesa tra il freddo ed il buio, con gli occhi chiusi sogno i boschi a pochi chilometri da me, una fanciulla in abiti medioevali, un cavallo ed un corvo. Un quadro preraffaellita. Sono solo dieci minuti di sonno, mi stringo nelle spalle, mi alzo scalza, lo scricchiolio del pavimento sotto al mio peso. Un corpo vissuto, che è servito, che è diventato spesso strumento, per me. Chiudo la finestra e il filo diretto col fuori si arresta in un istante. Rimango io, da sola con i miei brividi. Cerco una coperta, mi avvolgono e piango scrivendo un post su un blog che è un diario emotivo, con un cellulare che è la mia porta, senza rileggerlo, senza corredarlo di fotografie.
E rimango, finalmente, nuda.
Mi sdraio sul divano di una casa a metà, mi vesto solo delle luci della strada. Il mio corpo leggero sussulta col freddo umido di foglie cadute; gialle, ocra, sospese a metà dalla pioggerellina fine di una notte uggiosa. Voci acute e melodiose di ragazzi e ragazze dopo il divertimento, risate che si mescolano, si sovrappongono, diventano musica, sottofondo dei miei pensieri, tela sulla quale disegnare a mano libera sensazioni, curve emotive, riflessi d'amore. Rimango sospesa tra il freddo ed il buio, con gli occhi chiusi sogno i boschi a pochi chilometri da me, una fanciulla in abiti medioevali, un cavallo ed un corvo. Un quadro preraffaellita. Sono solo dieci minuti di sonno, mi stringo nelle spalle, mi alzo scalza, lo scricchiolio del pavimento sotto al mio peso. Un corpo vissuto, che è servito, che è diventato spesso strumento, per me. Chiudo la finestra e il filo diretto col fuori si arresta in un istante. Rimango io, da sola con i miei brividi. Cerco una coperta, mi avvolgono e piango scrivendo un post su un blog che è un diario emotivo, con un cellulare che è la mia porta, senza rileggerlo, senza corredarlo di fotografie.
E rimango, finalmente, nuda.
lunedì 12 ottobre 2015
Love cannot be lost
Capita di scorrere le pagine del web a fine giornata, sullo smartphone, con la stessa noia e pigrizia di sempre. Un'azione meccanica compiuta in momenti di attesa, dove parole, immagini, fatti ed opinioni si mescolano e mi si presentano davanti senza che io, in fondo, li veda sul serio. La navigazione nel mare delle informazioni, sparse, disparate, spesso inutili. Notizie che trascinano verso altre notizie, e verso altre ancora, che forse mi porteranno ad acquistare un libro o ad entrare dentro un social network, con la totale apatia e indifferenza nell'assistere allo spettacolo globale della goliardia a tutti i costi.
Questo è il mio modo di vivere la navigazione. Imbarcarsi su di un peschereccio che tornerà in porto con le reti vuote, pronto per ripartire la volta successiva, nella speranza di pescare qualche pesce da vendere al mercato delle opinioni.
Mi burlo delle 'lucidi analisi', sbuffo nei confronti di chi vuole insegnarmi la morale, di chi si sente più sensibile della media verso i problemi del mondo. Sono allergica agli epitaffi, alle parole di solidarietà, alle auto promozioni, alle chat pubbliche tra amici che si capiscono solo tra loro. Mi snervano le gare di bravura, gli esercizi di stile, gli arabeschi che descrivono concetti banali, triti, noiosi, vuoti, ipocriti. Non nutro interesse nei confronti di chi promuove iniziative, o di chi sponsorizza terze persone degne di nota. Non credo mai a chi dice è una bella penna/persona, né a chi scrive poesie sotto alle fotografie. Non credo a chi condivide la felicità.
In questo mare a me ostile, dentro al quale sono più le volte nelle quali mi creo aspettative fallaci rispetto a quelle in cui trovo conferme, mi soffermo, più del dovuto, su un'immagine. Una fotografia, quella di Jim Carrey.
Jim è un attore diverso dagli altri. Sia per talento che per canale espressivo. Jim Carrey è, quello che io definisco, un attore speciale. Ha uno sguardo da folle artista di strada, di quelli che ti fermano nel parco di una metropoli e ti salutano levandosi il cappello. Sguardi spesso incontrati per caso, un giorno nel quale cammini di fretta stringendoti nel cappotto. Sguardi incrociati per pochi istanti e mai più dimenticati. Jim ha esattamente l'aspetto che ti aspetti abbia un uomo canadese, quella mescolanza di tratti somatici che partono dalla Francia ed arrivano fino alla Scozia. Un dna ben delineato dalla fisionomia, dall'altezza, dalla mascella e dal sorriso che si stampa e si squarcia sul volto declinandosi in infinite sfumature. Un sorriso maligno, da burla, da bugiardo, mai completamente autentico, mai totalmente fine a se stesso.
Jim Carrey nasce attore. Non lo diventa, lo è sempre stato. Non avrebbe potuto fare altro, non sarebbe potuto diventare altro. Nonostante nasca come attore comico, riesce a dare vita a personaggi drammatici uscendo completamente da qualsiasi schema auto imposto. Carrey non interpreta il dramma, lui è il dramma. Il dramma esistenziale, quello che non ha via di uscita né soluzioni.
È entrato sotto la mia pelle.
Mi soffermo sulla foto che mi appare sullo smartphone, insieme ad altre notizie, più o meno importanti. La foto di Jim che sorregge una bara. Leggo la notizia, senza mai soffermarmi sui contorni, ma sull'essenza, il fulcro, l'esigenza di conoscere le ragioni del dolore, non spinta da chissà quale morbosa curiosità, ma da sincero interesse. Partecipazione, rarissima in me, saltuaria come l'aurora. Non sapevo che la fidanzata di Carrey si fosse tolta la vita, non si parla mai sul web di lui. D'altronde non possiede né ha mai posseduto una villa sul lago di Como, non si è mai fidanzato con una velina, non fa pubblicità a caffè globali in ottomila capsule di colore diverso ma contenenti tutte l'illusione del vero espresso. Non vende né fabbrica illusioni. Lui è l'illusione. Lui è il dramma. Lui è l'attore.
Passo velocemente sopra parole sparse a caso, buttate là con fare da giornalista lestofante qualsiasi. Accozzate tra loro in modo pedestre, senza alcuna grazia né coerenza, al solo scopo di sbarcare il lunario. L'essenza mi rimanda ad un profilo Instagram, quello di Cathriona, un nome bellissimo, una donna struggente. Sfoglio il profilo come facevo da bambina quando mi facevano vedere gli album di famiglia. Li aprivo piano, con delicatezza, temendo che le foto si scollassero dai loro supporti adesivi. Poi avvicinavo il viso verso le foto che mi interessavano di più, o per mettere a fuoco meglio i volti nelle foto di gruppo. Ogni fotografia una sensazione diversa, dal conforto al rammarico, dalla nostalgia alla curiosità. L'album di Cathriona parla solo dei suoi occhi. Un cerbiatto malinconico, esile e visibilmente fragile. Ritratto come farebbe qualsiasi ragazza che vive gli anni duemila, con i selfie allo specchio del bagno, le inquadrature dal basso o di tre quarti, la modifica verso il bianco e nero, nel suo ultimo scatto. Comprendo subito. Solo un uomo come Jim avrebbe potuto innamorarsi degli occhi malinconici. Perché la malinconia non si può solo osservare, né ci si può limitare ad amarla. La malinconia va assecondata. Va cullata. Le vanno raccontate la favole della buonanotte, e non importa se ci sono gli orchi ed i draghi. Perché la malinconia li sa gestire benissimo.
Cathriona non era fatta per questo mondo, così lascia scritto. Con assoluta coerenza, con l'estrema lucidità di chi decide che qui non ci vuole più stare.
Love cannot be lost recita il tweet dell'attore sul profilo ufficiale.
Perché chi è capace di assecondare e cullare la malinconia è anche ben consapevole che l'amore non si può cancellare.
mercoledì 23 settembre 2015
La sala d'attesa. (a fugue)
(Fuga, Kandinsky)
Seduta con le mani in grembo. La gonna a pieghe troppo corta per coprire le ginocchia, mette a nudo parte delle mie cosce da bambina bionda, ricoperte di morbidi e radi peli che le fanno apparire vellutate e bianchissime. Gambe, pesche non ancora mature, dove i nei sembrano essere piccole stelle a contrasto, come in un negativo di una foto del cielo. Rimango ferma a fissare la costellazione, provo anche ad unire i puntini con il dito, nella speranza venga fuori il solito cavallo al galoppo, quello della Settimana Enigmistica, con la criniera al vento e le zampe spigolose risultato di segmenti uniti con imprecisione da una matita mal temperata. Come passa lento il tempo di attesa per una bambina. Lunghissimi secondi riempiti da infiniti pensieri e idee, sul cosa fare dopo, più tardi, quando si sentirà libera. L'interminabile attesa del momento di libertà, questa era la mia giornata.
Seduta con le mani in grembo, osservo i quadri di fronte a me. Nella sala di attesa i dipinti sono un perno attorno al quale far ruotare altri pensieri. Per cui, penso a cosa fare delle mie penne colorate nuove a inchiostro profumato, mentre guardo quella strana faccia dipinta su una tela circondata da una cornice rossa lucida. Il volto di una donna, con i capelli neri sciolti che le cascano sulle clavicole sporgenti. I tratti del volto appena accennati dalle pennellate di un acquerello nero, e le labbra sottili rosso porpora, sono gli unici punti che mettono in risalto il dipinto. Lo sfondo, l'abito e le linee del corpo che raffigura un mezzobusto, giocano sul verde acqua ed il rosa pallido. Quel che conta sono i capelli, l'ovale del volto, il naso, la bocca. Gli occhi non ci sono. Una scelta stilistica, che a me sembrò essere frutto di una cattiveria pura. Si può lasciare una persona senza bocca, senza naso o senza capelli, ma privarla degli occhi senza un perché, senza una giustificazione scritta, una didascalia, no. Non lo accetto. Sono sempre difficili da disegnare, ma bisogna almeno provarci.
"Ti piace il quadro, piccolina?" mi chiede l'infermiera. "Sì, è bello."
Seduta con le mani in grembo, ho mentito. Consapevolmente. Con coscienza e soddisfazione. E mentre l'ho fatto, ho sorriso conquistandomi la simpatia di quella signora rubiconda con il camice bianco. La portatrice di notizie, tipo "Vieni piccolina, tocca a te!". Detestavo le visite periodiche dall'otorino. Quell'indagare dentro le mie orecchie, dentro le narici, con quello strumento freddo con la luce. Lo speleologo che si addentra nelle grotte del mio volto, scoprendo chissà quali creature mostruose, chissà quali deformazioni, malattie o menomazioni. Con quella luce sulla fronte mi sembrava un pesce abissale, mi faceva ridere, era pieno di ricciolini biondi che cascavano intorno alla fascia che aveva in testa, come un tennista che gioca al buio. Aveva una bruttissima pelle, visto da vicino. Ogni poro era un cratere rosso, ogni lentiggine un piccolo vulcano. Una faccia di interesse geologico, dove fronte, naso e bocca, sembravano il risultato della tettonica a zolle prodotta dalla sua epidermide.
Seduta con le mani in grembo, oggi, poggiate sui pantaloni neri che coprono le gambe infreddolite dalla prima giornata di autunno, osservo, nella sala d'attesa, il quadro di fronte a me. Raffigura un paesaggio con le montagne sullo sfondo, un bosco sulla sinistra e una casetta con i muri di pietra, sulla destra. Un olio anonimo, ma con una firma in basso a destra che non riesco a decifrare. La firma che attesta l'originalità di opere non originali. La cornice è bianca, in legno leggermente anticato. Stona con il dipinto, non lo esalta e lo rende ancora più banale. Le mie gambe, sotto ai pantaloni, conservano ancora un po' di abbronzatura sarda. Sono diverse rispetto a quando avevo otto anni. Non sono più così divertenti, né così candide. Guardo fuori dalla finestra e ripenso a luglio, al caldo, al mare, al riposo pomeridiano sulla sdraio con il libro aperto sul petto, alle mani dei miei bambini sempre sporche; di gelato, di sabbia, di giochi. Ai baci roventi e umidicci della buonanotte, in quelle serate estive ardenti dei 34 gradi a mezzanotte, il cielo con le stelle più vicine. Le guance arrossate, il profumo lieve della crema doposole, i ceri gialli contro le zanzare, i pianti per il troppo mare, i capelli lunghi annodati dall'elastico della maschera, le punture delle vespe, i cavalloni e l'odore pungente della poseidonia ammucchiata sulla spiaggia.
Nicole, torna seduta con le mani in grembo.
"Ammazza che brutto il quadro che ho difronte", scrivo su whatsapp alla mia amica.
"Fai vedere, fai vedere" clic, mando foto. "Ma no, dai, sei la solita sofista. È carino."
Appunto, è carino. Fa schifo. Scusi lei, segretaria distratta dalla vita fashion e dal tipo con il quale sta facendo sciusciu, lo sa che questo quadro fa veramente schifo?
Il tempo passa velocemente. "Prego, tocca a lei, madame".
Di già?
<< So, you want to write a fugue? La domanda viene prima formulata dal basso, e la melodia su cui viene cantata, costituisce, in termini tecnici, il 'soggetto' della fuga. Via via che le altre voci 'rispondono', e cioè ripetono la melodia in successione scendente (tenore, contralto e soprano), nasce una discussione sulle qualità richieste da questo tipo di scrittura. Il basso comincia a dire che ci vuole una certa dose di coraggio You've got the nerve to write a fugue, so go ahead (se hai il fegato di scrivere una fuga, fai pure). Il tenore pensa all'impiego del prodotto finito: So go ahead and write a fugue that we can sing (fai pure, ma scrivi una fuga che noi possiamo cantare), mentre il contralto, pur tenendo un'eccepibile condotta contrappuntistica, caldeggia un metodo audacemente antiaccademico: pay no mind to what we have told you, give no heed to what we've told you, just forget all that we have told you and the theory that you've read (non badare a quello che ti abbiamo detto, non pensare a quello che ti abbiamo detto, scordati quello che ti abbiamo detto e le teorie che hai letto). Dello stesso parere è il soprano, pur mantenendosi altrettanto ligio, almeno in questo punto, alle norme della fuga. L'incoraggiamento Pay no mind, give no heed e via dicendo costituisce il controsoggetto del tema fondamentale: so you want to write a fugue? che si ripresenta ora in varie tonalità per sottolineare un altro consiglio: for the only way to write one is to plunge right in and write one, just ignore the rules and write one, have a try.
L'unico modo di scriverla è saltare il fosso e scrivere: lascia perdere le regole e scrivi, forza, provaci. >>
Glenn Gould
Seduta con le mani in grembo. La gonna a pieghe troppo corta per coprire le ginocchia, mette a nudo parte delle mie cosce da bambina bionda, ricoperte di morbidi e radi peli che le fanno apparire vellutate e bianchissime. Gambe, pesche non ancora mature, dove i nei sembrano essere piccole stelle a contrasto, come in un negativo di una foto del cielo. Rimango ferma a fissare la costellazione, provo anche ad unire i puntini con il dito, nella speranza venga fuori il solito cavallo al galoppo, quello della Settimana Enigmistica, con la criniera al vento e le zampe spigolose risultato di segmenti uniti con imprecisione da una matita mal temperata. Come passa lento il tempo di attesa per una bambina. Lunghissimi secondi riempiti da infiniti pensieri e idee, sul cosa fare dopo, più tardi, quando si sentirà libera. L'interminabile attesa del momento di libertà, questa era la mia giornata.
Seduta con le mani in grembo, osservo i quadri di fronte a me. Nella sala di attesa i dipinti sono un perno attorno al quale far ruotare altri pensieri. Per cui, penso a cosa fare delle mie penne colorate nuove a inchiostro profumato, mentre guardo quella strana faccia dipinta su una tela circondata da una cornice rossa lucida. Il volto di una donna, con i capelli neri sciolti che le cascano sulle clavicole sporgenti. I tratti del volto appena accennati dalle pennellate di un acquerello nero, e le labbra sottili rosso porpora, sono gli unici punti che mettono in risalto il dipinto. Lo sfondo, l'abito e le linee del corpo che raffigura un mezzobusto, giocano sul verde acqua ed il rosa pallido. Quel che conta sono i capelli, l'ovale del volto, il naso, la bocca. Gli occhi non ci sono. Una scelta stilistica, che a me sembrò essere frutto di una cattiveria pura. Si può lasciare una persona senza bocca, senza naso o senza capelli, ma privarla degli occhi senza un perché, senza una giustificazione scritta, una didascalia, no. Non lo accetto. Sono sempre difficili da disegnare, ma bisogna almeno provarci.
"Ti piace il quadro, piccolina?" mi chiede l'infermiera. "Sì, è bello."
Seduta con le mani in grembo, ho mentito. Consapevolmente. Con coscienza e soddisfazione. E mentre l'ho fatto, ho sorriso conquistandomi la simpatia di quella signora rubiconda con il camice bianco. La portatrice di notizie, tipo "Vieni piccolina, tocca a te!". Detestavo le visite periodiche dall'otorino. Quell'indagare dentro le mie orecchie, dentro le narici, con quello strumento freddo con la luce. Lo speleologo che si addentra nelle grotte del mio volto, scoprendo chissà quali creature mostruose, chissà quali deformazioni, malattie o menomazioni. Con quella luce sulla fronte mi sembrava un pesce abissale, mi faceva ridere, era pieno di ricciolini biondi che cascavano intorno alla fascia che aveva in testa, come un tennista che gioca al buio. Aveva una bruttissima pelle, visto da vicino. Ogni poro era un cratere rosso, ogni lentiggine un piccolo vulcano. Una faccia di interesse geologico, dove fronte, naso e bocca, sembravano il risultato della tettonica a zolle prodotta dalla sua epidermide.
Seduta con le mani in grembo, oggi, poggiate sui pantaloni neri che coprono le gambe infreddolite dalla prima giornata di autunno, osservo, nella sala d'attesa, il quadro di fronte a me. Raffigura un paesaggio con le montagne sullo sfondo, un bosco sulla sinistra e una casetta con i muri di pietra, sulla destra. Un olio anonimo, ma con una firma in basso a destra che non riesco a decifrare. La firma che attesta l'originalità di opere non originali. La cornice è bianca, in legno leggermente anticato. Stona con il dipinto, non lo esalta e lo rende ancora più banale. Le mie gambe, sotto ai pantaloni, conservano ancora un po' di abbronzatura sarda. Sono diverse rispetto a quando avevo otto anni. Non sono più così divertenti, né così candide. Guardo fuori dalla finestra e ripenso a luglio, al caldo, al mare, al riposo pomeridiano sulla sdraio con il libro aperto sul petto, alle mani dei miei bambini sempre sporche; di gelato, di sabbia, di giochi. Ai baci roventi e umidicci della buonanotte, in quelle serate estive ardenti dei 34 gradi a mezzanotte, il cielo con le stelle più vicine. Le guance arrossate, il profumo lieve della crema doposole, i ceri gialli contro le zanzare, i pianti per il troppo mare, i capelli lunghi annodati dall'elastico della maschera, le punture delle vespe, i cavalloni e l'odore pungente della poseidonia ammucchiata sulla spiaggia.
Nicole, torna seduta con le mani in grembo.
"Ammazza che brutto il quadro che ho difronte", scrivo su whatsapp alla mia amica.
"Fai vedere, fai vedere" clic, mando foto. "Ma no, dai, sei la solita sofista. È carino."
Appunto, è carino. Fa schifo. Scusi lei, segretaria distratta dalla vita fashion e dal tipo con il quale sta facendo sciusciu, lo sa che questo quadro fa veramente schifo?
Il tempo passa velocemente. "Prego, tocca a lei, madame".
Di già?
<< So, you want to write a fugue? La domanda viene prima formulata dal basso, e la melodia su cui viene cantata, costituisce, in termini tecnici, il 'soggetto' della fuga. Via via che le altre voci 'rispondono', e cioè ripetono la melodia in successione scendente (tenore, contralto e soprano), nasce una discussione sulle qualità richieste da questo tipo di scrittura. Il basso comincia a dire che ci vuole una certa dose di coraggio You've got the nerve to write a fugue, so go ahead (se hai il fegato di scrivere una fuga, fai pure). Il tenore pensa all'impiego del prodotto finito: So go ahead and write a fugue that we can sing (fai pure, ma scrivi una fuga che noi possiamo cantare), mentre il contralto, pur tenendo un'eccepibile condotta contrappuntistica, caldeggia un metodo audacemente antiaccademico: pay no mind to what we have told you, give no heed to what we've told you, just forget all that we have told you and the theory that you've read (non badare a quello che ti abbiamo detto, non pensare a quello che ti abbiamo detto, scordati quello che ti abbiamo detto e le teorie che hai letto). Dello stesso parere è il soprano, pur mantenendosi altrettanto ligio, almeno in questo punto, alle norme della fuga. L'incoraggiamento Pay no mind, give no heed e via dicendo costituisce il controsoggetto del tema fondamentale: so you want to write a fugue? che si ripresenta ora in varie tonalità per sottolineare un altro consiglio: for the only way to write one is to plunge right in and write one, just ignore the rules and write one, have a try.
L'unico modo di scriverla è saltare il fosso e scrivere: lascia perdere le regole e scrivi, forza, provaci. >>
Glenn Gould
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